Il futuro amputato. Effetti della guerra nel vegliardo sveviano

Il futuro amputato. Effetti della guerra nel vegliardo sveviano

1. Il tempo ultimo: il vegliardo

…dei raggi di sole […] andarono a raggiungere Teresina che ormai era lontana da me una quarantina di metri e di me più in alto di una decina o più […] Il sole non illuminò me. Quando si è vecchi si resta nell’ombra anche avendo dello spirito. (p. 427, corsivo nostro)[1]

Mentre l’epifania ridente e bruna di Teresina[2], in una delle ultime note della Coscienza, si allontana avanzando radiosa nella luce del maggio 1915, Zeno resta immobile, indietro, in basso, nell’ombra. La geometrizzazione dei due campi metaforici non potrebbe essere più netta; ad opporre più radicalmente – piuttosto che ad avvicinarle – la spietata giovinezza di Teresina e l’osceno morbus della vecchiaia di Zeno è il riso, rifratto dalla bocca dell’una a quella dell’altro e mutato di sentimento, oltre che di direzione. Zeno è così consegnato cerimoniosamente, nel finale della Coscienza, alla zona d’ombra della vita, la vecchiaia, a dispetto di quanto «spirito» ancora dimostri. E così, giocondo nell’«orrendo temporale» (p. 435) della guerra, che illumina escatologicamente di luce nuova tutta la sua vita fino a quel momento, Zeno termina cura e «libercolo», ormai persuaso della propria «salute solida» (p. 439).
Come in alcune teorie cosmologiche, però, all’implosione dell’universo-Zeno segue una nuova esplosione, e l’ormai settantenne vegliardo ricomincia a scrivere. Tra le ultime annotazioni della Coscienza, datate 24 marzo 1916, e le prime dell’ultimo incompiuto romanzo sveviano (i capitoli che, rifatti, sarebbero dovuti confluire ne «Il vegliardo, una continuazione di Zeno»[3]), è trascorso, seguendo la cronologia interna, più di un decennio: 4 aprile 1928 è la data che nel frammento diaristico Le confessioni del vegliardo segna l’inizio di «un’era novella» (p. 471), quella della narrazione ritrovata. Il raccordo cronologico tra le vicende è ellittico: tra le due date, in una cesura della coscienza, è trascorsa anche buona parte della guerra, che aveva sorpreso Zeno alle spalle nell’epilogo e ne aveva causato uno scoppio di salute. A riprendere la parola in questi frammenti è il fattore quintessenziale di Zeno, la sua «voce molle, evasiva, destrutturata» ovvero la sua «scrittura infinibile»[4]. Il gesto è lo stesso ma il contesto è profondamente mutato, così gli intenti, e la voce familiare – riconoscibile pure con quel «tono falso»[5] che qua e là Svevo sente ancora in queste nuove pagine – ritarda la presa di coscienza che tra noi e questa voce è venuto a mancare quel diaframma che era il dottor S., i cui riverberi e interferenze, la cui presenza scrutatrice allucinata da Zeno creava quel prisma nel quale solo si ri-velavano (nel senso ancipite che la parola racchiude) e rinegoziavano menzogna e verità.
Dalla zona d’ombra della vita Zeno, settantenne, riprende la pratica della scrittura, ora svincolata sia da intenti terapeutici che memorialistici; ad essa consegna poco più che un borbottio dimesso ma inesauribile, che ha la sistematicità di una pratica «di igiene» (p. 576) quotidiana – un oltranzismo della scrittura che è coerente con lo statuto dell’ultimo personaggio sveviano, la sua senilità radicale. L’oltre, come proveremo a suggerire di seguito, è la dimensione temporale connaturata al vegliardo, nonché la qualità sclerotizzata della sua scrittura: Zeno riflette e annota, con sconcerto meditativo, di essere più che fisiologicamente vecchio, di essere stato tagliato «fuori del tempo» (p. 472). Lungo la galleria dei personaggi sveviani e della loro involuzione senescente, l’ultimo Zeno occupa la nicchia centrale e paradigmatica, perché in lui, come vedremo, la condizione-oggetto della senilità è spinta fino alla crisi delle strutture linguistiche e narratologiche.
Ma procediamo con ordine. Sull’anomalia esistenziale che è la condizione del vegliardo si impernia l’interrogativo perplesso che attraversa le pagine, indugiando sulle tracce di una fenomenologia temporale problematicamente sconquassata.

Il tempo fa le sue devastazioni con ordine sicuro e crudele, poi s’allontana in una processione sempre ordinata di giorni, di mesi, di anni, ma quando è lontano tanto da sottrarsi alla nostra vista scompone i suoi ranghi: Ogni ora cerca il suo posto in qualche altro giorno ed ogni giorno in qualche altro anno. […] E freddo e privo di ogni luce è proprio l’anno di cui non si ricorda proprio niente al suo vero posto: Trecentosessantacinque giorni da ventiquattr’ore ciascuno morti e spariti. Una vera ecatombe. (p. 575)

Il tempo del vegliardo si dilata in un presente assolutizzato, un «eterno presente»[6], dimensione amorfa dello spirito, non altrimenti connotata, nell’«età cadente»[7] della vita, che dalla differenza risultante dalle numerose perdite, rinunce più o meno forzate: l’amore, il lavoro, il violino che il sano senso pratico di Augusta ha fatto sparire dal suo studio. Le perdite – vuoti che ingombrano molte delle pagine del vegliardo – si avvicendano a creare vaghi punti di riferimento, gli unici in un panorama psicologico e sentimentale inconsistente, dove manca qualcosa che abbia «la facoltà di creare un periodo» (p. 472). La vecchiaia sembra sovrascriversi a tutte le altre età della vita proprio come le rughe del volto – «quella cartapecora dura che è la pallida faccia del vegliardo» fatta di «tante cicatrici che cancellano le linee originali […] a meno che non ne producano la caricatura»[8], leggiamo in una nota degli Scritti su Joyce; e in una pagina di diario del 1906, ad appena quarantatré anni, Svevo scrive: «Siora Livia aveva vent’anni ed ora ne ha trentuno passati. A me pare come se essa avesse avuto sempre questa età e se arriverò all’età cadente, tutti noi saremmo stati sempre vecchi»[9]. La riflessione privata di Svevo sul tempo risuona nelle pagine delle Continuazioni: «La sola Augusta dice di ricordarsi di me esattamente con tutte le mie grandi virtù giovanili e con qualche difetto […] Ma io non le credo. Di lei io non ricordo molto all’infuori di quello che vedo» (pp. 574-75). L’appiattimento temporale genera sconcerto. Il passato è lontano dall’essere un sedimentato possesso cognitivo, e così si svuotano le sue magistrature: la memoria, schiacciata e deformata, la saggezza. Il trascorrere del tempo non conosce compenso. Un’ecatombe, appunto.
Il tempo ultimo di Zeno è ricorsivo, quasi materico, mai inerte. «Io non so muovermi abbastanza sicuramente nel tempo» (p. 575), scrive Zeno. È invece il tempo a muovere le cose, di un moto ondivago: la dissestata finestra temporale del vegliardo non è più limes tra prima e adesso, tra interno e esterno, diventa il fianco esposto di una coscienza disgregata; il fuori, il prima irrompono con violenza senza andare incontro a resistenze, si mescolano oscenamente, e il mondo esterno diventa lo scenario su cui si srotola l’inconscio come un tappeto, popolando il mondo di fantasmi e allucinazioni, tra loro spesso indistinguibili. Tra di essi, ricordiamo le intempestive «illusioni di gioventù» (ibidem) di cui è vittima il vegliardo (vero «maggio a dicembre»[10]), delle quali la più memorabile è l’incontro con la figlia del vecchio Dondi, una pretesa allucinazione di cui si serve un mal celato erotismo, mai – come pure vorrebbero le prescrizioni della vecchiaia – realmente sopito («io non mi sento vecchio ma ho il sentimento di essere arrugginito» [p. 576]) e che scatena una strana specie di rimpianto: di desiderio non inappagato bensì mancato, di desiderio presente ma proiettato su un oggetto del passato fino ad allora senza rilievo e divenuto da quel momento «fiore raro della propria vita» (ibidem). Il dissestamento temporale genera simili monstra. Le illusioni di giovinezza, si capisce, non sono che sprazzi di luce ingannevole, che hanno il solo effetto di rendere il buio visibile e, non appena spenti, più oscuro; resta, di questo sconvolgimento, la scansione più esatta, più perplessa, più perturbata della propria solitudine, e l’inesprimibile sgomento di un’ineluttabilità.

2. Il futuro amputato

L’eterno presente della narrazione è una distesa paludosa perché non ha corso né sbocco: se il passato non ha altra collocazione che quella scavata nelle pagine, attraverso la pratica quotidiana che è insieme sforzo di senso e contraffazione, il futuro si è dileguato, perché è quel futuro che il vegliardo vive e sconta, e «va via senza prepararne un altro. Perciò non è neppure un vero presente, sta fuori del tempo» (p. 472). Il vegliardo non è allora semplicemente un vecchio, la vecchiaia in lui si radicalizza e diviene morbo contagioso (la vecchiaia precoce viene «appioppata» [p. 456] a Valentino da Zeno), riflesso di un mondo invecchiato, segnato dal danno della storia. Nella galleria senile di Svevo, Zeno è il più vecchio, non tanto e non solo anagraficamente, e la sua vecchiezza degenerata e anomala si manifesta sintomaticamente nel linguaggio: la sua condizione è impenetrabile per la grammatica, cui «manca un tempo ultimo» (p. 472), annota Zeno. Le strutture temporali di una lingua, il concorso dei tempora nell’accezione data da Weinrich[11], non si prestano cioè a rendere paradigmaticamente l’oltranza esistenziale (e, diciamolo pure a questo punto, storica).
Eppure Zeno, nell’inerzia che è la sua vita da quando, già molto tempo prima, ha abbandonato il lavoro fino «alla prossima guerra mondiale» (p. 445), torna a scrivere, con una risoluzione quasi estemporanea, seguita alla scoperta «di qualche cosa d’importante, anzi la sola cosa importante che gli sia avvenuta […] certe descrizioni accatastate messe in disparte per un medico che le prescrisse» (p. 471). Ma per raccontare cosa? L’impasse in cui arranca la narrazione, intorpidita da una riflessione continua sul tempo e sulla vecchiaia, non impedisce il dispiegamento di quei tempi assunti da Weinrich come propriamente narrativi (per l’italiano, l’imperfetto e il passato remoto): dunque l’intento, l’atteggiamento sono quelli immutati del narratore, di «colui che in un sussurro evoca l’Imperfekt»[12]. L’impresa di Zeno è quella di uno scrivere… tuttavia[13], inesauribilmente, malgrado le controindicazioni esistenziali e della grammatica. E in effetti la perdita del futuro, sul piano esistenziale, ha la sua controparte linguistica: nel tentativo di delineare la proiezione psicologica del personaggio, abbiamo analizzato il concorso dei tempora futuri all’interno della narrazione; analizzati, essi risultano ascrivibili a due tipi, futuri negativi («Ma è sicuro ch’io non lo domanderò giammai [il violino]» [p. 581]; «Io non tenterò mai di fare la sua conoscenza» [p. 583]) e futuri che abbiamo definito metanarrativi, perché riferiti alle eventualità dell’atto della narrazione e alla pratica della scrittura.
Valgano a titolo d’esempio le seguenti citazioni: «…tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata […] il raccoglimento occuperà il massimo tempo che sarà così sottratto alla vita orrida vera» (p. 471); «Giacché lo nominai parlerò di Alfio» (p. 476); «descriverò dunque il presente e quella parte di passato […] lo scrivere sarà per me una misura di igiene cui attenderò ogni sera» (p. 576); «Rivedrò queste annotazioni la prossima volta che la sento […]» (p. 583). Al di fuori di questi non abbiamo riscontrato altri futuri, esprimenti un’eventualità reale, svincolata dall’atto della narrazione, certa o anche solo possibile, tranne in un caso (in cui non è Zeno il soggetto) che rimanda all’unico evento del suo avvenire, la morte: «Essa [la figlia] potrà vedermi morire con piena serenità […] E verrà anche lieta sulla mia tomba a portarmi dei fiori ad ogni anniversario» (p. 479).
Il futuro è rimosso dal piano della vita psicologica attiva. La connotazione di questa circostanza la ricaviamo senza sfumature di dubbio dalle riflessioni del vegliardo, nel luogo in cui, forse non a caso, Zeno “conquista”, nel raccoglimento della pagina, la sua nuova identità di vegliardo:

Continuo a dibattermi fra il presente e il passato, ma almeno fra i due non viene a cacciarsi la speranza, l’ansiosa speranza del futuro. Continuo dunque a vivere in un tempo misto come è il destino dell’uomo, la cui grammatica ha invece i tempi puri […] Ma per il vegliardo (già, io sono un vegliardo: è la prima volta che lo dico ed è la prima conquista che debbo al mio nuovo raccoglimento) la mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai, il futuro, rende la vita più semplice. Ma anche tanto priva di senso che si sarebbe tentati di usare del breve presente per strapparsi i pochi capelli che restarono sulla testa deformata. (p. 578, corsivo nostro)

Il futuro non è semplicemente sparito o rimosso, ma, come suggerisce la connotazione lessicale data da Zeno, amputato. E l’esito è una vertiginosa perdita di senso.

3. L’essenziale è il modo. Il vegliardo tra Storia, tempo e tempora

L’immagine della mutilazione è forte e difficilmente possiamo ritenerla casuale, se prendiamo in considerazione il contesto storico. Può essere utile accostarla ad un carattere precipuo e più volte dichiarato dell’ultima scrittura di Zeno, il suo raccoglimento, che rivela, in maniera patente, la radice storica: sono infatti i soldati nelle trincee ad essere raggomitolati in attesa dello scoppio delle granate nemiche. Un’attitudine, questa, che assurgerà a figurazione negli studi, alla guerra contemporanei, dello psichiatra francese Eugène Minkowski: all’incirca durante l’armistizio del 1918 Minkowski scriveva Come viviamo il futuro (poi confluita in Il tempo vissuto[14]), in cui, in sintesi, sono delineati due modi di esperire il futuro, attività e aspettativa; secondo il modo dell’attività, l’individuo avanza verso gli eventi, li incalza e li direziona in un’attitudine energica, fagocitante; nel modo dell’aspettativa è invece il futuro a muovere verso l’individuo, il quale, schiacciato dal peso di un avvenire che si profila come catastrofe, delle eventualità che minacciano di abbattersi su di lui, si contrae in un prolungato gesto retentivo. Il soldato raccolto su se stesso diventa l’ipostatizzazione dello stato psichico cronico dell’attesa angosciosa, per la quale «si potrebbe dire che tutto il divenire concentrato al di fuori dell’individuo si rovescia su di lui in una massa potente e ostile che tenta di annientarlo»[15]. Un movimento, quello del raggomitolarsi, del raccogliersi, spalle al futuro, che diviene presto familiare alla letteratura del Novecento[16].
Dopo la guerra, da questa oltranza storica e ontologica[17], la narrativa si ritrova a dover ripensare le sue strutture: Harald Weinrich, nel suo studio sulle funzioni dei tempi verbali nei testi, sottolinea come, nel “romanzo del tempo” che è La montagna incantata, pubblicato nel 1924, Thomas Mann racconti gli anni 1907-1914 «nella forma temporale ʻdel passato più lontanoʼ»[18], l’Imperfekt tedesco – il tempo per antonomasia della narrazione:

Ciò che fa questo passato tanto lontano è la grande cesura della guerra, la quale ha mutato il mondo. Quindi il passato del mondo del romanzo, in realtà, non corrisponde per nulla a una distanza temporale, bensì a un’altra qualità della comprensione del mondo, accessibile ancora soltanto alla narrazione[19].

Le strutture temporali di un testo (il concorso dei tempora) – analizzate non paradigmaticamente ma per il loro valore funzionale all’interno della catena di segni che è il testo – non sono al servizio della temporalità esterna alla lingua, la successione logica e uniformata dei tempi matematizzati, e hanno a che fare piuttosto con la qualità, con una disposizione della coscienza. Abbandonata la linearità naturalistica del tempo narrativo dei primi due romanzi sveviani, il tempo di Zeno si fa «malato»[20]. Ma il vegliardo vive un tempo ulteriore: l’amputazione del futuro lo trasla nel vuoto di possibilità, senza le quali la coscienza è paurosamente appiattita e, in questo appiattimento, deformata. Una prova ne è, come abbiamo visto, la facoltà invalidata che essa ha di ritornare al passato. Possiamo osservarne più da vicino gli effetti in una singolare pagina delle Continuazioni, quella in cui, di fronte a un vaneggiato Mefistofele che gli facesse visita, Zeno dichiara che non saprebbe cosa domandare, lui che non vorrebbe ridiventare giovane né essere vecchio o morire. «E gli abbandonerei l’anima mia solo se m’offrisse una cosa molto nuova, una cosa che mai conobbi, perché non vi sono giorni della mia vita che vorrei rifare ora che so dove mi condussero»[21]. Dunque quel motore di senso che è il desiderio, benché inaudito e inesprimibile, non sembra essersi esaurito; solo resta stagnante, privato di uno sbocco, incapace di trovare un oggetto su cui riversare le proprie piene. L’istanza desiderativa del vegliardo potrebbe essere il ribaltamento di quella faustiana, la cui volontà ipertrofica persegue e incorpora l’avvenire: è proprio Faust, facendo riferimento al paradigma spengleriano de Il tramonto dell’Occidente[22], l’allegoria della civiltà moderna, profondamente temporale e dalla insaziabile volontà di futuro. Il desiderio non formulabile di Zeno le fa da contraltare, e pare piuttosto riguardare il recupero di una dimensione dell’agire veramente indeterminata, aperta, la quale rappresenta il requisito fondamentale della responsabilità dell’uomo, e cioè del suo esercizio della libertà. Il vegliardo, mutilo del futuro, è un’anima faustiana al suo crepuscolo, residuo esausto del parossismo moderno della volontà; a Mefistofele non resta che grattarsi la barba per l’imbarazzo: Faust non sa più cosa domandare.
La questione del desiderio rivela allora le sue profondità ontologiche, perché è intrecciata a quella del tempo, e in particolare all’esperienza del futuro, che resta, anche al di fuori della prospettiva escatologica cristiana e in piena rielaborazione novecentesca, «il fenomeno fondamentale del tempo»[23], come si legge nella Conferenza sul tempo di Martin Heidegger, del 1924: «L’esistenza, essendo già sempre proiettata, oltre ciò che di volta in volta è, verso ciò che può essere e può fare di sé, si dilata essenzialmente nel futuro, dunque nel tempo»[24]. La coscienza si proietta nel tempo perché è, bergsonianamente, unione di creazione e memoria, e la facoltà del futuro si intreccia alla facoltà del passato. «Coscienza vuol dire memoria»[25], scrive Bergosn (su questo anche Freud concorderà)., e il passato, lungi dall’essere il “non più” («eternamente muto ristà il passato»[26] recita lapidariamente una poesia filosofica di Schiller), è invece qualcosa cui si può continuamente ritornare, ma nella misura in cui il futuro è esperibile in quanto possibilità, creazione. Il problema del tempo è lo stesso che quello della libertà. Questo nodo ontologicamente cruciale, dove converge vitalmente la rilevanza dei contributi culturali del modernismo, sembra fluidificarsi nelle parole di un testo cronologicamente non molto lontano, uno dei Quattro quartetti di T. S. Eliot:

Tempo presente e tempo passato
sono forse entrambi presenti nel tempo futuro e il tempo futuro
è contenuto nel tempo passato.
Ma se tutto il tempo è eternamente presente,
tutto il tempo è irredimibile[27].

Queste confessioni di tono meditativo modulano una riflessione sul tempo che trova posto in quel filone novecentesco che ha saputo enucleare in maniera inedita e profonda la relazione tra tempo e coscienza, tempo e libertà. Ma la relazione è inficiata, la cesura netta; il vegliardo è la creatura crepuscolare dello spaesamento ontologico.
Giacché «l’originario avere a che fare con il tempo non è un misurare […] perché originariamente non ha lunghezza»[28], il quanto – la materializzazione e spazializzazione del tempo che ne imbastardisce il concetto e l’esperienza perde valore e al passato si può tornare «nel come. Il modo del ritornare è […] la coscienza. Solo il ʻcomeʼ è ripetibile. Il passato […] è qualcosa a cui posso continuamente ritornare»[29], scrive ancora Heidegger. Il “come” è ripetibile nella coscienza; ma sappiamo che le cesure possono essere profonde, specie in quel sottobosco della storia e della mente che è il trauma. Come si può redimere il tempo? Torniamo adesso sulle parole già lette di Weinrich, quando descrive la «grande cesura della guerra» che ha reso il passato «tanto lontano», estraneo: il passato è «un’altra qualità della comprensione del mondo, accessibile ancora soltanto alla narrazione». Si tratta quindi di una modalità. È quasi con piacere serendipico che rileggiamo questa pagina del diario sveviano del 1917 (ancora sul ganglio memoria-coscienza-narrazione):

Morirono definitivamente tante cose e persone che furono sì importanti per me, che me ne rammarico intensamente. Come sono pallide quelle cose e quelle persone! Son ridotte a concetti astratti e forse sbagliati. Io stesso finirei col credere di essere stato sempre come sono oggi, mentre pur ricordo degli odii e degli amori che non ho più. Ho il dubbio però che mutando di desideri non mi muto essenzialmente. Forse l’essenziale è il modo. Ma avendo annotato tanto poco, non posso verificarlo[30].

Nello spazio amniotico del raccoglimento, il tempo si raccoglie in un punto mobile, quello della penna sul foglio, il compasso che raddrizza le geometrie sbilenche della storia personale e fa della memoria un fatto eminentemente cartaceo: recuperato – quanto meno metanarrativamente – il futuro, anche quell’ecatombe che era il passato, cristallizzandosi, ritrova una forma. Con un gesto paradossale, nel suo perdere vitalità, schiacciato sulla forma inorganica della memoria trascritta, il ricordo risale alla vita. La vita letteraturizzata è il precipitato del movimento negativo attraverso il quale unicamente ogni cosa torna alla coscienza: la penna incide e incidendo scalfisce, cancella, snatura i tratti di un ricordo, restituendolo, infine, come memoria fossile. Il raccoglimento sulla pagina scritta diventa il simulacro di una verità negativa che, incompatibile con l’idea di verità come conformazione al reale, si afferma invece nella ripetizione: la memoria, questione fondativa del personaggio Zeno, riaffiora dall’indistinto nella ripetizione e ripetendosi diventa altro.

4. Una proposta di diagnosi: la nevrosi di guerra in tempo di pace

Dietro la grande cesura della coscienza ci sono la guerra e i suoi effetti, «tramonto perdurante» in cui l’Occidente si logora[31]. È una guerra dalla fenomenologia inedita, la cui prassi spersonalizzante si ripercuote traumaticamente nello spazio fisiologico e cognitivo dei singoli:

La I guerra mondiale segnò una svolta radicale nell’immaginario bellico. Gli storici e i critici che si sono occupati di questo aspetto hanno in primo luogo sottolineato le profonde modificazioni percettive, fisiologiche, memoriali che quella guerra generò nei combattenti: lo spazio e il tempo apparivano sconvolti a chi aveva passato anni nelle trincee […]. Inoltre, la tecnologia ormai dominante […] generava da un lato un sempre maggiore distacco dall’esercizio diretto della violenza; dall’altro la precisa consapevolezza che l’azione del singolo non aveva che un valore secondario nella strategia bellica. Infine, lo spazio della biologia individuale cominciò ad essere invaso dalla politica e dal potere degli Stati, che decisero la sorte di milioni di prigionieri, ridotti a numeri e a problemi da risolvere in modo ʻpianificatoʼ[32].

La guerra aveva raggiunto Zeno alle spalle, inavvertita, non creduta, poi accolta con uno scoppio di baldanza, la ritrovata salute. Ed è laddove qualcosa è passato inavvertito che si genera il trauma. La nevrosi del vegliardo mostra i segni di una singolare nevrosi di sopravvivenza, la nevrosi di guerra in tempo di pace[33], delineata dallo psicoanalista Sergio Finzi, in un percorso che muove tra psicoanalisi ed evoluzionismo. Essa si caratterizza per alcuni elementi singolari: il soggetto che ne è affetto è stato appena o per nulla sfiorato dalla guerra, il trauma è spostato, contagioso, la bomba è «già scoppiata»[34], e la lotta per la sopravvivenza è allora contro il morto – un riemergere morboso, da un superato storico, dei timori dell’umanità atavica nonché dell’infanzia del soggetto; timori, cioè, che il morto ritorni.

Cose che passano inavvertite, come recuperarle? […] L’individuo non può farci niente. Ma allo stesso tempo vive nella menzogna, nell’imitazione, nel sentirsi sempre rimproverato a vuoto, nella malafede che gli ispira la sua stessa buona volontà, il suo zelo, per esempio, di aderire ad una analisi che rimane impigliata in una profonda simulazione[35].

Inutile interrogarsi ancora sulla sincerità o insincerità di Zeno nell’analisi, il vegliardo l’ha abbandonata e scrive per sé solo. Ma i rapporti con le persone di cui è circondato, anche in vecchiaia, continuano ad essere improntati ad una ambiguità di fondo, la volontà mal dissimulata di affermazione e insieme l’urgenza di riconoscersi innocente. La sua lotta è anche più agguerrita contro i morti, verso i quali non risparmia parole da cui affiora una malizia sottile e feroce, nonché un piacere nell’indugiare sull’evento stesso della loro morte: «bastavano i fatti per farlo schiattare dalla bile. Infatti schiattò» (p. 446), scrive a proposito della morte dell’Olivi, e la morte del «poverissimo» (p. 503) Valentino per invecchiamento precoce, piuttosto che esonerarlo dal confronto, lo pone sullo stesso piano di Zeno, quello della vecchiaia, come campo di prova e di lotta cui Valentino soccombe: «è provato ch’io seppi sopportare la vecchiaia non appena nato mentre Valentino ne fu ucciso a 40 anni» (p. 505) – d’altronde ogni nevrosi, ci ricorda Freud, non è che «una buffonata che si sovrappone, in parte, alla seria e pur banale lotta per l’esistenza»[36]. E forse proprio per questo difetto di empatia si fa urgente il bisogno di assoluzione: “come sono buono” si ripete in continuazione Zeno vegliardo, quasi a scacciare il moscone della malafede che guasta ogni sua buona azione. Il desiderio di innocenza lo spinge a mentire a tutti, a dissezionare e rivoltare con la penna ogni situazione infinite volte fino a giungere alla sua totale deresponsabilizzazione. Eppure un’ambiguità affiora da questa trama per smentirlo, per – finalmente – condannarlo (e con Alfio, quel figlio dalla «personalità sbilenca dei colori disordinati»[37], questa dinamica si fa evidente).
Se la guerra è giunta inavvertita, Zeno ne comprende però incredibilmente presto la drammaturgia e il proprio ruolo al suo interno; essa ha mostrato il sigillo antropologico inscritto sul fondo della storia della specie: «guerra è sempre»[38], e in questo nudo scenario Zeno riesce, per la prima volta nella vita, ad affermare se stesso. Ed è per lui, non a caso, la pace a scoppiare, apportando sconvolgimento col suo brusco riassestarsi[39]. Allora l’equilibrio «tentennante»[40] di Zeno, proprio quando tutto intorno ha in apparenza smesso di tremare, deve tornare a stabilizzarsi sulla carta. C’è un altro tratto scopertamente nevrotico nel modo in cui, in queste pagine, Zeno osserva, spia quella «macchina colossale» (p. 517) che è la vita. La sua suscettibilità morbosa di fronte al fattore ereditarietà (cruccio che è lo stesso di Darwin nel ritratto che ne restituisce Finzi) sfiora l’eugenetica; e Valentino, «brutto con quel suo busto grasso e le gambe corte» è colpevole di peggiorare la sua «razza» (p. 463). L’ereditarietà si rivela tutt’altro che un processo lineare, la legge che la regola non si lascia formulare: «tutto poteva risultare da tutto […] Carlo […] da quella bestia di Guido e quei bestioni di Antonietta e Alfio da me» (p. 541, corsivo nostro). L’atavismo della ragione sembra trovare in simili osservazioni delle conferme sconcertanti, l’ereditarietà rivela ciò che incombe, si mescola ai caratteri degli uomini e talvolta si manifesta: l’ombra del progenitore comune a uomini e bestie tradisce che a monte dell’umano non vi è alcuna creazione o “origine”, bensì una “discesa”[41] bestiale, la quale si sostanzia di una serie di atti sì creativi, ma «nel senso di procreativi»[42]; la selezione avviene “in relazione al sesso”. Ed essa è accompagnata sempre, paurosamente, come in un «poderoso stantuffo»[43], dall’estinzione. Eros e thanatos: la deflagrazione indicibilmente violenta dell’atto generativo è, a ben guardare, la stessa della bomba.
Zeno guarda alla natura con sospetto, ne studia i meccanismi, dissimula. Mostra di fare tesoro della lezione darwiniana: selezione in relazione al sesso. Si spiega così facilmente che l’organo centrale, l’organo-Sole, sia per Zeno l’organo riproduttivo, e che un nuovo tentativo di «truffare madre natura» (p. 553), performando l’amore come assicurazione di vita, si trasformi nell’avventura dell’ultimo amore di Zeno, che finisce per educarlo alla rinuncia. In questa apparente sceneggiatura darwiniana è fondamentale per Zeno individuare dove alberghi la salute, non per perseguirla ma per guardarsene: la salute espia la sua tracotanza rischiando ogni momento, anti-darwinianamente (e nevroticamente), di convertirsi in malattia: «Molti colossi finiscono male. Io l’ho osservato e sono ben contento di non essere un colosso» (p. 550) – e si pensi all’ironia feroce che rende l’ipertrofia un meccanismo fatale per più di un personaggio. La componente nevrotica del darwinismo viene introiettata fin dentro il corpo, ennesimo campo di lotta:

Da noi vecchi con la designazione di salute deve significarsi un indebolimento progressivo e contemporaneo di tutti gli organi. Guai se uno di essi resta in arretrato cioè troppo giovanile. Io mi figuro che allora la collaborazione può convertirsi in lotta e che gli organi deboli possono essere trattati a pugni, si può immaginare con quale magnifico risultato per l’economia generale. (p. 563)

A questo «stato veramente miracoloso» (p. 553) che è la salute, fa da contraltare l’equilibrio del vecchio «che resta in piedi perché non sa da che parte cadere» (p. 563), come esprime bene «la bella figura retorica» del dottor Raulli. Il «piuolo»[44] su cui si regge è la penna, e la vita, «inquinata alle radici» (p. 441), si riscatta nella forma inorganica, cristallizata della carta. Zeno, vegliardo e mai come ora pendente, resta in piedi, in una postura contratta, spalle al futuro, da dove nessuna promessa giunge più; il meccanismo darwiniano che soprassiede al progredire della specie sembra imploso fino a rendere la stessa vita un prodotto degenerato, grottesco – persino il dualismo manicheo salute-malattia (come estremi ideali della scala valoriale del darwinismo sociale) ha perso significanza; la guerra ha svelato il marchio genetico della specie, la lotta per la sopravvivenza, ma la guerra non è altro che una «carneficina industrializzata». Questa la grande deflagrazione della coscienza, rispetto alla quale il vegliardo è come un reduce mutilato; il suo desiderio è senza sbocco eppure vivo e pulsante, perché cifra dell’essere umani, ancor più nel panorama automizzato e disumanizzante che lo circonda. Allora l’atto degenerato del raccogliersi, spalle al futuro, affacciato sull’abisso del bestiale – che in una serie di degradazioni conduce fino alla forma di vita infima, appena sbozzata e prossima all’aborto del non essere del progenitore comune a uomini e bestie – questo atto sembra aggrapparsi a un senso diverso di umano, abbarbicato all’infimo da cui proviene: non il distillato annacquato del progressismo umanistico.
Nella vasta gamma di appendici, ordigni, dispositivi degeneri, che si aggiungono come estensioni di quell’altra macchina che è l’uomo, tra le più primitive compare la penna, «grezzo e rigido strumento»[45], che «si lascia riassorbire, nella catena evolutiva degli “ordigni”: dalla pietra, dal pugno nudo; e, invece scavare, penetrare, incidere la coscienza che la manovra, tornerà ad uccidere nemici e belve»[46]. Il vegliardo, scarto che diventa prodotto degenere, non può che essere un grafomane. E il racconto è ciò che tiene ancora insieme i tessuti della coscienza disgregata.


  1. Si cita direttamente a testo con la sola indicazione dei numeri di pagina Italo Svevo, La coscienza di Zeno e «continuazioni», a cura di M. Lavagetto, Torino, Einaudi, 2005.
  2. Per il rapporto tra il dualismo luce-ombra e quello giovinezza-vecchiaia, si rimanda a Giancarlo Mazzacurati, Teresina, la luce e l’apocalisse di Zeno, in Id., Stagioni dell’apocalisse. Verga Pirandello Svevo, a cura di M. Palumbo, Torino, Einaudi, 1998, pp. 257-77.
  3. Mario Lavagetto, Zeno, in I. Svevo, La coscienza di Zeno e «continuazioni», cit., p. XXXVIII.
  4. Ibidem.
  5. Ibidem.
  6. Romano Luperini, L’autocoscienza del moderno, Napoli, Liguori, 2006, p. 104. Nell’analisi di Luperini l’eterno presente è sintomo della modernità, in quanto «metafora dell’estraneità dell’uomo al proprio destino».
  7. I. Svevo, pagina datata 10 gennaio 1906, in Racconti, saggi, pagine sparse, a cura di B. Maier, Milano, Dall’Oglio, 1968, p. 822.
  8. Id., Conferenza su Joyce, in Teatro e saggi, ed. diretta da M. Lavagetto, a cura di F. Bertoni, Milano, Mondadori, “I Meridiani”, 2004, p. 941.
  9. Id., pagina datata 10 gennaio 1906, in Racconti, saggi, pagine sparse, cit., p. 822.
  10. Una delle declinazioni dell’intempestivo, che caratterizza lo “stile tardo” secondo Said (cfr. Edward W. Said, Sullo stile tardo, trad. it. di A. Arduini, Milano, il Saggiatore, 2009, p. 21).
  11. Harald Weinrich, Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo, trad it. di M.P. La Valva, Bologna, il Mulino, 1978.
  12. Ivi, p. 32.
  13. È la vecchiaia di Zeno a configurarsi come un «vivere… tuttavia» (I. Svevo, La coscienza di Zeno e «continuazioni», cit., p. 504).
  14. Eugène Minkowski, Il tempo vissuto: fenomenologia e psicopatologia, trad. it. di G. Terzian, Torino, Einaudi, 2004.
  15. Ivi, p. 89.
  16. Il raccoglimento, tema ricorrente in Svevo, è «il movimento per eccellenza davanti al baratro in cui precipita l’intero Occidente» (Silvia Acocella, Effetto Nordau. Figure della degenerazione nella letteratura italiana tra Ottocento e Novecento, Napoli, Liguori, 2012, p. 142).
  17. Il senso di stare ontologicamente “oltre”, «il tempo oltre il tempo», è connaturato all’idea di stile tardo, nell’accezione datagli da Adorno e Said: «la tardività è sopravvivere al di là di ciò che è accettabile e normale; inoltre la tardività implica l’idea che non si possa davvero oltrepassarla» (E.W. Said, Sullo stile tardo, cit., pp. 10-14).
  18. H. Weinrich, Tempus, cit., p. 32.
  19. Ibidem.
  20. La definizione è di Alain Robbe-Grillet, La conscience malade de Zeno, in Id., Pour un nouveau roman, Paris, Minuit, 1969.
  21. Il frammento citato è riportato in I. Svevo, Prefazione, in Romanzi e «continuazioni», edizione critica con apparato genetico e commento di N. Palmieri e F. Vittorini, saggio introduttivo e cronologia di M. Lavagetto, Milano, Mondadori, “I Meridiani”, 2004, p. 1664.
  22. Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, trad. it. di J. Evola, Milano, Longanesi, 1970.
  23. Martin Heidegger, Il concetto di tempo, testo a cura di F. Volpi, con una postilla di H. Tietjen, Milano, Adelphi, 1998, p. 40.
  24. Franco Volpi, Avvertenza, in M. Heidegger, Il concetto di tempo, cit., p. 12.
  25. Henri Bergson, Introduzione alla metafisica, a cura di V. Mathieu, Roma-Bari, Laterza, 1983, p. 48.
  26. Friedrich Schiller, Detti di Confucio, in Id., Poesie filosofiche, a cura di G. Moretti, Milano, SE, 1990, p. 83.
  27. Thomas S. Eliot, I quattro quartetti, trad. it. di A. Tonelli, Milano, Feltrinelli, 1995, p. 95.
  28. M. Heidegger, Il concetto di tempo, cit., pp. 40-41.
  29. Ivi, p. 47.
  30. Il frammento è riportato da G. Mazzacurati, Dentro il silenzio di Svevo, in Stagioni dell’apocalisse, cit., pp. 202-56, corsivo nostro.
  31. S. Acocella, Effetto Nordau, cit., pp. 51 e sgg.
  32. Alberto Casadei, La guerra, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 43, corsivo nostro.
  33. Cfr. Sergio Finzi, Nevrosi di guerra in tempo di pace, Bari, Dedalo, 1989.
  34. Ivi, p. 141.
  35. Ivi, p. 175.
  36. Sigmund Freud, Una nevrosi demoniaca nel secolo decimosettimo, in Opere, 12 voll., a cura di C. Musatti, vol. IX, Opere 1917-1923. L’Io e l’Es e altri scritti, Torino, Boringhieri, 1977, p. 557.
  37. Ivi, p. 499.
  38. A. Casadei, La guerra, cit., p. 43.
  39. «Era scoppiata la pace», scrive Zeno (I. Svevo, La coscienza di Zeno e «continuazioni», cit., p. 446).
  40. La citazione è tratta da La rigenerazione, in cui, nelle parole del nipote medico Guido, il vecchio procede «tentennate […] composto di mezza vita e mezza morte» (I. Svevo, La rigenerazione, in Teatro e saggi, cit., p. 647).
  41. E di fatti «the descent» compare nel titolo originale dell’opera darwiniana del 1871: The Descent of Man, and Selection in Relaction to Sex.
  42. S. Finzi, Nevrosi di guerra in tempo di pace, cit., p. 55.
  43. Ivi, p. 191.
  44. È Zeno ad usare la metafora del piuolo a proposito di Felicita (I. Svevo, La coscienza di Zeno e «continuazioni», cit., p. 567).
  45. Id., Pagine di diario, in Racconti e scritti autobiografici, ed. diretta da M. Lavagetto, a cura di C. Bertoni, Milano, Mondadori, “I Meridiani”, 2004, p. 736.
  46. G. Mazzacurati, Dentro il silenzio di Svevo, in Stagioni dell’apocalisse, cit., pp. 233-34.

Pubblicato da Elisabetta Rea

ha studiato Lettere moderne all’Università di Napoli "Federico II" e in seguito si è laureata in Italianistica e scienze linguistiche presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, discutendo una tesi dal titolo Anomalia della presenza. Percorsi di fuga e metafore temporali nella novellistica di Gianni Celati. Insegna discipline umanistiche e latino nelle scuole superiori, dedicandosi congiuntamente al teatro in qualità di attrice e sceneggiatrice.