La Pietroburgo di Nabokov: il legame con la patria suggellato da Puškin

La Pietroburgo di Nabokov: il legame con la patria suggellato da Puškin

E benché il corpo non si accorga
Dove in polvere andrà a finire,
Io presso al mio caro paese
Vorrei per sempre dormire.

A.S. Puškin, Se per le chiassose vie

1. Il poeta dimenticato

Se la prosa di Nabokov è stata oggetto di innumerevoli studi che ancora tutt’oggi propongono disparate interpretazioni, volte alla comprensione dei romanzi dello scrittore, mancano studi dettagliati sulla sua opera in versi. Sembra, infatti, che il poeta Sirin non abbia suscitato lo stesso grado di attenzione che gli studiosi hanno, invece, riservato al celebre prosatore Nabokov. Eppure, il corpus poetico dello scrittore conta circa mille componimenti – quattrocento dei quali sono stati pubblicati prima di Mašen’ka (1926) – che si prestano ad uno studio dettagliato e ai più disparati livelli di lettura. Malgrado la scarsità di lavori, alcuni studiosi hanno focalizzato la propria attenzione sui versi nabokoviani, formulando opinioni che risultano fondamentali per comprenderne le principali caratteristiche. Nello specifico, il critico German Chochlov, paragonando la poesia di Nabokov alla sua prosa, al fine di individuarne affinità e discordanze, dichiara:

I versi di Sirin si distinguono per la stessa precisione, accuratezza e acutezza della lingua proprie della prosa. […] I versi di Sirin […] danno l’impressione di una prosa ritmica preparata in versi. In essi c’è molta ragionevolezza, coscienziosità, chiarezza[1].

Al linguaggio poetico di Nabokov vengono, dunque, riconosciute importanti qualità. Eppure, il critico evidenzia una nota negativa nei versi di Nabokov, individuando in essi la mancanza dell’«autentica sonorità poetica»[2]. È, in realtà, in quest’ultima affermazione che si racchiude la sostanza e il punto di forza della poesia di Nabokov, che ha sempre cercato di operare un connubio tra la sua produzione in prosa e quella in versi, riscontrando in queste forme letterarie non due espedienti diametralmente opposti, ma due poli ben amalgamati, che si fondono all’interno di un singolo corpo di lavoro. Lo stesso Nabokov, di fatto, prediligendo una poesia dai toni narrativi e che, come un romanzo, fosse costruita intorno ad una trama, si è così espresso in una delle interviste riportate nella raccolta Strong Opinions (1973):

Non sono mai riuscito a trovare alcuna differenza specifica tra poesia e narrativa. Tendo a definire una buona opera in versi di qualsiasi lunghezza come un concentrato di buona prosa, con o senza l’aggiunta di un ritmo ripetitivo o di una rima[3].

Nabokov, dunque, rintraccia uno stretto legame tra prosa e poesia. Esse «si sovrappongono l’una all’altra»[4], contribuendo insieme alla ricchezza stilistica della sua produzione letteraria.
Di particolare interesse è la scelta tematica operata dal poeta, che ispira la maggior parte dei suoi versi alla Russia e alla conseguente nostalgia generata da un ricordo improntato a un sincero affetto. Tale tema, correlato ad un passato che non può più tornare, permette il rafforzarsi del contrasto dicotomico che si agita alla base della produzione letteraria russa di Nabokov: patria perduta/patria acquisita. Bispacial’nost’[5] è, infatti, il termine coniato dal critico Levin per descrivere il modo in cui Nabokov vive la sua esperienza d’esilio, a cavallo tra due mondi, dal cui paragone scaturisce un’inevitabile nota nostalgica: «Tornerebbe mai in Russia? / Non tornerò mai, per il semplice motivo che tutta la Russia di cui ho bisogno è sempre con me: la letteratura, la lingua, e la mia infanzia russa»[6]. Così risponde Nabokov ad una domanda, postagli in un’intervista del 1962, marcando le tre costanti cui si appella e mediante le quali può assaporare nel ricordo la Russia di cui ha bisogno. In molte delle sue poesie, di fatto, Nabokov vive la sua patria, rammentando alcuni dei più grandi nomi che la cultura russa ha conosciuto (tra cui Tolstoj, Blok, Gumilëv); si serve della ricchezza e della duttilità della lingua russa in tutte le sue forme; ricorda con profondo affetto i giorni felici trascorsi a Pietroburgo durante la sua infanzia. E ciò che unisce questi motivi ricorrenti nei suoi versi è la figura di Puškin.
Svariate volte, di fatto, Nabokov invoca il nome del poeta ottocentesco, celebrandolo persino nei componimenti dedicati ad altre illustri figure del panorama letterario russo: «Puškin è un arcobaleno su tutta la terra, / […] Puškin è una luce convessa e rigogliosa»[7]. Così Nabokov definisce il poeta ottocentesco nella poesia Na smert’ Bloka (1921), presentandolo come un vero e proprio dono elargito al mondo letterario e non solo. Per Sirin e per un’intera generazione di esuli Puškin appare il vero collante tra passato e presente, offrendo loro la possibilità di esperire, seppur in maniera diversa, la patria Russia. È per tale motivo che Nabokov suggella il legame con il poeta ottocentesco, ricordandolo nei suoi versi.

2. La Pietroburgo di Nabokov: nostalgia e passato

Pietroburgo, con la sua affascinante e al contempo drammatica storia, oltre che protagonista di sanguinose battaglie e rivoluzioni, è stata testimone del sorgere di numerose personalità letterarie, che nelle proprie opere hanno raccontato la città di Pietro nella sua versatile multiformità, ora presentandola come madre benevola che accoglie i figli nel suo caloroso abbraccio, ora come malvagia matrigna che disprezza e causa devastazione. L’immagine di Pietroburgo racchiude in sé un’ambivalenza senza precedenti: nostalgico e intriso di rimpianto è il ricordo della severnaja stolica per Puškin, che nel suo romanzo in versi dichiara: «il Nord mi nuoce»[8]. Spietata appare, invece, la città nell’opera di Gogol’, che nei suoi Racconti di Pietroburgo mostra la brutalità di una burocrazia imperante nel meschino mondo della capitale. Asfissiante è la città che accoglie il delirio di Raskol’nikov in Delitto e castigo, mentre fantasmagorica e spettrale è la Peterburg di Belyj, che acutizza la visione di una città illusoria e spersonalizzante. Queste sono solo alcune delle innumerevoli immagini attraverso cui viene descritta nel mondo della letteratura russa la città di Pietro, da sempre oggetto di condanna e celebrazione, trasformata in un mito che sin dalla sua nascita, nel 1703, ne ha accompagnato lo sviluppo e che ancora tutt’oggi pulsa nell’immaginario collettivo.
Catapultata nel mondo dell’emigrazione, Pietroburgo si tinge di toni nostalgici ben rappresentati nelle poesie di Nabokov che, lontano dalla sua città natale, si abbandona ad una serie di appelli che invocano la gloria del passato. L’impossibilità di esperire in maniera palpabile la città di Pietroburgo causa in Nabokov un sentimento di malinconia (toska) che, insieme al ricordo, irrompe in molti dei suoi versi, divenendone il Leitmotiv. Il richiamo della patria emerge in svariati componimenti, alcuni dei quali sono intitolati Pietroburgo e che, accomunati dalle stesse tematiche, costituiscono un ciclo a sé stante nella produzione poetica nabokoviana. Tra questi emergono Pietroburgo (Dunque eccolo, lo stregone di un tempo…) (1921) e Pietroburgo (Vedo in sogno nel mattino di Natale) (1923). Nabokov ripercorre gli anni della sua infanzia e giovinezza, affidando i suoi versi ad un ricordo che ora appare doloroso, ora gioioso e rinfrancante. Tratto fondamentale che unisce tali poesie è la presenza di Puškin, la cui immagine vivifica la memoria di Nabokov, fungendo da unico e solo collante tra la patria perduta e la patria acquisita.

3. La malvagità della città di Pietro: Pietroburgo (Dunque eccolo, lo stregone di un tempo…)

Composta il 17 luglio 1921, in questa poesia Nabokov esprime la dolorosa e amara consapevolezza del disfacimento cui è andata incontro la sua Pietroburgo, appellandosi ad un passato che ha visto la città splendere in tutte le sue forme e che non potrà tornare. Pietroburgo non è più la stessa e questo cambiamento, per Nabokov nefasto, è stato portatore di conseguenze catastrofiche, che hanno causato rovina e devastazione:

Dunque, eccolo, lo stregone di un tempo,
che guardava in lontananza con sguardo freddo
e fiero del rombo e della vastità
le sue magiche piazze, –
ora, tormentato con la fame,
ora, caduto signore,
egli è morto, addolorato e solo…
Oh città, cara a Puškin,
quanto lontani sono questi anni!
Sei caduta, torturata, nel deserto…
Oh città pallida […][9]

La prima parte del componimento offre ricchi spunti di riflessione: personificando Pietroburgo e descrivendo la città come uno stregone che, con il suo sguardo freddo, imperante guardava dall’alto della sua grandezza il mondo sul quale ha esteso il proprio potere, Nabokov immerge il lettore nel fiabesco mondo puškiniano di Ruslan i Ljudmila per creare l’immagine di una città inficiata dal male. Pietroburgo appare agli occhi del poeta come «il terribile mago Černomor», condividendo con quest’ultimo svariate peculiarità, da Nabokov enfatizzate mediante tipici lessemi puškiniani riscontrati nel poema. Primo fra tutti è lo «sguardo» (взор, vzor) freddo che contraddistingue Pietroburgo e che rimanda a quello «sguardo, pieno di astuta lusinga»[10], proprio del malvagio mago del poema. Puškin, inoltre, ricorre a differenti perifrasi nella sua opera per descrivere l’antagonista della vicenda, servendosi di colorite combinazioni di epiteti e sostantivi, come «pallido stregone»[11], analogamente utilizzate da Nabokov nella descrizione di Pietroburgo. In aggiunta, quelle «magiche piazze», sulle quali la città getta il proprio freddo sguardo, diventano «il magico giardino» (волшебный сад, volšebnyj sad) per il quale vaga Ljudmila alla ricerca di un rifugio. Ma Nabokov attinge al lessico dell’opera puškiniana creando anche accostamenti dicotomici: il termine «signore» (властелин, vlastelin), preceduto dal participio «caduto» (падший, padšij), è ugualmente utilizzato da Puškin, in un contesto differente, «[…] il saggio Finn, / Potente signore degli spiriti»[12]. Nabokov, dunque, gioca con gli epiteti, creando ora similitudini, ora contrasti con il poema di Puškin, servendosi di un immaginario e un lessico affini all’opera del poeta ottocentesco.
Avanzando in quest’atmosfera dominata da forze malevole, l’immagine di Pietroburgo si tinge di un’ulteriore sfumatura puškiniana che rimanda, questa volta, a Il cavaliere di bronzo, poema suddiviso in tre parti, in ognuna delle quali la città viene analizzata secondo tre livelli di lettura ben distinti e differenti. Nell’introduzione il poeta affronta il tema della magnificenza di Pietroburgo, intonando canti di celebrazione e alludendo ai trionfi militari e dinastici della città; nella prima parte il tema patriottico cede il posto alla catastrofica immagine di una città disfatta e devastata, dominata da orrore e distruzione; nella seconda parte Puškin dipinge una città dai toni malvagi e affronta la storia del piccolo uomo che, invano, tenta di opporsi ad una potenza demoniaca, rappresentata dalla statua di Pietro il Grande che, animata, scatena la sua furia contro il povero Evgenij. Nella sua poesia, in particolare nella prima strofa, Nabokov sembra appellarsi alle ultime due immagini della Pietroburgo di Puškin:

O potente signore del destino!
Non così tu sull’orlo dell’abisso
Nell’alto colla ferrea briglia
Facesti impennare la Russia?[13]

Così leggiamo nell’opera del poeta. Attingendo ad un immaginario tragico, Nabokov descrive nei suoi versi una città che prima irradiava gloria e che ora, «sull’orlo dell’abisso», appare devastata. Il poeta novecentesco, infatti, restituisce ai lettori l’immagine di una Pietroburgo arida. Laddove c’era la vita, ora c’è morte; laddove c’era luce, ora c’è ombra; lo splendore degli anni del passato è stato divorato dalle tenebre della distruzione. La città è «affamata», paragonata ad un potente signore ormai caduto, che muore addolorato e solo: Pietroburgo diventa ora il Profeta puškiniano, che «Oppresso da una sete spirituale, /nel buio deserto ansima»[14]. E proprio come il Profeta, Pietroburgo sarà destinata a (ri)sorgere.
Nabokov, dunque, crea la sua Pietroburgo mediante un palinsesto delle opere puškiniane, ora attingendo ad un’immagine magico-fiabesca (Ruslan i Ljudmila), ora ad un’immagine di sofferenza e dolore esperiti nell’animo e nel fisico (Prorok). La personificazione usata dal poeta rende nell’immediato percepibile la decadenza che ha corrotto la città: Pietroburgo viene spogliata della sua potenza e presentata in una povertà disarmante. Lo scenario che si apre dinanzi agli occhi del poeta è per lui doloroso; Pietroburgo è ormai caduta nelle mani di una forza deleteria che sta inficiando la sua storia. La fierezza e quella forza invincibile proprie della città sono ormai spazzate via ed è il ricordo del passato che induce Nabokov ad esclamare «Oh città, cara a Puškin, / quanto lontani sono questi anni!». La memoria del poeta si tinge di toni nostalgici per un passato ormai lontano e correlato alla figura di Puškin: sin da subito, pertanto, Nabokov chiarifica a quale Pietroburgo egli dedica i suoi versi. La nostalgia che, quasi come una costante, accompagna la sua intera produzione letteraria è legata allo splendore che la sua città natale ha conosciuto nel XIX secolo. Lontano dalle sponde natali, Nabokov intesse nella sua mente il ricordo di una Pietroburgo mai conosciuta e che, tuttavia, sente vicina mediante il poeta ottocentesco. È a Puškin che, dunque, Nabokov si rivolge per dare voce al suo dispiacere e colmare quello iato che lo divide da una Pietroburgo ormai distrutta. Il poeta, infatti, nei versi successivi si abbandona ad una dolorosa descrizione delle rovine della città, che ricordano la devastazione da Puškin tratteggiata ne Il cavaliere di bronzo:

Le case si sono inclinate, annerite,
pochi sono i passanti, ed essi
incontrandosi si guardano l’un l’altro
con occhi, pieni di spavento,
in una certa lamentosa malinconia,
e tutti si son spenti, son diventati macilenti[15].

Sulla Pietroburgo costruita da Nabokov spietata si è abbattuta la furia della stichija, la stessa che Puškin ricorda nel poema del 1833:

Tutta notte la Neva
S’era scagliata al mare incontro alle bufere
Non vincendone la caparbia furia…
E di lottare non ebbe più forza…
[…]
Panchetti sotto il velo intriso,
Capanne a pezzi, travi, tetti,
[…]
Ponti divelti dall’uragano,
[…]
Le piazze erano laghi,
E in esse in larghi fiumi
Le vie fluivano. La reggia
Pareva isola tetra[16].

Pietroburgo è ormai catapultata in un silenzio tombale: «in questa tomba – giace Pietroburgo…»[17] – dichiara Nabokov. La vita ha ormai abbandonato questa città che prima splendeva di gloria e potenza:

La capitale dei mendicanti è silenziosa,
in essa la vita è cupa e ombrosa,
[…]
in una casa deserta, dove poco fa
ridevano i bambini, suonava il pianoforte
e il chiaro giorno vorticava dolcemente –
ma adesso una polverosa tristezza
sta nella foschia di un lilla pallido;
[…]
e, in silenzio piangendo,
la vita è andata via[18].

Questo scenario spettrale, da Nabokov descritto, non è a lui sconosciuto: anche Puškin, infatti, nel pieno del suo esilio meridionale, cominciato nel maggio del 1820, si appella al ricordo della città di Pietroburgo, colta in una veste negativa:

Città sfarzosa, città povera,
Spirito di schiavitù, aspetto slanciato,
La volta dei cieli di un verde pallido,
Noia, freddo e granito –
Eppure, mi dispiace un po’ per te[19].

Nabokov, dunque, proprio come Puškin, prova dispiacere per quella città che una volta dominava incontrastata e di fronte ad una tale devastazione egli non può far altro che rammentare una Pietroburgo ricca e viva: «È ora che ricordi un’altra»[20], afferma, appellandosi ad un ricordo tanto caro anche a Puškin, fonte di gioie genuine: «Ricordo, dipingi davanti a me / I magici luoghi, dove vivo con l’anima»[21]. Proprio come il poeta ottocentesco, Nabokov chiede al suo ricordo di poter rivivere nel cuore la sua amata Pietroburgo, elencandone i dettagli più significativi che sovvengono alla sua memoria. «Un tacito rimembrare davanti a me srotola / La sua lunghissima lista»[22], dichiara Puškin in Rimembranza (1828). Anche per Nabokov il ricordo di un passato gioioso «srotola la sua lunga lista», richiamando alla mente l’immagine di una quotidianità semplice, ma vivace in cui

Le finestre nelle case luccicano,
[…]
La cupola della cattedrale in lontananza
scintilla nell’azzurro e latteo
primaverile cielo[23].

La Pietroburgo del ricordo, dunque, si circonda di dettagli autentici e genuini. Ma in una terra straniera, lontano dallo splendore della città, questo ricordo diventa per Nabokov un male: «Com’è doloroso ricordare ciò / in una terra straniera, nella desertica ora!»[24]. Quest’ora desertica ostacola anche Puškin, la cui anima «nelle lunghe ore di desertica tristezza / Penosamente ha chiesto di riposare / Presso il vostro sacro focolare»[25]. Nabokov sembra fare propri i versi del poeta, desiderando di riposare presso la sua città natale. Non potendo, tuttavia, vivere in una palpabile concretezza Pietroburgo, egli si abbandona ad un docile vagabondare della mente: «Vago nei sogni, dove un tempo mi trascinavo»[26], e anche in questo caso le sue parole trovano una perfetta risonanza nei versi di Puškin, che nel 1829 esclama «Mi abbandono ai miei sogni»[27]. Da questo imprescindibile errare scaturisce una nota nostalgica:

Con nostalgia
nebbiosa, affettuosa, pudica,
con nostalgia della primavera del Nord
fiori e suoni si son indeboliti.
Si, ci furono giorni, – ma illegalmente
la tempesta ha sostituito la quiete.
Io ricordo, città sepolta,
la tua ultima primavera[28].

Anche Puškin più volte nei suoi componimenti ha citato quel sentimento di nostalgia che ha accompagnato il ricordo del passato, affermando in particolare «Con emozione e malinconia lì anelo io, / Dal ricordo inebriato…»[29]. Adattando le parole puškiniane al contesto migratorio del Novecento, Nabokov ricorda l’ultima primavera di Pietroburgo, gli ultimi giorni di luce e vita, prima che la morte feroce causasse rovina e distruzione. «Città sepolta» la definisce, infatti, il poeta, richiamando il verso conclusivo della prima strofa – «In questa tomba giace Pietroburgo…» – e delineando, in tal modo, il campo semantico del componimento. A un tale destino mortifero, tuttavia, Nabokov oppone un barlume di speranza, che si riflette nella figura dell’emigrato, trovando poi un chiaro riverbero in Puškin:

Abbandonato
in altri, stranieri confini,
guardo le albe attraverso le acque
tra il buio in fermento…
Non pochi sono, quelli come me. Noi
veglianti vaghiamo per il mondo
e sappiamo: la città sepolta
ancora risorgerà,
tutto in essa sarà
magnifico, gioioso e nuovo, –
ma ciò che è passato, nativo,
mai lo troveremo…[30]

Nabokov conclude il suo componimento con una nota dolce-amara: facendosi portavoce della condizione dell’emigrato, costretto a vagare per terre straniere, egli è consapevole che questa «città sepolta» un giorno risorgerà, tornerà a splendere, proprio come Puškin, che ne Il cavaliere di bronzo inneggia all’eterna gloria di Pietroburgo: «Glòriati e sta’, città di Pietro, / Come Russia incrollabile»[31]. Questa città, tuttavia, brillerà di una luce diversa: l’aggettivo nativo (rodnoj) viene da Nabokov volutamente differenziato dalle altre parole mediante il corsivo. È in esso che si racchiude il senso più intimo e profondo della nostalgia che lo accompagna: quella mancanza che Nabokov percepisce non concerne la Pietroburgo a lui contemporanea, ma la Pietroburgo del passato, quella città conosciuta da Puškin, fonte di dispiaceri per il poeta, ma pur sempre da lui amata. È ad un passato inaccessibile che Nabokov fa riferimento, rimpiangendo la bellezza di anni che non ha vissuto in prima persona. Di qui l’importanza di Puškin, che nel ricordo permette a Nabokov di esperire una Pietroburgo colta nel vivo del suo germogliare.

4. Il ricordo del nido nativo: Pietroburgo (Vedo in sogno nel mattino di Natale)

Se nel componimento summenzionato Pietroburgo viene apostrofata come città sepolta, nel 1923 Nabokov dedica al suo luogo natio versi intrisi di un affetto genuino, scaturito dal felice ricordo dell’infanzia. Il poeta allontana il dolore e la nostalgia per un passato irrecuperabile e si abbandona ad un piacevole vagabondare della mente, che lo porta ad esperire i profumi, i luoghi e le abitudini di una Pietroburgo familiare e amichevole. Dai versi non traspare alcun sentimento di rammarico e amarezza, al contrario, in essi si racchiude la pura quintessenza dei ricordi dell’infanzia e della gioventù. Pietroburgo appare quasi come un miracolo, un miraggio, che tuttavia è tangibile:

Vedo in sogno nel mattino di Natale
la mia lieve, la mia eterea Pietroburgo…
Vago per il lungofiume… il sole
Si è levato come rosa nebbiosa.
In un soffice strato
la neve si estende lungo la convessa ringhiera[32].

Il componimento si inaugura con due versi significativi per comprendere il sentimento che guida Nabokov in questo nuovo viaggio della mente e che, in particolare, assume connotazioni positive e dunque dicotomiche in relazione ai versi del 1921. Anche in questo caso l’influenza del poeta ottocentesco riverbera le sue principali conseguenze nella scelta lessicale operata da Nabokov, che impiega lessemi tipicamente puškiniani ai quali, tuttavia, attribuisce una sfumatura semantica in netto contrasto con le tematiche designate da Puškin nelle opere e poesie cui egli attinge. Ne è una chiara dimostrazione il verbo «venire in sogno; apparire» (чудиться, čudit’sja), usato in una costruzione simile nel Boris Godunov. A Nabokov era certamente ben noto il celebre monologo del monaco Pimen, che ricorda «non è il mio sogno di vecchio, tranquillo, e senza peccato – vedo in sogno ora conviti rumorosi, ora accampamenti e pugne guerresche»[33]. Mentre il sonno del monaco Pimen è disturbato da un’immagine cupa, dai toni bellici, mite è il ricordo che sovviene a Nabokov nel giorno di Natale, creando nell’immediato un’atmosfera di calore, di casa, avvalorata dagli epiteti con i quali egli si rivolge alla sua città natale: «mia lieve, mia eterea Pietroburgo». Quello del poeta è un ricordo intimo; egli invoca quel luogo che è suo, gli appartiene e che, in quanto tale, custodisce gelosamente. Nabokov esprime un trasporto empatico nei confronti di una città che sente “sua”, marcando in tal modo la vicinanza e l’affabilità con la quale Puškin si rapporta a Tat’jana nell’Evgenij Onegin, nei confronti della quale afferma «Impensieritasi, anima mia»[34]. Il ricordo, dunque, concede a Nabokov di vagare per la città natale. La scelta del verbo è senza dubbio alcuno intenzionale e mirata a suscitare associazioni con le opere puškiniane. Nabokov sembra infatti attingere all’incipit del componimento Strannik (Il pellegrino, 1835), in cui il protagonista recita «Una volta, vagando per una valle selvaggia […]»[35]. Il titolo della poesia risulta senz’altro indicativo, volto a rafforzare il legame semantico che Nabokov intesse con Puškin e che trova la sua più nitida rappresentazione nella condizione dell’esule alla ricerca di un posto stabile e sicuro.
Ma le riflessioni di Nabokov si spingono ben oltre un mero schema allusivo alle opere puškiniane. Quello di Sirin, di fatto, non è un semplice riferimento al poeta dell’Ottocento, ma una soggettiva interpretazione delle opere di quest’ultimo e, nello specifico, delle parole da lui utilizzate: il dolore vissuto da Puškin per l’esilio coatto non implica che Nabokov viva nel medesimo modo la sua personale esperienza di emigrato. E se, da un lato, egli si serve dei lessemi puškiniani, come principale strumento per la stesura dei componimenti poetici, dall’altro, è intento all’elaborazione semantica delle parole puškiniane, sottraendo le medesime alla connotazione negativa che il poeta ottocentesco attribuisce loro. Il pellegrino, di fatto, «vaga per una valle selvaggia»; Nabokov, al contrario, affida il suo ricordo ad un dolce vagabondare della mente, suggestivo e piacevole. Si crea così una costellazione di parallelismi e contrasti, che vede la propria origine nelle motivazioni che hanno spinto i due poeti ad abbracciare la condizione di emigrato e, in particolare, nel modo in cui essi vivono la nostalgia per i giorni irrecuperabili. Per Nabokov la nostalgia del passato non è sempre deleteria. Emblematica, a tal proposito, è la sua risposta ad una domanda cruciale, postagli in un’intervista del 1969 per la BBC-2: «La nostalgia debilita o arricchisce? / Nessuna delle due. La nostalgia è una delle mille tenere emozioni»[36]. E, di fatto, tenero è il ricordo di Nabokov in questa poesia, che intreccia nella mente i dettagli della Pietroburgo vissuta nella sua infanzia e adolescenza. A differenza di Puškin, costretto all’esilio, Nabokov sembra vivere serenamente il distacco dalla patria: il dolore da lui vissuto non scaturisce dall’impossibilità di vivere nel quotidiano la città e il paese nativi, ma dalla decadenza cui la Russia è andata incontro a causa di un governo deleterio e pernicioso. Per Nabokov non è il Nord ad essere nocivo, come marcato nell’Evgenij Onegin, ma le condizioni in cui vegeta la Russia e, in particolare, la sua Pietroburgo. Il poeta Sirin opta, dunque, per la creazione di un’atmosfera confidenziale: non descrive la Pietroburgo che guarda con il suo freddo sguardo e che indomita si erge al di sopra della massa. Questa è una Pietroburgo docile, quasi materna: essa non disprezza, ma accoglie e custodisce nel suo abbraccio il ricordo del poeta, che con la mente vaga e torna ai momenti felici trascorsi nella sua città natale, rammentando i piccoli dettagli che hanno rallegrato la quotidianità del suo inverno:

Ma nel giardino di città – a me caro –
tra la Neva e la cattedrale grigio fumo,
raggianti, leggere visioni
di rami trasversali si piegano sulla neve,
sulle garitte, sul cammello in pietra
di Prževal’skij, sulla vasca incatenata, –
e i bambini dai monti rotolano, rombano,
sdraiati a bocconi su uno slittino di velluto[37].

Le immagini che sovvengono al poeta sono semplici e genuine: la neve che imbianca la città, i bambini che giocano e l’azzurro del cielo, che avvolge l’imponente cattedrale di Sant’Isacco: «lì maestoso fluttua nell’azzurro / Isacco incantato dal gelo»[38]. Continuando l’associazione dicotomica alla base del componimento in analisi, Nabokov mutua da Puškin il termine «azzurro» (lazur’), creando una struttura semantica che di nuovo si compone di tratti contrastanti con le tematiche affrontate dal poeta ottocentesco nelle sue liriche: «Triste io vedo / L’azzurro dei cieli stranieri»[39], lamenta Puškin nel componimento del 1821. Quell’azzurro pietroburghese, ammirato da Nabokov nel suo ricordo, si tinge della mestizia che i cieli stranieri suscitano nel poeta. Nell’interpretazione di Nabokov, i lessemi puškiniani vengono, dunque, sottoposti ad un processo di risemantizzazione, finalizzato alla creazione di un ricordo non doloroso, ma intriso di affetto. Pietroburgo non è più malvagia, ma creatura benevola:

Mia candida, mia immaginaria (Pietroburgo)!… Per sempre
nell’animo mio, come un miracolo, si conserverà
il tuo lieve volto, la tua aria incomparabile,
i tuoi giardini, orizzonti, e canali,
il tuo inverno, alto, come un sogno […][40].

Gli epiteti con i quali Nabokov si rivolge alla sua città natale si caricano di una valenza altamente simbolica. Nello specifico, indicativo appare l’aggettivo «immaginario, spettrale» (призрачный, prizračnyj), che rimanda al romanzo puškiniano in versi, nello specifico, alla delicata e al contempo amara consapevolezza di un passato irrecuperabile: «chi abbia provato un sentimento è turbato / dal fantasma dei giorni irrecuperabili»[41]. Ancora il poeta Nabokov sovverte quella nota di pessimismo puškiniano, che questa volta pervade l’Evgenij Onegin e che emerge in relazione alla tematica dell’esilio.
Nabokov parla di Pietroburgo come un fantasma, i cui contorni, tuttavia, ben delineati figurano nella sua mente, e malgrado il passato sia ormai perduto, il ricordo suscita in lui sensazioni positive. Il meccanismo dicotomico operato da Sirin, tuttavia, non è monopolizzante: le dinamiche di accostamenti in attrito dal punto di vista tematico cedono ben volentieri il posto ad una fusione semantica tra le opere dei due poeti. Con una sincerità toccante Nabokov canta l’amore per la sua città in una dichiarazione che ricorda alcuni dei più bei versi composti da Puškin ne Il cavaliere di bronzo, dedicati proprio alla città di Pietroburgo:

T’amo, creatura di Pietro,
Amo il tuo grave ed armonioso aspetto,
Il regale corso della Neva,
[…]
Amo del tuo rigido inverno
L’immota aria ed il gelo,
Il corso delle slitte lungo la larga Neva[42].

Una nota di dispiacere, tuttavia, intacca l’armonia del paesaggio del ricordo: rivolgendosi alla stessa Pietroburgo il poeta afferma:

Sei svanita,
sei volata via, mentre io trascino visioni
in altri confini – su piazze di specchio,
su ponti mobili… È difficile per me…[43]

Il dolore che il poeta esperisce per aver perduto la sua città è tangibile e ciò che colpisce è la semplicità con la quale egli dà voce al suo stato d’animo. «È difficile per me», parole comuni, ma dotate di una potenza disarmante: il lettore nell’immediato attinge alla genuinità dei sentimenti del poeta, compatendolo. Trascinare visioni in confini altri (quelli nativi) è un atto doloroso, che si riflette nell’afflizione esperita da Puškin, che in due componimenti ben rappresenta la condizione delineata da Nabokov nei versi summenzionati: «Vedo la remota riva, / Della terra di mezzogiorno i magici confini»[44] – recita il poeta nel 1820, – «Ora in esilio / Trascino giorni incatenati»[45], – afferma nel 1824. Nabokov, tuttavia, non permette alla sofferenza di dilagare e percepisce vicina la sua Pietroburgo, continuando il suo viaggio della mente e imbattendosi, infine, nella figura del poeta ottocentesco:

E sento, come Puškin ricorda
tutte le inezie alate, le sfumature
e i riverberi: «Io ricordo, – dice, –
la neve volante, […]
più vividamente ricordo
quel ponte leggero, dove ho incontrato Danzas
in un giorno di gennaio, prima del duello stesso…»[46].

Nabokov conclude il suo componimento con un’immagine ben specifica: Puškin che ricorda il luogo e il momento antecedente il fatale duello. Un’immagine che senza dubbio alcuno stona con l’armonia creata dal candore del paesaggio invernale e che, tuttavia, continua quella scia di spensieratezza prodotta dal ricordo della quotidianità. È lo stesso Puškin, infatti, a raccontare quelle che lui stesso definisce «minuzie».
Che sia doloroso o fonte di una gioia genuina, il ricordo di Pietroburgo vive in Nabokov e sempre nella sua mente esso prende forma mediante Puškin, poeta che ha patito le pene e le sofferenze dell’esilio – malgrado egli non abbia mai abbandonato il confine russo, ma luoghi come il Caucaso, la Crimea e Odessa apparivano a lui come alieni – e nel quale, per tale motivo, Nabokov riconosce una figura amica, vicina.


  1. «Стихи Сирина отличаются такой же точностью, тщательностью и заостренностью языка, как и проза. […] Стихи Сирина […] производят впечатление подкованной рифмами ритмической прозы. В них много рассудочности, добросовестности, отчетливости» (G. Chochlov, V. Sirin. Vozvraščenie Čorba, in V.V. Nabokov, Stichotvorenija, San Pietroburgo, Akademičeskij proekt, 2002, p. 6, trad. mia salvo diversamente segnalato).
  2. «В них […] очень мало настоящей поэтической полнозвучности» (ibidem).
  3. «Я никогда не мог найти каких бы то ни было видовых отличий между поэзией и художественной прозой. Я склонен определять хорошее стихотворное произведение любой длины как концентрат хорошей прозы с добавлением или без добавления повторяющегося ритма или рифмы» (ivi, p. 28).
  4. «Они перекрывают друг друга» (ibidem).
  5. Cfr. Jurij I. Levin, Bispacial’nost’ kak invariant poetičeskogo mira Nabokova, «Russian Literature», XXVIII, 1, 1990, pp. 45-124.
  6. «Would you ever go back to Russia? / I will never go back, for the simple reason that all the Russia I need is always with me: literature, language, and my own Russian childhood» (V.V. Nabokov, Strong Opinions, New York, Vintage Books, 1990, p. 19).
  7. «Пушкин – радуга по всей земле, […] Пушкин – выпуклый и пышный свет» (V.V. Nabokov, Na smert’ Bloka, in Stichotvorenija, cit., p. 67).
  8. A.S. Puškin, Evgenij Onegin, trad. it. di P. Pera, Venezia, Marsilio, 1996, I 2, p. 77.
  9. «Так вот он, прежний чародей, / глядевший вдаль холодным взором / и гордый гулом и простором / своих волшебных площадей, – / теперь же, голодом томимый, / теперь же, падший властелин, / он умер, скорбен и один… / О город, Пушкиным любимый, / как эти годы далеки! / Ты пал, замученный, в пустыне… / О город бледный, […]» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 240).
  10. «взором, полным хитрой лести» (A.S. Puškin, Ruslan i Ljudmila, in Id., Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, Mosca-Leningrado, Nauka, 1950, t. 4, p. 47).
  11. «бледный чародей» (ivi, p. 71).
  12. «[…] вещий Финн, Духов могучий властелин» (ivi, p. 93).
  13. A.S. Puškin, Il cavaliere di bronzo, in Opere, a cura di E. Bazzarelli e G. Spendel, trad. it. di T. Landolfi, Milano, Mondadori, 1990, p. 325.
  14. «Духовной жаждою томим, / В пустыне мрачной я влачился» (A.S. Puškin, Prorok, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 2, p. 340).
  15. «Дома скосились, почернели, / прохожих мало, и они / при встрече смотрят друг на друга / глазами, полными испуга, / в какой-то жалобной тоске, / и все потухли, исхудали» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 240).
  16. A.S. Puškin, Il cavaliere di bronzo, in Opere, cit., pp. 318-319.
  17. «в могиле этой – Петербург…» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 240).
  18. «Столица нищих молчалива, / в ней жизнь угрюма и пуглива, / […] в пустынном доме, где недавно / смеялись дети, пел рояль / и ясный день кружился плавно – / а ныне пыльная печаль / стоит во мгле бледно-лиловой; / […] и, тихо плача, жизнь ушла» (ivi, pp. 240-241).
  19. «Город пышный, город бедный, / Дух неволи, стройный вид, / Свод небес зелено-бледный, / Скука, холод и гранит – / Все же мне вас жаль немножко» (A.S. Puškin, Gorod pyšnyj, gorod bednyj, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 3, p. 77).
  20. «Пора мне помнится иная» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 241).
  21. «Воспоминание, рисуй передо мной / Волшебные места, где я живу душой» (A.S. Puškin, Carskoe Selo, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 2, p. 144).
  22. A.S. Puškin, Rimembranza, in Opere, cit., p. 79.
  23. «Окошки искрятся в домах, / […] Собора купол вдалеке / мерцает в синем и молочном / весеннем небе» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 241).
  24. «Как, на чужбине, в час пустынный / все это больно вспоминать!» (ivi, p. 241).
  25. «в долгие часы пустынной грусти / Томительно просилась отдохнуть / У вашего святого пепелища» (A.S. Puškin, Ešče odnoj vysokoj, važnoj pesni, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 3, p. 156).
  26. «Брожу в мечтах, где брел когда-то» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 241).
  27. «Я предаюсь моим мечтам» (A.S. Puškin, Brožu li ja vdol’ ulic šumnych, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 3, p. 133).
  28. «Тоской / туманной, ласковой, стыдливой, / тоскою северной весны / цветы и звуки смягчены. / Да, были дни, – но беззаконно / сменила буря тишину. / Я помню, город погребенный, / твою последнюю весну» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 243).
  29. «С волненьем и тоской туда стремлюся я, / Воспоминаньем упоенный…» (A.S. Puškin, Poglaslo dnevnoe svetilo, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 2, p. 7).
  30. «Брошен я / в иные, чуждые края, / гляжу на зори через воды / среди волнующейся тьмы… / Таких, как я, немало. Мы / блуждаем по миру бессонно / и знаем: город погребенный / воскреснет вновь, все будет в нем / прекрасно, радостно и ново, – / а только прежнего, родного, / мы никогда уж не найдем…» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 244).
  31. A.S. Puškin, Il cavaliere di bronzo, in Opere, cit., p. 315.
  32. «Мне чудится в Рождественское утро / мой легкий, мой воздушный Петербург… / Я странствую по набережной… солнце / взошло туманной розой. Пухлым слоем / снег тянется по выпуклым перилам» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 258).
  33. A.S. Puškin, Boris Godunov, in Opere, cit., p. 564.
  34. «Задумавшись, моя душа» (A.S. Puškin, Evgenij Onegin, III 37, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., p. 75).
  35. «Однажды странствуя среди долины дикой» (A.S. Puškin, Strannik, in Polnoe sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 3, p. 341).
  36. «Is nostalgia debilitating or enriching? / Neither. It’s one of a thousand tender emotions» (V.V. Nabokov, Strong Opinions, cit., p. 154).
  37. «А в городском саду – моем любимом – / между Невой и дымчатым собором, / сияющие, легкие виденья / сквозных ветвей склоняются над снегом, / над будками, над каменным верблюдом / Пржевальского, над скованным бассейном, – / и дети с гор катаются, гремят, / ложась ничком на бархатные санки» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 259).
  38. «там величаво плавает в лазури /морозом очарованный Исакий» (ibidem).
  39. «Печальный вижу я / Лазурь чужих небес» (A.S. Puškin, Čaadaevu, in Polnoe Sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 2, p. 47).
  40. «Мой девственный, мой призрачный!.. Навеки / в душе моей, как чудо, сохранится / твой легкий лик, твой воздух несравненный, / твои сады, и дали, и каналы, / твоя зима, высокая, как сон […]» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 259).
  41. A.S. Puškin, Evgenij Onegin, cit., I 46, p. 111.
  42. Id., Il cavaliere di bronzo, in Opere, cit., p. 314.
  43. «Ты растаял, / ты отлетел, а я влачу виденья / в иных краях — на площадях зеркальных, / на палубах скользящих… Трудно мне…» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 259).
  44. «Я вижу берег отдаленный, / Земли полуденной волшебные края» (A.S. Puškin, Pogaslo dnevnoe svetilo, in Polnoe sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 2, p. 7).
  45. «теперь в изгнаньи / Влачу закованные дни» (Id., K Jazykovu, in Polnoe sobranie sočinenij v desjati tomach, cit., t. 2, p. 186).
  46. «И слышу я, как Пушкин вспоминает / все мелочи крылатые, оттенки / и отзвуки: “Я помню, – говорит, – / летучий снег, […] всего живее помню / тот легкий мост, где встретил я Данзаса / в январский день, пред самою дуэлью…”» (V.V. Nabokov, Peterburg, in Stichotvorenija, cit., p. 260).

Pubblicato da Sara Cardilicchio

ha studiato Lingue e culture comparate presso l’Università di Napoli «L’Orientale». Si è laureata con una tesi in Letteratura russa sul Puškin di Geršenzon. Ha terminato gli studi in Letterature e culture comparate presso lo stesso Ateneo, con una tesi in Letteratura russa incentrata sull’influenza puškiniana nell’opera in prosa e in versi di Nabokov. È stata vincitrice di una borsa di studio presso la Vysšaja škola ėkonomiki di San Pietroburgo.