Hilde Domin. La salvezza attraverso la parola

Hilde Domin. La salvezza attraverso la parola

Sono così viva [wach],
che posso contare le spighe*

1. Scrivere come respirare

Una particolarità contrassegna la poesia di Hilde Domin: il fatto che le liriche della sua prima raccolta, del 1959, Nur eine Rose als Stütze [Solo una rosa a sostegno[1]], al cui centro c’è il tema dell’esilio, sono state scritte, nella sua madrelingua, per lo più, a partire dal ritorno in Europa, nel 1954, dopo averla lasciata nel 1932, all’epoca in cui il nazismo iniziava la sua ascesa, e aver passato i precedenti anni nella Repubblica Dominicana. Di fatto, Domin inizia a scrivere poesie proprio in questa terra, nel 1951, il giorno successivo a quello in cui riceve la notizia della morte di sua madre[2] e dopo aver svolto un’intensa attività di traduttrice.
In una testimonianza autobiografica, lei stessa configura un tale giorno come quello spartiacque che, nella sua vita, separa due tratti ben distinti di essa: il giorno della sua «partenogenesi», ossia quello in cui, propriamente, è nata[3]: «Perché scrivo? Non era un qualcosa di previsto. Non doveva accadere. […] È accaduto. […] È la mia seconda vita. […] Perché io sono due persone. La persona che ero prima e la persona che sono da quel momento in avanti»[4].
Dicevamo dell’attività di traduttrice della Domin. Ebbene, essa è coessenziale al momento stesso in cui inizia a scrivere, perché, immediatamente dopo la stesura dei versi originali in tedesco, passa ad autotradursi in spagnolo: «[s]crivevo in tedesco, ovviamente. Ma le poesie avevano appena visto la luce che le traducevo in spagnolo per vedere come reggevano in quanto testi. Per guadagnare distanza»[5]. Il che sembra voler dire che la madrelingua, per lei, «è fin da subito una scelta, non un percorso obbligato»[6]: un qualcosa che contiene in sé la motivazione più profonda della sua identità originaria, nel momento preciso in cui deve far fronte al dolore per il lutto che l’ha colpita. «In quei giorni […] divenni Hilde Domin e tutti gli anni di pellegrinaggio, di paese in paese, di lingua [Sprachgebiet] in lingua, si rivelarono improvvisamente una preparazione, anni di apprendistato. […] Da allora, per me, scrivere è come respirare: si muore, se si smette»[7].
E proprio il senso di estrema appartenenza che ci è trasmesso dalla morte della nostra genitrice ricorre nella poesia che apre la raccolta del 1959, prima citata. Qui, campeggia la figura dell’“errante radice”, nel senso che noi non solo dobbiamo «saper andare via», ma dobbiamo anche essere, al tempo stesso, «come un albero»: sentirci «a casa, / ovunque essa sia», ossia sentirci in ogni luogo come presso la «tomba / di nostra madre»[8].
Questo motivo per cui il cimitero è l’unico posto in cui sentirsi «un po’ più a casa / che in altri luoghi» ricorre anche nella seconda poesia della raccolta in questione[9]. Si tratta della prima lirica scritta da Domin al suo ritorno in Europa, da lei pubblicata, originariamente, in autotraduzione spagnola[10]. Qui, fra l’altro, si trova anche la descrizione dell’abitazione in cui scrive la sua prima poesia in assoluto, a seguito dell’arrivo a lei della notizia in precedenza riferita.
Ci è presentata come una casa in cui si è ospiti, dove chi la abita è un «viandante / di giorno in giorno, / di Paese in Paese», dove ciò che prende «corpo [Fleisch]» è la «parola […] fugace» di «ogni luogo [das Wort / von der Flüchtigkeit / allen Hierseins]». A conferma, infine, del fatto che sono proprio gli alberi a trasmetterci un senso forte di radicamento, ecco che il melo e l’ulivo del titolo sono definiti come un qualcosa che può dirsi nostro «ovunque [überall[11]. Melo e ulivo i quali ritornano anche in un’altra poesia, a marcare il luogo in cui proprio l’abbattimento di un grande albero deve far spazio per la costruzione di una piccola casa in pietra dalle pareti bianche[12].
Ora, proprio in funzione di ciò che abbiamo visto all’inizio, ossia che Domin inizia a scrivere poesie solo al suo rientro in Europa, Hans-Georg Gadamer ha potuto parlare di lei come di una «poetessa del ritorno» e non dell’esilio[13]: «la poesia è sempre un ritorno – un ritorno alla lingua»[14].
Di fatto, Domin stessa afferma che la motivazione primaria per cui ella scrive è data dalla lingua: «[d]a quando ho questa specie di confidenza [Umgang] con essa, da quando è la mia compagna, non posso più lasciarla. È una passione […]. È una specie di arte magica, un atto di liberazione»[15]. E la lingua altro non è che la rosa che funge da sostegno nella poesia che dà il titolo alla sua prima raccolta. Da sostegno rispetto all’io lirico raffigurato come un che di fluttuante, «in alto nel vuoto», in cerca di una stabilità: come l’abitante di «una stanza nell’aria», di «un nido nel vento», di un giaciglio «tra le piume», di una regione eterea fra le «nuvole lucenti» che, rapide, «si muovono sulla terra ferma»[16]. Lingua che è vissuta come un’àncora di salvezza, a maggior ragione da lei che è ebrea: che è una poetessa tedesca «di destino ebreo». Il che è già indice di un insanabile paradosso, dove – alla maniera di Paul Celan – «il Sì e il No non sono più separabili».

C’è qualcuno che viene scacciato e perseguitato, […] [che] nella disperazione prende la parola e la rinnova, rende la parola qualcosa di vivo, la parola che è insieme la sua e quella del persecutore. Colui che fugge dall’odio razziale è solo il più infelice, il più respinto dei poeti dell’esilio. E mentre ancora fugge e viene perseguitato, forse persino ucciso, la sua parola si attrezza per la via del ritorno, per ritornare ad abitare nel centro vitale dei suoi persecutori: […] [egli] non può far altro che amare la lingua, tramite la quale vive e che gli dà vita. E in cui la sua vita è stata straziata [beschädigt][17].

Nelly Sachs, destinataria della presente Lettera e anche lei poetessa tedesca «di destino ebreo», è definita, infatti, come quella che ha provveduto a seppellire i morti nella sua parola: colei che, sotto gli occhi ammutoliti delle vittime e dei sopravvissuti, ha dato loro una voce. Nella sua poesia si respira, in tal modo, un’atmosfera di «grande catarsi» e un senso di «liberazione», per il fatto che il peso, altrimenti insostenibile, del tempo è stato reso da lei «più leggero». Da lei, vittima, scampata all’orrore per poco. E che proprio di questo fa motivo di dolore e di sofferenza.

Nel dolore, ma senza acredine si sono liberati nella tue parole […]. Con le tue parole hanno percorso […] la via che percorrono tutti i morti. E in questo poteva riuscire solo qualcuno che fu sia vittima che scacciato, e che è poeta tedesco. Qualcuno per cui la lingua tedesca è un fatto proprio e che è dunque totalmente tedesco. E che nel contempo appartiene totalmente alle vittime[18].

Siamo messi così di fronte a quello che, per Domin, è il compito stesso della poesia, dove se, da un lato, il poeta è «costretto a vivere» in una «concreta realtà», dall’altro, la «deve trasformare in linguaggio», elevando il particolare «nella sfera del destino». In tal senso, si può dire che egli «scrive per tutti». E può farlo solo utilizzando la propria lingua, spingendola fino al punto in cui essa si fa massimamente «acuminata e tagliente»[19].
La poetessa paragona spesso il momento in cui si inizia a scrivere con quello in cui ci coglie, inaspettato, l’amore: come un «risveglio» che ci pone al cospetto degli «occhi amati», come un incedere verso l’aperto, «a ritmo [im Takt] con il nostro cuore»[20]. «Niente è così fugace [flüchtig] / quanto l’incontro»[21].
E l’incontro è immaginato come un abbandonarsi fra le braccia dell’amato, simile a una «mandorla nel suo guscio», sopra un letto in una «notte che non ha luoghi [im Nirgendwo der Nacht]», dove «tutto è diverso», ma dove «tutto è [anche] uguale»[22]. L’abitazione destinata ad accogliere i due amanti ha l’aspetto, inoltre, di una vera e propria «casa dei […] desideri», dove nulla manca delle atmosfere più felici vissute dalla poetessa nei suoi tanti soggiorni, in giro per il mondo: «[i]l cielo azzurro dei Tropici, / l’aria leggera di Madrid, / […] [il] verde / delle colline di Heidelberg. / […] [Il] [p]rofumo di glicini / di via Monte Tarpeo [a Roma]»[23]. Viene evocata, qui, una modalità dell’abitare talmente labile ed eterea che la sua esile consistenza si avvale, di nuovo, solo di un fragile sostegno: dell’«avallo delle nuvole». «Ho nostalgia [Heimweh] di una terra / in cui non sono mai stata, / dove tutti gli alberi e i fiori / mi conoscono, / […] dove mi si deve accettare / […] con l’avallo delle nuvole»[24]. Di una terra in cui la nostra casa si trovi proprio «tra le radici / dei fiori»[25], all’ombra di alberi fidati che ci mandano un «saluto […] a sera»[26], nel cerchio di un volo di rondini che tessono, sopra la nostra testa, «un tetto trasparente»[27].

2. Il clima del cuore

Nella seconda raccolta di Domin, Rückkehr der Schiffe [Rientro delle navi], del 1962, il motivo della salvezza attraverso la parola trova il suo compimento[28]. La poesia di riferimento è quella in cui, nel segno di un «clima del cuore», «immotivato [ohne Grund]» perché estemporaneo, si parla di una «risurrezione / di tutti i nostri / fiori morti / nel vento di Pasqua / di un sorriso»[29]. La massima felicità cui ci è dato accedere – la felicità che sopraggiunge, appunto, senza alcun motivo – è ora identificata con quello stato in cui noi, vestendo l’abito dell’umiltà, siamo contemporaneamente edotti circa la necessità di essere sempre disincantati, consapevoli del fatto che il grande sogno che coltiviamo può essere proprio ciò che «[c]i perseguita»[30]. «Se tutto ti invita, / allora è l’ora / in cui tutto ti abbandona»[31].
Un’altra istanza che si fa strada in questa raccolta è data dal desiderio di Domin di operare un’estrema rarefazione dei mezzi espressivi, affidando il proprio dolore «agli oggetti concreti, all’ontologia del mondo sensibile»[32], in modo da espungerne così ogni inflessione soggettiva. La parola che è stata da lei conquistata è definita, infatti, come «[l]iberata [losgelöst]», come capace di transitare senza infingimenti «da me a te», al pari di una «foglia [Blatt]» che trova mobile “sostegno” nell’acqua su cui «galleggia»[33].
«Arriva sempre [la parola], / non smette mai di / arrivare»[34]. Essa si dà come il principio di «una nuova lingua, / la lingua dei fiori di ciliegio»: una lingua per mezzo della quale, poiché ospita dentro di sé il silenzio, ci si può, finalmente, rendere disponibili «a tacere»[35]. Una lingua, perciò, propriamente «senza parole [wortlos[36], articolando la quale impariamo «a disimparare»: noi che possiamo dirci rinati, che siamo sì gli stessi, ma che siamo anche «già altri»[37], che siamo a tal punto nuovi da poterci dedicare a «contare le spighe»[38].

La poetessa si definisce sempre come una che è «senza casa», tant’è che vive tra pareti fatte di gioia e di dolore e muore di una ferita delicata come la «piuma del petto / di una colomba»[39]. «Una rosa è una rosa. / Una casa [Heim] invece / non è una casa»[40].
Nella raccolta che stiamo esaminando, ella si definisce come una straniera che parla la lingua del posto. E proprio come il luccichio di alcune stelle arriva a noi solo dopo che esse sono già morte, così è anche per quel sorriso che, per quanto emana ancora luce è, invece, «già spento da tempo»[41]. E, a proposito della luce, il cuore stesso è definito come un girasole che ruota alla ricerca di essa: che si orienta in direzione di quel «bagliore da tempo svanito», verso cui solleviamo «la testa / nei giorni bui»[42]. Luce che, erompendo dal nostro petto, lenisce, come «acqua dolce» e mite, la «grande ferita / senza lembi»[43] che lo dissangua.

3. Qui

La terza raccolta di Domin, Hier [Qui], del 1964, inizia con la poesia Lyrik [Lirica]: «la non parola [Nichtwort] // tesa / tra // parola e parola»[44].
Essa ci introduce subito nel nuovo clima poetico del momento. Sono anni, questi, in cui ci si inizia a interrogare molto sull’incidenza sociale e politica della poesia. E Domin stessa lo fa, se è vero che anch’ella avvia una riflessione teorica, confluita nel testo, prima già richiamato, Wozu Lyrik heute[45], che fa da cornice più generale non solo alla raccolta appena citata, ma anche alle due successive[46]. La tensione che regna fra parola e parola non è altro, infatti, che la lirica stessa, dove la negazione sembra alludere alla «pausa attiva» del non-detto, ossia a «ciò che il poeta ha eliminato rispetto a ciò che ha scelto di far cadere definitivamente sulla pagina»[47]. «Il poeta lirico ci fornisce una pausa in cui il tempo se ne sta fermo [still[48].
E proprio nel segno di questa priorità del non-detto, Domin qualifica come «più belle» quelle poesie che «non scriver[à] mai»[49], laddove, le poesie che, da lei, sono state composte, simili a «[f]iglie non volute»[50], sono, invece, esposte al gelo, in una terra straniera.
In Qui, la parola ricercata è la parola che odora di umanità, che è semplice, non contraffatta, che è intrisa di quel «respiro / che muove il foglio»[51], di quel respiro che si agita «nella gola di un uccello»[52]. In tal senso, essa, roteando, distende ali «piumate di nostalgia [heimwehgefiedert[53] e, proprio nel segno di quell’ossimoro che abbiamo prima incontrato, se, da un lato, vola via, dall’altro, mette anche radici[54], in quanto il suo vivente palpito va alla ricerca di una bocca che la proferisca[55].
E di una bocca che la proferisca, in quanto indirizzata verso un orecchio che la raccolga e la ascolti. Trattando del triplice coraggio che caratterizzerebbe la lirica, Domin parla, infatti, dopo di un «coraggio del dire» e di un «coraggio del nominare», di un «coraggio del chiamare [Rufen]»: di un coraggio di «credere a una raggiungibilità [Anrufbarkeit] dell’altro»[56].
La nostra più autentica libertà è fatta consistere, infatti, nel «dire i nomi giusti»[57]. La qual cosa «vale solo / tra gli esuli»[58], ossia quando pronunciamo correttamente «la parola / […] di una lingua / straniera»[59]: quando due esseri, dandosi la mano, sperimentano una «distanza […] [i]mmensamente [unendlich] vasta»[60], simile a quella che regna fra due continenti. «Conserviamo la / nostalgia [Heimweh] per il commiato [Abschied] / a lungo / dopo il ritorno»[61].
In questa luce, Domin procede anche a una rilettura del mito di Orfeo, dove quest’ultimo non ha bisogno di girarsi verso Euridice, per cercarla, perché ne sente la presenza/distanza proprio grazie alla mano di lei posata sulle sue spalle[62].

4. Sisifo e Caino

Le due raccolte di poesie successive a Qui sono Höhlenbilder [Figure rupestri], del 1968, e Ich will dich [Ti voglio], pubblicata, in prima edizione, nel 1970 e poi ampliata e rivista, per l’edizione tascabile, nel 1995. La prima è molto esigua e consiste solo di dodici brevi componimenti, risalenti agli anni 1951-52. Il titolo allude a quella «caverna [Höhle]» della nostra «paura [Angst]» sulle cui pareti sono incise immagini rituali e «simboli». Si tratta, per lo più, di poesie d’amore, di ispirazione marcatamente sensuale, in quanto si parla del corpo della poetessa come di un prato sontuosamente fiorito[63], nonché del suo sesso come di un uccellino che trema sotto la presa dello sguardo dell’amante[64]. In tal senso, le parole indirizzate verso quest’ultimo sono definite come «un tratto [Zeichen] nella sabbia / disperso dai venti notturni»[65], come «nuove strade / dolorosamente inesplorate / da te a me»[66], nella speranza che ogni desiderio ardente dell’altro giunga sempre a destinazione e mai «rimanga inappagat[o] [ungestillt[67].
La raccolta Ti voglio denuncia, invece, fin dalla prima poesia che la compone, un’ispirazione più decisamente politica e civile, se è vero che, in tale poesia, ci si batte per restituire alla parola “libertà” un’identità sottratta alle oscillazioni capricciose della moda: a quell’usura che ne fa l’oggetto di una manipolazione illimitata[68]. Di contro, ella si appella a quel principio che chiama «il sempre e comunque [das Dennoch] di ogni lettera», nonché ai valori del «coraggio civile», della «solidarietà» e della «condivisione del dolore [Mit-Schmerz[69].
Ora, la personificazione del «sempre e comunque di ogni lettera» è rappresentata, per Domin, dalla figura mitologica di Sisifo: figura in cui, secondo lei, «non c’è rassegnazione, ma resistenza»[70]. A Sisifo, ella dedica non solo una poesia[71], ma anche la quinta delle sue lezioni di poetica tenute a Francoforte. Qui, si parla dell’eroe greco come di un «aspetto significativo della conditio humana», come di una figura che, simboleggiando il «paradosso dell’esistenza», offre un esempio di «estrema attualità»: un esule, in poche parole, visto che il Novecento può dirsi proprio il «secolo dei profughi»[72].
In questa lezione, il tema della salvezza attraverso la parola è centrale, in quanto, sull’onda della versione del mito fornita da Camus, Domin vede la scrittura come un «momento di libertà», come un «impegno costante di padroneggiare la realtà, anche quando sembra senza uscita»: di provare a cambiarla, di «renderla più vivibile»[73], «denominabile e configurabile»[74].
Si chiede la poetessa, autointerpretando la lirica Sisifo: «Cosa ci si aspetta […] da colui a cui è rivolta? […] Che prenda posizione […] contro il modo di pensare amico/nemico. Che, per quanto possa sembrare impossibile, l’uomo si faccia per l’uomo un aiuto. L’uomo, che ha sofferto, è più incline a dare spazio alla speranza»[75]. E Domin arriva a identificare proprio con la lingua il macigno che Sisifo è condannato a spingere in su, a vederla come quell’immane fatica di adattamento cui l’esiliato deve provvedere, «giorno dopo giorno» e provando «più sofferenza di altri»[76].
La parola è vista ora come un qualcosa che stringe un legame strettissimo con l’oggetto. E ciò a tal punto che l’una e l’altro stanno sotto il regime di una «stessa temperatura del corpo»[77]. Essa è vista prendere il volo in quella grande corrente d’aria a cui si abbevera anche il nostro lungo respiro, quando va a sfiorarne la pelle che la fodera[78].
Colpisce poi come, a partire dalla raccolta in questione, la poetessa non faccia più uso della punteggiatura e neanche degli altri segni di interpunzione[79]. Il perché ce lo spiega laddove definisce le sue parole come porte e «finestre aperte» che «temono […] / una semplice virgola», in quanto quest’ultima, producendo intralcio e seminando inganno, può essere causa di «tradimento / dell’uomo / all’uomo»[80].
Nella raccolta Ti voglio, Domin persegue, inoltre, una ricerca della parola esatta, giusta, precisa[81], in quanto proprio da questo impiego si originano tutta una serie di conseguenze che, in ultima istanza, possono avere ricadute positive anche sul piano della giustizia sociale.

Se quel che viene detto non è ciò che si intende, allora le opere non trovano realizzazione; se non trovano realizzazione, allora l’arte e la morale non fioriscono; se l’arte e la morale non fioriscono, allora la giustizia non coglie nel segno; se la giustizia non coglie nel segno, allora il popolo non sa dove posare il piede e mettere la mano. Ecco perché, per quanto riguarda le parole, non si può tollerare arbitrio[82].

Ma c’è un’altra figura, questa volta non mitologica, come Sisifo, ma biblica, anch’essa simbolo di resistenza, cui Domin si richiama, nella presente raccolta: Caino. La poesia che lo riguarda è definita dalla poetessa, addirittura, come la sua «ultima parola»[83]. L’invito che ella rivolge ad Abele è quello di rialzarsi, perché, girata la pagina relativa alla sua uccisione, ora, come «ogni giorno», «bisogna ricominciare da capo [neu gespielt werden]»: «Abele àlzati […] / affinché Caino dica / […] Io sono il tuo custode / fratello / […] Abele àlzati / affinché si possa ricominciare / tra tutti noi»[84].


* Hilde Domin, Alla fine è la parola, a cura di P. Del Zoppo, trad. it. di O. Granato, Bracciano, Del Vecchio, 2013, pp. 290-291 [Fahrt durch Kastilien: Viaggio per la Castiglia].

  1. L’ed. it. di questa raccolta è in ivi, pp. 46-225. Questo vol. raccoglie anche la seconda raccolta della poetessa, del 1962: Rückkehr der Schiffe [Rientro delle navi], pp. 226-353.
  2. «Quando, dopo la morte di mia madre, […] giunsi al limite, ecco che all’improvviso avevo la lingua che per tanto tempo mi era servita. Sapevo cosa fosse una parola. Mi liberai tramite la lingua. Se non mi fossi liberata, non sarei sopravvissuta». Cfr. H. Domin, Vita come odissea linguistica, in Id., Il coltello che ricorda, a cura di P. Del Zoppo, Bracciano, Del Vecchio, 2016, pp. 55-63: p. 62.
  3. Cfr. H. Domin, Unter Akrobaten und Vögeln. Fast ein Lebenslauf, in Id., Gesammelte autobiographische Schriften. Fast ein Lebenslauf, Frankfurt/M., Fischer, 1993, pp. 21-31: p. 28. Qui, leggiamo: «Io sono venuta al mondo soltanto nel 1951. […] Mia madre era morta da poche settimane. […] Quando […] io aprii gli occhi, […] ritornai a casa nella parola» (p. 21).
  4. H. Domin, Ich schreibe, weil ich schreibe, ivi, pp. 176-183: p. 176.
  5. H. Domin, Vita come odissea linguistica, cit., p. 62.
  6. Paola Del Zoppo, Hilde Domin: scrivo, perché scrivo, introduzione a H. Domin, Con l’avallo delle nuvole. Poesie scelte, a cura di P. Del Zoppo e O. Granato, Bracciano, Del Vecchio, 2011, pp. 7-15: p. 8. Circa il fatto che «la lingua tedesca è vissuta [da Domin] come una scelta», della precedente autrice, cfr. anche La città doro fatta di niente, introduzione a Alla fine è la parola, cit., pp. 5-22: p. 7. Inoltre, Domin stessa parla della madrelingua come del nostro «ultimo, inemendabile, sentirci a casa». Cfr. H. Domin, Heimat, in Id., Gesammelte Essays. Heimat in der Sprache, Frankfurt/M., Fischer, 1993, pp. 13-16: p. 14.
  7. H. Domin, Unter Akrobaten und Vögeln, cit., p. 25. La poetessa afferma di essere “divenuta” Hilde Domin solo nella Repubblica Dominicana, in quanto è proprio qui che ella si dà il suo nuovo cognome (l’originario era Löwenstein), in omaggio alla città di Santo Domingo. «Mi sono data il nome / mi sono chiamata / con il nome di un’isola». Cfr. H. Domin, Con lavallo delle nuvole, cit., pp. 178-179 [Landen dürfen: Poter approdare]. Sullo scrivere come respirare, si tenga presente, inoltre, la seguente, lapidaria, affermazione: «Nella misura in cui ho scritto, ho vissuto». Cfr. H. Domin, Ich schreibe, weil ich schreibe, cit., p. 177. Per due biografie della poetessa, cfr. Ilka Scheidgen, Hilde Domin. Dichterin des Dennoch. Eine Biographie, Lahr, Kaufmann, 2006, e Marion Tauschwitz, Dass ich sein kann, wie ich bin. Hilde Domin. Die Biographie, Heidelberg, Palmyra, 2009.
  8. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 50-51 [Ziehende Landschaft: Paesaggio in movimento]. In merito a questa figura dell’“errante radice”, Ben Hutchinson, «Dichterin der Rückkehr». Hilde Domin Retrospect. A Review Article, in «Modern Language Review», n. 2, 2010, pp. 479-486, parla della presenza di una dialettica, in Domin, fra «avventura artistica e sicurezza emotiva» (p. 482).
  9. Cfr. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 58-59 [Apfelbaum und Olive: Il melo e lulivo].
  10. Cfr. H. Domin, Meine Wohnungen – «Mis moradas», in Id., Gesammelte autobiographische Schriften, cit., pp. 71-138: pp. 72 e 101. In H. Domin, Sisifo: lo sforzo quotidiano di fare limpossibile, in Id., Lettera su un altro continente, a cura di P. Del Zoppo, trad. it. di O. Granato, Bracciano, Del Vecchio, 2014, pp. 65-85, la lirica in questione viene definita come la «prima poesia dopo il ritorno» (pp. 80-81).
  11. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 52-55 [Apfelbaum und Olive: Il melo e lulivo].
  12. Ivi, pp. 76-81 [Bau mir ein Haus: Costruiscimi una casa]. Un altro albero che popola l’immaginario della poetessa è il mandorlo: quello che ella si rappresenta in fiore, quando sogna di essere davanti alla sua casa d’infanzia. Cfr. H. Domin, Note a margine sul ritorno, in Id., Alla fine è la parola, cit., pp. 37-44: p. 39. In tal senso, in una poesia a esso intitolata, Domin esclama: «Dimmi: dov’è / il nostro mandorlo?». Cfr. Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 70-71 [Wo steht unser Mandelbaum: Dovè il nostro mandorlo]. Sul mandorlo, come «un albero simbolico nella cultura ebraica», cfr., in questo stesso vol., anche Ondina Granato, «Note», pp. 355-730: p. 356.
  13. Al riguardo, Domin ha più volte affermato che, per lei, «l’esperienza [Erlebnis] […] più decisiva non è stata l’esilio, l’allontanamento, ma il ritorno. Il ritorno dall’allontanamento». Cfr. H. Domin, «…und doch sein wie ein Baum». Die Paradoxien des Exils, in Id., Gesammelte Essays, cit., pp. 202-218: p. 202.
  14. Hans-Georg Gadamer, Hilde Domin, Dichterin der Rückkehr (1971), in Id., Gesammelte Werke, vol. IX: Ästhetik und Poetik II, Tübingen, Mohr, 1993, pp. 323-328: p. 324. L’altro testo di Gadamer dedicato a Domin è: Hilde Domin, Lied zur Ermutigung II (1966) e si trova in questo stesso vol., alle pp. 320-322. Ma diversi riferimenti alla poetessa sono contenuti anche nel testo che viene subito dopo il primo: Die Höhe erreichen, pp. 329-334. Domin ha rievocato il suo incontro con Gadamer, nella testimonianza in occasione dei cento anni del filosofo, in: Il mio incontro con Gadamer, in Aa. Vv., Incontri con Hans-Georg Gadamer, ed. it. a cura di G. Girgenti, Milano, Bompiani, 2000, pp. 12-13. Infine, oltre Gadamer, di un «rimpatrio [Heimkehr] nella parola» o di una «fuga dall’assenza di patria nella lingua», a proposito di Domin, ha parlato anche Stephanie Lehr-Rosenberg, «Ich setzte den Fuß in die Luft, und sie trug». Umgang mit Fremde und Heimat in Gedichten Hilde Domins, Würzburg, Königshausen & Neumann, 2003, p. 65.
  15. H. Domin, Ich schreibe, weil ich schreibe, cit., p. 177.
  16. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 154-155 [Nur eine Rose als Stütze: Solo una rosa a sostegno].
  17. H. Domin, Lettera aperta a Nelly Sachs, in Id., Alla fine è la parola, cit., pp. 25-44: pp. 32-33.
  18. Ivi, pp. 26-27 e 32. Domin ha curato un’edizione delle poesie di Nelly Sachs, con l’aggiunta di una postfazione. Cfr. Nelly Sachs, Gedichte, Frankfurt/M., Suhrkamp, 1977. Sulla poetica di Nelly Sachs, cfr., infine, il nostro: Nelly Sachs: il nome scritto sullaria, in «Aura. Rivista di letteratura e storia delle idee», n. 3, 2021.
  19. H. Domin, Lettera aperta a Nelly Sachs, cit., pp. 31 e 34. In tutto ciò, l’organo di cui si avvale il poeta per espletare il suo compito è il «nominare [Benennen]», a proposito del quale leggiamo la riflessione seguente: «Attraverso il nominare, la lirica rende l’oggi, la realtà, visibili. Essa aiuta la realtà a farsi realtà. […] Il lirico la mantiene […] in vita e capace di ferire [verletzend] […], la custodisce nella luce della parola giusta». Cfr. H. Domin, Wozu Lyrik heute. Dichtung und Leser in der gesteuerten Gesellschaft [A che scopo la lirica oggi. Poesia e lettori nella società sotto controllo], München, Piper, 1968, p. 28.
  20. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 64-65 [Gleichgewicht: Equilibrio].
  21. Ivi, pp. 160-161 [Das goldene Seil: La corda dorata]. In un primo tempo, è proprio così che doveva intitolarsi la raccolta di Domin del 1959. Anche la corda, infatti, è un appiglio: un qualcosa cui ci si regge e che ci sostiene nel momento dell’addio e della dipartenza.
  22. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 70-73 [Wo steht unser Mandelbaum: Dovè il nostro mandorlo].
  23. Ivi, pp. 104-105 [Ich lade dich ein: Ti invito]. Domin descrive le case da lei abitate in Meine Wohnungen – «Mis moradas», cit., dove le chiama «soggiorni», «stazioni», «rifugi» (p. 71).
  24. H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 180-183 [Auf Wolkerbürgshaft: Con lavallo delle nuvole].
  25. Ivi, pp. 94-95 [Abschied aus Andalusien: Partenza dallAndalusia].
  26. Ivi, pp. 82-85 [Wie wenig nütze ich bin: A quanto poco servo].
  27. Ivi, pp. 92-93 [Abschied aus Andalusien: Partenza dallAndalusia].
  28. Cfr. P. Del Zoppo, La città doro fatta di niente, cit., p. 13.
  29. H. Domin, Rientro delle navi, cit., pp. 265-267 [Osterwind: Vento di Pasqua]. Proprio in tal senso, Guy Stern, In Quest of a Regained Paradise: The Theme of Return in the Works of Hilde Domin, in «The Germanic Review. Literature, Culture, Theory», n. 3, 1987, pp. 136-142, declina il tema del ritorno, in Domin, come la ricerca di un paradiso da riconquistare. Il riferimento tanto al ritorno quanto al paradiso è presente anche nel titolo dell’unico romanzo della poetessa: Das zweite Paradies. Ein Rückkehr [Il secondo paradiso. Un ritorno], Frankfurt/M., Fischer, 19802.
  30. H. Domin, Rientro delle navi, cit., pp. 230-231 [Herbstaugen: Gli occhi dellautunno]. Sul sogno come «una barca / verso una riva sbagliata», cfr. anche la poesia della prima raccolta: Treulose Kahnfahrt [Gita in barca con inganno], in H. Domin, Solo una rosa a sostegno, cit., pp. 156-157.
  31. H. Domin, Rientro delle navi, cit., pp. 272-273 [Warnung: Avvertimento].
  32. P. Del Zoppo, La città doro fatta di niente, cit., p. 16.
  33. H. Domin, Rientro delle navi, cit., pp. 238-239 [Losgelöst: Liberata].
  34. Ivi, pp. 256-257 [Unaufhaltsam: Inarrestabile]. Scrive, al riguardo, Domin: «Io trovo una grande gioia nel contatto umano. La poesia è, per me, la via più breve che va dall’uomo all’uomo». Cfr. H. Domin, Befreiung durch Schreiben, intervista rilasciata dalla poetessa nel luglio 1994, in <http://ila-web.de/ausgaben/180/befreiung-durch-schreiben>. E inoltre: «Anche nelle poesie più negative è presente sempre la fede secondo cui la parola raggiunge un Tu. La poesia presuppone quella comunicazione che essa stessa fonda». Cfr. H. Domin, Das Gedicht als Augenblick von Freiheit. Frankfurter PoetikVorlesungen 1987/88, Frankfurt/M., Fischer, 1993, p. 52. Compare, qui, il termine «fede», il quale, in Domin, non presenta, però, un profilo segnatamente religioso. Tuttavia, non sono mancati tentativi di studiare le ricadute che, sul piano omiletico, la sua riflessione poetologica può avere. Cfr., ad esempio, Franziska Loredan-Saladin, Dass die Sprache stimmt. Eine homiletische Rezeption dichtungstheoretischen Reflexionen von Hilde Domin, Fribourg, Academic Press, 2008.
  35. H. Domin, Rientro delle navi, cit., pp. 262-263 [Linguistik: Linguistica].
  36. Ivi, pp. 294-295 [Fahrt durch Kastilien: Viaggio per la Castiglia].
  37. Ivi, pp. 298-301 [Kindersarkophag: Sarcofago per bambini].
  38. Ivi, pp. 290-291 [Fahrt durch Kastilien: Viaggio per la Castiglia].
  39. Ivi, pp. 306-307 [Behütet: Protetta].
  40. Ivi, pp. 324-325 [Mit leichtem Gepäck: Con bagaglio leggero].
  41. Ivi, pp. 331-333 [Fremder: Straniero].
  42. Ivi, pp. 334-335 [Orientierung: Orientamento].
  43. Ivi, pp. 342-343 [Rückkehr der Schiffe: Rientro delle navi].
  44. H. Domin, Qui, in Id., Lettera su un altro continente, cit., pp. 86-201: pp. 88-89.
  45. Michael Braun, Exil und Engagement. Untersuchungen zum Lyrik und Poetik Hilde Domins, Frankfurt/M.-Berlin-Bern-New York-Paris-Wien, Lang, 1993, mette in rapporto questo scritto teorico di Domin con Probleme der Lyrik (1951) di Gottfried Benn e Der Meridian (1961) di Paul Celan, sostenendo che si tratta delle «poetiche di poeti più significative della letteratura tedesca post-bellica» (p. 141). Il nome di Benn, in particolare, ritorna anche nel contributo di Dieter Sevin, Hilde Domin: Rückkehr dem Exil als Ursprung und Vorassetzung ihrer Poetologie, in Aa. Vv., Ästhetiken des Exils, a cura di H. Schreckenberger, Amsterdam-New York, Rodopi, 2003, pp. 353-364, laddove la riflessione teorica di Domin è vista mediare quell’opposizione rappresentata dalle figure, da un lato, di Benn e, dall’altro, di Brecht: «Più positiva di Benn, […] ma meno ottimistica di Brecht» (p. 355).
  46. Wozu Lyrik heute inizia, infatti, con una riproposizione del titolo, ma in forma interrogativa: «A che scopo la lirica oggi?». E così prosegue, qualche riga più avanti: «La lirica ha ancora una funzione all’interno della realtà della nostra vita moderna? E se sì, quale? Così formulato, il nostro tema suona: poesia e realtà» (pp. 11-12). Si tenga anche presente che, all’epoca in cui cade lo scritto in questione, un divieto autorevole da infrangere era dato da quella famosa sentenza di Adorno secondo cui, dopo Auschwitz, sarebbe impossibile fare ancora poesia. Su questo punto, cfr. Aa. Vv., Lyrik nach Auschwitz? Adorno und die Dichter, a cura di P. Kiedaisch, Stuttgart, Reclam, 1995.
  47. P. Del Zoppo, Sorgente e pane, in H. Domin, Lettera su un altro continente, cit., pp. 9-42: p. 17. Circa la nozione di «pausa attiva», di «istante di libertà» o di «durata indefinita», Domin la teorizza in Das Gedicht als Augenblick von Freiheit, cit., p. 48.
  48. H. Domin, Wozu Lyrik heute, cit., p. 13.
  49. H. Domin, Qui, cit., pp. 112-113 [Schöner: Più belle].
  50. Ivi, pp. 124-125 [Hier: Qui].
  51. Ivi, pp. 148-149 [Bei der Lektüre Pablo Nerudas: Leggendo Pablo Neruda].
  52. Ivi, pp. 200-201 [Ars Longa].
  53. Ivi, pp. 158-159 [Immer kreisen: Sempre volteggiano].
  54. Cfr. ivi, pp. 156-157 [Das Gefieder der Sprache: Le piume della lingua] e pp. 160-161 [Vogel mit Wurzeln: Uccelli che mettono radici].
  55. Cfr. ivi, pp. 200-201 [Ars Longa]. Un motivo, questo, già presente in H. Domin, Rientro delle navi, cit., laddove si fa riferimento a una parola che, proprio perché abita la soglia del non-detto [ungesprochen], può essere considerata, a tutti gli effetti, come pienamente «viva [lebendig]» [Unaufhaltsam: Inarrestabile, pp. 256-257]. Margret Karsch, «Das Dennoch jedes Buchstabens». Hilde Domins Gedichte im Diskurs um Lyrik nach Auschwitz, Bielefeld, Transcript, 2007, parla della poesia in questione come di un «salm[o] in lode di quel respiro che mette capo alla parola» (p. 110). Respiro che, più in generale, anche secondo Gadamer, sarebbe quel «tono inconfondibile» che caratterizza tutta la poesia di Domin. Cfr. H.-G. Gadamer, Hilde Domin, Dichterin der Rückkehr, cit., p. 323.
  56. H. Domin, Wozu Lyrik heute, cit., p. 17.
  57. H. Domin, Qui, cit., pp. 108-109 [Salva Nos, 2].
  58. Ivi, pp. 178-179 [Entfernung: Distanza]. Ricordiamo che, nella produzione di Domin, proprio la Lettera aperta a Nelly Sachs tratta del «“paradosso vitale” del poeta in esilio nella sua forma più acuta». In essa, l’esilio è visto, cioè, come «il paradigma più esteriore dell’esistenza del poeta in generale». Cfr. H. Domin, Wozu Lyrik heute, cit., p. 9.
  59. H. Domin, Qui, cit., pp. 166-167 [Exil: Esilio].
  60. Cfr. ivi, pp. 178-179 [Entfernung: Distanza].
  61. Ivi, pp. 180-181 [Wir nehmen Abschied: Ci congediamo].
  62. Ivi, pp. 182-183 [Brief af den anderen Kontinent: Lettera su un altro continente].62 H. Domin, Figure rupestri, in Id., Lettera su un altro continente, cit., pp. 202-227: pp. 204-205 [Senza titolo].
  63. Cfr. ivi, pp. 206-207 [Dein Mund auf meinem: La tua bocca sulla mia].
  64. Cfr. ivi, pp. 210-211 [Mein Geschlecht zittert: Il mio sesso trema].
  65. Ivi, pp. 212-213 [Schrift: Parole].
  66. Ivi, pp. 214-215 [Neue Wege: Nuove strade].
  67. Ivi, pp. 220-221 [Galionsfigur: Polena].
  68. Cfr. H. Domin, Ti voglio, in Id., Lettera su un altro continente, cit., I, pp. 232-233 [Ich will dich: Ti voglio]. Ulrike Böhmel Fichera, Hilde Domin, Napalm-Lazarett und Brennende Stadt (Beirut), in Aa. Vv., Poesia tedesca contemporanea. Interpretazioni, a cura di A. Chiarloni e R. Morello, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1996, pp. 11-23, parla dei componimenti che formano questa raccolta come di «“poesie pubbliche”, di una forma attualizzata di lirica politica o impegnata» (p. 14).
  69. H. Domin, Ti voglio, cit., I, pp. 236-237, 238-239 e 240-241 [Drei Arten Gedichte aufzuschreiben, 1, 2 e 3: Tre modi di scrivere poesie, 1, 2 e 3]. Nell’intervista Befreiung durch Schreiben, cit., Domin definisce questa poesia in tre tempi come «un postulato», come una delle sue più importanti, proprio per la centralità che riveste, in essa, il tema del «coraggio civile».
  70. F. Loredan-Saladin, Dass die Sprache stimmt, cit., p. 322.
  71. Cfr. H. Domin, Ti voglio, cit., I, pp. 260-263 [Sisyphus. Variationen auf einen Imperativ von Mallarmé: Sisifo. Variazioni su un imperativo di Mallarmé].
  72. H. Domin, Sisifo: lo sforzo quotidiano di fare limpossibile, cit., pp. 65-66.
  73. Ivi, pp. 67 e 76.
  74. H. Domin, Das Gedicht als Augenblick von Freiheit, cit., p. 76.
  75. H. Domin, Sisifo: lo sforzo quotidiano di fare limpossibile, cit., p. 75.
  76. Ivi, p. 77.
  77. H. Domin, Ti voglio, cit., II, pp. 282-283 [Wort und Ding: La parola e loggetto]. Sul rapporto parola-cosa, cfr. anche la seguente riflessione: «Le parole si riferiscono (meinen) alle cose. Queste ultime vengono trasformate o diversamente ordinate a seconda delle combinazioni di parole». Cfr. H. Domin, Ich schreibe, weil ich schreibe, cit., pp. 177-178.
  78. Cfr. H. Domin, Ti voglio, cit., II, pp. 288-289 [Der grosse Luftzug: Il grande soffio].
  79. Sulla base di quest’assenza di punteggiatura, in Domin, Maria Pia De Martin, Hilde Domin: viaggio verso la parola, in «Miscellanea della Scuola Superiore di Lingue Moderne per interpreti e traduttori», n. 3, 1996, pp. 225-230, la mette a confronto con Ungaretti, poeta di cui ella, nel 1965, traduce in tedesco alcune liriche. Per la precisione, cinque da Il taccuino del vecchio e una da Lallegria.
  80. H. Domin, Ti voglio, cit., I, pp. 272-273 [Zur Interpunktion: Sulla punteggiatura]. Il «tradimento» di cui qui si parla rimanda alla nozione analoga teorizzata da Hans Magnus Enzensberger, Per una teoria del tradimento (1964), in Id., Politica e crimine. Nove saggi, trad. it. di D. Zuffellato, Torino, Bollati Boringhieri, 1998, pp. 270-286. Qui, l’Autore muove dal fatto che ognuno di noi, non solo, «può diventare un traditore», ma anche che, «in determinate condizioni storiche», può essere «costretto a diventarlo». Ne discende che, «per non essere tacciati di tradimento, bisogna tradire immediatamente quanto si è creduto fino a quel preciso istante» (p. 271).
  81. In realtà, questa è una cifra stilistica che connota, fin dall’inizio, tutta la poesia di Domin, se è vero che Walter Jens, Vollkommenheit im Einfachen, in «Die Zeit», 27 novembre 1959, nella sua recensione a Solo una rosa a sostegno, poteva scrivere che essa si caratterizza per una dizione «chiara e precisa, semplice e compiuta».
  82. H. Domin, Wozu Lyrik heute, cit., p. 29. Parole, queste, attribuite da Domin a Confucio.
  83. H. Domin, Sisifo: lo sforzo quotidiano di fare limpossibile, cit., p. 83.
  84. H. Domin, Ti voglio, cit., I, pp. 276-279 [Abel steh auf: Abele àlzati].

Pubblicato da Giuseppe D'Acunto

ha insegnato presso le facoltà di Filosofia della «Sapienza» e dell’Università Europea di Roma. Tra i suoi ultimi volumi: Viandare. Etica e spiritualità del camminare (Edup 2019); Il logos della carne. Il linguaggio in Ortega y Gasset e nella Zambrano (Cittadella 2016); Romano Guardini: concretezza e opposizione (Urbaniana University Press 2014); Semiotica dell’espressione. Il gesto che si fa ritmo, parola (Lithos 2013, primo al Premio Nazionale di Filosofia “Figure del pensiero” 2015); Dualitas. Figure del dubbio e dell’errore in filosofia (Studium 2012, menzione speciale al Premio di Filosofia “Frascati” 2013). È direttore della rivista di filosofia «Consecutio Temporum», condirettore della rivista di filosofia «Azioni Parallele», nonché membro del Comitato direttivo del «Centro per la Filosofia Italiana».