Déjà-dit/lu/vu: la ricezione come armonia ritrovata?

Déjà-dit/lu/vu: la ricezione come armonia ritrovata?

Le texte est en fait une machine paresseuse qui exige du lecteur un travail coopératif acharné pour remplir les espaces de non-dit ou de déjà-dit restés en blanc.

Umberto Eco, Lector in fabula

Succede che l’oscuro scrutare dell’io non si metta in marcia solo tra gli spazi bianchi di chi scrive, o negli occhi di chi legge. Avviene che si facciano viaggi più consistenti, in termini di strada percorsa e si arrivi, nel mio caso, in Francia. Queste parole sono necessarie a giustificare il mio citare uno dei più grandi maestri italiani, non nella sua lingua natia, ma in francese. In questi mesi ho infatti compreso che anche qui, quando si parla di teorie della ricezione, non si può prescindere da alcuni capisaldi, come Eco.
Un testo ha ragion d’essere non solo in nome della sua finalità comunicativa, ma soprattutto grazie alla capacità significativa che si riattiva in relazione a dei destinatari. L’autore determina la forma dei propri messaggi non badando, quindi, solo al loro contenuto, ma anche alle possibili congetture e previsioni di chi, quest’insieme di segni, dovrà decifrarli. Già gli strutturalisti si chiedevano quanta importanza avesse l’Autore all’interno del testo da lui stesso prodotto. Sembrerebbe una contraddizione il ritenere che la Creatura possa esistere senza il suo Creatore, ma a lungo si è creduto che dopo l’impulso vitale di questa Mano Invisibile (l’Autore), il testo e i suoi molteplici sensi e significati potessero prendere vita da sé, mossi da meccanismi autonomi, come ad esempio la lettura. Il testo, ogni volta figlio del suo tempo (componente del cronotopo, secondo l’intuizione di Bachtin) e della contingenza, o Sitz im Leben (contesto d’enunciazione), si rinnova ad ogni fruizione delle dialettiche che lo attraversano.
Consci che «l’opera contiene in sé stessa le sue istruzioni per l’uso»[1], l’ago della bilancia della significanza è stato a lungo proteso verso il lavoro autonomo che il testo riusciva a fare da sé. Tuttavia, se la verità risiede nella sfumatura, allora, non potendo dare risposte nette, sempre più dagli anni Settanta in poi torna in auge il grande dimentico della letteratura: il Lettore. Per far sì che non ci sia una consumazione quasi onnivora e sterile-nociva del segno[2], è necessario puntare allo scambio, rimettendo al centro il Lettore: lui, il solo attivatore della macchina inerte che è il testo. Una teoria della ricezione, intesa come atto stesso della fruizione e della lettura, fa proprio questo. Negli anni Ottanta, Otten, ma già prima di lui il Barthes di S/Z, si sono chiesti se esistesse una vera e propria “scienza della lettura”: desideravano risposte quasi scientifiche del processus interpretativo. Una delle poche certezze, e lo si evince in particolar modo col soggetto forse più prolifico in letteratura, il mito, resta sicuramente che ad attraversare la Storia non siano certo questi incunaboli, o racconti tramandati in maniera inalterata. Parafrasando Genette – senza le sue riscritture e quindi reinterpretazioni, se non si facesse di volta in volta ipotesto, palinsesto pronto per essere ricalcato di nuovi ipertesti intrecciati alla fine in una globale trama letteraria – non sarebbe forse, il mito, un fossile senza alcun valore?
Volendo iniziare quest’analisi con le parole di Otten, diremo che ad ogni atto interpretativo precede una lettura ben ancorata al testo in sé[3]. ‘Interpretare’ un testo non è dargli un senso, ma è invece valutare di che pluralità sia fatto e ‘leggere’ significa spostare questo senso nell’intertestualità; nominare i suoi molteplici sensi. Per questo la jouissance barthesiana, ad esempio, è proprio il godere dell’estetica del testo, della sua galassia di significati. Se, allo stesso modo, anche per Eco l’opera era aperta a infiniti livelli di significanza, per altri semiologi come Iser, quest’ultima è piuttosto socchiusa, portatrice di numerosi significati, ma non illimitati e la cui polisemia è circoscrivibile al campo d’indagine del Lettore Implicito e dell’Autore Implicito. Nel caso delle ultime denominazioni introdotte, non lascerò il lettore di questo testo in balia della sua stessa interpretazione, ma mi riserverò la possibilità di chiarificarle in seguito.
Ritornando alla semiologia della lettura di Otten, si può affermare che il lettore, proprio per vivificare il testo, si crei un orizzonte di attesa, un’idea preesistente per poi constatare se i codici che si troverà a decifrare corrispondano o meno alle sue aspettative. Per dirla come Stanley Fish: una lettura puramente formalista è infatti impensabile, il lettore è stato sempre influenzato da correnti culturali e dalla comunità interpretativa cui appartiene, in maniera più o meno conscia[4]. Queste comunità interpretative, come il repertorio di Iser, o l’orizzonte di attesa di Jauss, sono insiemi di norme letterarie ed extra-letterarie che un gruppo condivide: convenzioni, codici, ideologie. Sembra quasi un déjà-lu della concezione heideggeriana di interpretazione: ogni lettura è quasi una violenza fatta al testo per ridurlo a delle chiavi logico-razionali, ma il più delle volte al lettore resta la frustrazione. Il testo è sempre altrove.
Difatti, le moderne teorie che afferiscono alla semiotica e in particolare lo studio di Otten, cercano di andare oltre il postulato dell’immanenza del senso inteso come: «la mystérieuse substance qui habite le texte et qui l’acte de lecture consiste à le dévoiler, à le découvrir»[5], per andare verso una concezione del senso che sia «le résultat de la rencontre de deux textes: le texte à lire et le texte du lecteur»[6]. Si vedrà, dunque, che una siffatta interpretazione del testo va verso una lettura definita di tipo orizzontale, che parte dal significante, dal segno linguistico e non cerca di andare verso chiavi di lettura ideologiche al di là del testo, né ricerca la famosa intenzione dell’autore: tiene conto solo di ciò che il testo scritto dice al lettore. Promotore di un esercizio del genere, anche se prettamente per il linguaggio poetico, è stato Michael Riffaterre. È idea dell’autore che sebbene il testo si auto-regoli, esso vede comunque il lettore estremamente attivo e coinvolto, in due momenti. Dapprincipio c’è lo stadio euristico in cui, di fronte al testo poetico, il destinatario cerca di associare il significato a referenti mimetici, ma si rende conto che ciò che ha davanti è su un altro livello. Scatta così un secondo stadio, quello della lettura ermeneutica in cui si legge sotto una nuova chiave, smettendo di essere nell’illusione referenziale, per entrare nella semiosi[7].
Ma, come afferma lo stesso Eco, la buona interpretazione di un testo da parte del lettore dovrebbe evitare sia l’intentio auctoris, sia l’intentio lectoris e tendere sempre verso l’intentio operis, cioè verso i significati registrati nell’opera dall’opera. Soffermiamoci, quindi, sulle definizioni, non per mero accademismo, ma per avere un ampio fascio di luce che ci consenta di iniziare il cammino interpretativo. Negli stessi anni, molti altri teorici, seppur con denominazioni differenti hanno rintracciato diversi tipi di Lettori. Se, secondo Iser, il testo è un dispositivo in potenza, che il Lettore rende oggetto concreto, allora l’Autore Implicito[8], cioè colui che lascia sempre la sua impronta nel testo, potrà indirizzarsi sia ad un Lettore Implicito – o Lettore Modello secondo Eco, cioè un’astrazione ideale che dovrebbe interpretare il testo facendosi portavoce di una serie di codici/repertori di norme sociali e culturali – sia ad un Lettore Empirico, più reale, ovvero: «le sujet concret des actes de coopération textuelles […], il est celui qui envisage le texte de façon pragmatique»[9]. Allo stesso tempo, visto il ruolo fortemente attivo riversato sul Lettore, l’autore immagina il suo Lettore Modello come colui che è chiamato a collaborare allo sviluppo della vicenda, facendo previsioni e auspicando tanti mondi possibili. Macchina pigra vuol dire questo: la sola cooperazione col Lettore potrà riattivare lo scritto, dando un senso agli spazi bianchi, ai non-detti, ai presupposti. Consapevoli di questo, ritornando ad Otten, una corretta teoria della ricezione dovrebbe affrontare la descrizione di tre ambiti, talvolta confusi tra loro, ma che sono in continua interazione:

1) le texte lui-meme (cioè il significato, l’insieme di parole, segni grafici)
2) le texte du lecteur
3) le rapport du texte au lecteur (la significanza).

Il primo campo, col suo ancorarsi ai significanti, ai luoghi di incertezza e di certezza del testo, alle parole, all’aspetto linguistico e grafico, può esser di riferimento per la lettura orizzontale invocata in precedenza. Il secondo campo, invece, costituisce un vero e proprio focus sul Lettore che dovrà padroneggiare non tanto i codici linguistici, quanto quelli letterari; simbolici, allusivi e degli scénariotòpoi su cui aggrapparsi per poter decifrare.
Scivolando in maniera inconscia da un campo all’altro, si giungerà in maniera naturale nella prateria della significanza, della semiosi, in cui fondendo sia la voce del testo che quella propria di Lettore, si darà vita ad un rapporto arbitrariamente motivato in cui: si dice una cosa, ma se ne significa un’altra[10].
Per gioire davvero del testo, c’è bisogno di riattivare il suo recettore, di alimentare il fuoco della dialettica senza arrivare ad uno status di lettori-consumatori onnivori o bulimici del messaggio. Sarà forse vero, allora, che: «per restituire alla scrittura il suo avvenire, bisogna rovesciarne il mito: prezzo della nascita del Lettore non può essere che la morte dell’Autore»[11]?
Con la rivoluzione pervasiva dei media, si è giunti ad un paradosso radicato ancora tutt’oggi: quello di una forma rinnovata che anziché porsi da vero tramite del messaggio ambisce alla passività del fruitore stesso. Con i mass-media si è coronato il sogno della pienezza, di una parola sirenica e onnipresente che però, a ben vedere, è senza risposta; di una trasparenza democratica che, di fatto, è astrazione senza vero scambio comunicativo. Quando anche la trasgressione della forma e dei contenuti è divenuta una merce, non resta che fare la differenza nel modo di decifrare. Noi lettori dell’oggi dovremmo far crollare, così, il postulato che McLuhan aveva rintracciato come slogan della nuova era: Medium is Message, e sperare non in un divorzio tra autore e fruitore, ma in una ritrovata armonia che risiede nel campo sempre fertile della dialettica della ricezione.


  1. Tzvetan Todorov, La lettura come costruzione, in I generi del discorso, a cura di Margherita Botto, Firenze, La Nuova Italia, 1993, p. 422.

  2. Cfr. Jean Baudrillard, Pour une critique de l’économie politique du signe, Paris, Gallimard, 1977, p. 210.

  3. Cfr. Michael Otten, Sémiologie de la lecture, in Introduction aux études littéraires, Paris, Duculot, 1987.

  4. Cfr. Stanley Fish, Quand lire c’est faire: l’autorité des communautés interprétatives, Paris, Les Prairies ordinaires, 2007.

  5. M. Otten, Sémiologie de la lecture, cit., p. 342.

  6. Ibidem.

  7. Cfr. Michael Riffaterre, L’illusion référentielle, in «Columbia Review», 57/2 (1978), p. 96.

  8. Cfr. Wolfgang Iser, L’acte de lecture. Théorie de l’effett esthétique, Bruxelles, Mardaga, 1985.

  9. U. Eco, Lector in fabula, traduzione di Myriem Bouzaher, Paris, Grasset, 1985, pp. 80-81.

  10. Cfr. M. Riffaterre, L’illusion référentielle, cit., p. 91.

  11. Roland Barthes, La morte dell’autore, in Il brusio della lingua. Saggi critici IV, a cura di Bruno Bellotto, Torino, Einaudi, 1988, p. 56.


Quest’opera è distribuita con licenza CC BY-NC-ND 4.0.

Pubblicato da Sara Gemma

ha studiato Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Si è laureata con una tesi in Letteratura italiana dal titolo Le misure dell’umano. Scienza e fantascienza nelle Storie naturali di Primo Levi. Per un soggiorno di un semestre, ha studiato Textes, interprétation et édition presso l’Université de Lorraine, Nancy. Attualmente studia Filologia moderna presso l’Ateneo federiciano. Collabora con la rivista culturale «Kairós».

ISSN 2723-9527