L’extended meaning secondo Adrian Blau: limiti e difficoltà applicative

L’extended meaning secondo Adrian Blau: limiti e difficoltà applicative

1. Introduzione

Con un recente articolo dall’evocativo titolo Meaning and Understanding in the History of Ideas[1], A. Blau interviene sul tema dell’individuazione e classificazione dei significati nell’ambito della storia intellettuale in generale e della storia del pensiero politico in particolare. A. Blau tratteggia, così, una nuova generale classe definita consequential meaning, comprendente, in specie, i pretesi significati derivanti dalle inferenze di carattere empirico e logico, rispettivamente denominati evidential meaning e extended meaning, entrambi muniti di un proprio apparato metodologico. Si avverte sin d’ora che, nel prosequio, per maggior chiarezza, si conserverà la distinzione tra literal meaning, intended meaning, evidential meaning e extended meaning. La presa di posizione mira a contendere all’intended meaning la centralità interpretativa e ad ampliare il novero dei significati rilevanti affiancandovi un metodo di analisi logico-filosofica dei testi, forse sinora trascurata dagli storici a causa della preponderante influenza della scuola di Cambridge[2].
La presente analisi mira a discutere le caratteristiche e gli eventuali vizi interni ed esterni dei consequential meanings. All’uopo, dopo aver dato conto del fondamento teorico sottostante l’evidential e l’extended meaning, non senza interrogarsi sull’effettiva novità degli strumenti euristici studiati e sul rapporto con il ben noto approccio contestualista di Q. Skinner, si procederà con un’indagine tesa a verificare se l’obiettivo di dimostrare «how extended meaning has robust intellectual foundations»[3] sia stato raggiunto o meno. Del pari, si renderà necessario esaminare alcune incertezze afferenti la sistematizzazione e coerenza interna che potrebbero minare l’efficacia della teoria delle inferenze. L’analisi volgerà successivamente, per concludere, alla formulazione di un diverso ed alternativo metodo di impiego dell’extended meaning.

2. Dall’evidential meaning all’extended meaning

L’intero impianto interpretativo predisposto da A. Blau fonda sulla constatazione secondo cui le inferenze sono sovente introdotte dal verbo to mean o equivalenti, circostanza questa che dimostrerebbe l’attitudine di tali elementi logici ad assumere la veste di significati. La riformulazione delle famiglie semantiche qui in esame trae origine da un contributo alla filosofia del linguaggio a firma di P. Grice. Questi sembra convalidare l’ammissibilità di tre significati, ovvero il literal meaning, l’intended meaning e l’evidential meaning[4]. Occorre sin d’ora un’avvertenza: l’ultimo paradigma semantico non assume centralità nel discorso filosofico di P. Grice e, anzi, risulta destinatario di un peregrino e appena accennato riferimento dal menzionato filosofo del linguaggio. Conviene, in ogni caso procedere ad una rapida disamina dell’argomento. La classe linguistica qui in discussione è portatrice di un contenuto empirico ed esteriore correlato a «natural sign»[5], a differenza del restante compendio semantico, costituito dal significato letterale e intenzionale, che ha a oggetto prodotti comunicativi di origine sociale e convenzionale. Il verbo to mean può essere adoperato in asserti come «black clouds mean rain»[6] o «boulders mean glacial activity»[7]: in tali circostanze pare potersi discutere di un natural meaning.
In sostanza, è qualificabile come significato quanto esposto negli asserti aventi ad oggetto segni esteriori e obiettivi nonché i risultati di inferenze empiriche inerenti processi causali naturali[8]. Il perimetro del concetto linguistico qui in esame non è, tuttavia, ancora completo. Pervenuto a questo primo arresto, A. Blau prosegue nell’operazione definitoria attraverso una duplice variazione delle tesi di P. Grice. Anzitutto, occorre estendere il natural meaning alle sequenze empiriche di fonte sociale. A detta di A. Blau, nulla osta ad una simile soluzione ed, anzi, proposizioni come «the recent budget means that we shall have a hard year»[9] discussa da P. Grice e «being caught means prison»[10] indicano il contrario. Le nuvole sono indice di un fatto naturale, la pioggia, così come la cattura rivela una circostanza di origine sociale, la successiva incarcerazione.
Il secondo apporto di A. Blau è tutto rivolto ad una questione di prospettiva: occorre semplicemente traslare l’analisi dai segni esteriori alle conseguenze ed alle implicazioni di questi per giungere alla definitiva configurazione dell’evidential meaning[11]. Per chiarire il punto ci si richiama ad un esempio poc’anzi citato: nell’affermare che la cattura significa incarcerazione si intende che la perdita di libertà è conseguenza della cattura. Alla luce delle surriferite argomentazioni, viene offerta una definizione di evidential meaning: «to say that P means Q is to say that if P happens, Q happens»[12].
Ora, pare meritevole di interesse soffermarsi su due questioni ovvero se l’evidential meaning abbia effettivamente natura di significato e, comunque, se rivesta carattere di novità nell’ambito della storia del pensiero politico. Ebbene, si osservi il seguente caso formulato da A. Blau: «boulders mean glacial activity»[13]. Si tratta di una ridescrizione sintetica della sequenza causale secondo cui l’attività glaciale è l’antecedente necessario della formazione e dello spostamento di massi. Del pari, l’esempio di P. Grice inerente il bilancio può essere riformulato come segue: a causa delle difficoltà di bilancio si avrà un anno duro. In sostanza, il significato di cui si discute altro non è che l’applicazione di un procedimento controfattuale sulla base del ben noto schema della conditio sine qua non. Lo stesso A. Blau afferma che «mean means indicate … and that is all my position involves»[14]. Pare, pertanto, corretto intravedere nell’evidential meaning un esperimento mentale idoneo ad offrire risultanze empiriche, meno ravvisarvi un autonomo significato. D’altronde, l’argomento in menzione restituisce all’interprete valutazioni di carattere osservativo, anche nell’ambito delle evidenze di carattere sociale. Non si nega qui, chiaramente, che il metodo in discussione sia privo di efficacia cognitiva, ma sembra meno convincente la tesi secondo cui lo stesso consenta un’apprensione semantica. La ricerca di eventi e fatti di natura sociale da cui trarre conclusioni è un metodo che la storia delle idee, quantomeno nella veste contestualista, condivide con la storia dei fatti, e non appare esservi alcunché di nuovo in questo. A. Blau considera esempio di fruttuoso impiego dell’evidential meaning il seguente commento[15] riferito alla famiglia dei Signori: «the fact that they wrote in this manner meant that the Signori were well aware that Machiavelli was familiar with rhetoric»[16]. Si dà qui atto che dalla lettura degli scritti di una pluralità di persone membri della famiglia dei Signori, emerge una serie univoca e coerente di evidenze la cui implicazione consiste nella conoscenza da parte degli scriventi della familiarità di Machiavelli con la retorica. Si tratta di una rilevante conclusione e di un metodo familiare e consueto nell’ambito della storiografia di indirizzo contestualista, ma certamente l’anzidetto assunto non cade nel campo semantico. Dopo questa rapida rassegna sulle riserve circa la natura dell’evidential meaning conviene volgere l’analisi alle difficoltà applicative. Ora, si paventa qui il concreto rischio che l’evidential meaning interferisca con l’intended meaning per le ragioni che di seguito si espongono. Il parametro di riconoscimento di una convenzione linguistica ha natura empirica e si atteggia quale adozione di un medesimo ed univoco argomento da parte di una pluralità di autori in una serie di scritti in un medesimo contesto storico-politico. Diversamente opinando, la reiterazione di asserzioni del medesimo segno da parte di più autori in più opere determina quale conseguenza-implicazione la formazione di una convenzione linguistica. Il paradossale esito di questa osservazione è che il significato intenzionale di un profferimento è strettamente incardinato e subordinato alla previa apprensione di un evidential meaning. Si rende necessario concludere con due osservazioni: anzitutto, l’argomento in menzione sfocia in constatazioni empiriche e, in secondo luogo, lo stesso è parte metodologica di un significato già esistente, sicché pare difficile attribuirvi un autonomo ruolo semantico.
Conviene, adesso, riprendere lo svolgimento logico-filosofico diretto al concepimento dell’extended meaning. A questo riguardo, A. Blau persevera nel procedere per estensione. Volgere l’attenzione alle conseguenze determina l’attrazione nell’ambito di cognizione dello storico del pensiero politico non solo delle implicazioni empiriche, ma anche di quelle logiche. Ne discende l’acquisizione nella dotazione metodologica dell’interprete testuale di uno strumento preordinato a cogliere le conseguenze derivanti dagli argomenti svolti[17]. Il procedimento logico su cui si fonda il significato di cui si tratta ha natura inferenziale e, secondo la prospettazione fornita da A. Blau, sembra coincidere con il metodo sillogistico[18]. La ben nota inferenza secondo cui Socrate, in quanto appartenente al genere umano, è mortale è suscettibile di essere alternativamente espressa come segue: «se Socrate è umano, ciò significa, ovvero comporta logicamente, che egli sia mortale»[19]. L’extended meaning risulta chiaramente riconoscibile poiché l’esposizione del ragionamento consequenziale è sempre introdotto da locuzioni come «pertanto…» oppure «questo significa che…» seguite da proposizioni consecutive[20]. Anche in questo caso, A. Blau provvede a stabilire una definizione di extended meaning che espone nei seguenti termini: «to say that P means Q is to say that P logically implies Q»[21]. L’anzidetta concettualizzazione non appare, tuttavia, sufficiente a offrire contezza della pluralità di esplicazioni concrete del significato di cui sopra. Il genere semantico si articola in tre diverse specie, ovvero

a) logical consequences, e.g. an author says P, and P implies Q; b) consistency and inconsistency, e.g. an author believes F and G, but these are inconsistent; c) correctness and error, e.g. an author argues H, but this is wrong[22].

Orbene, si coglie immediatamente l’eterogeneità degli oggetti di studio convergenti sotto la definizione extended meaning. A detta di A. Blau, il primo fattore analitico assorbe gli altri due, che vengono rappresentati al solo fine di completezza argomentativa. Non è tutto, infatti, lo storico britannico ravvisa la necessità di un’ulteriore partizione interna al concetto linguistico in esame. Ciascun oggetto del meaning (conseguenze logiche, coerenza e correttezza) è suscettibile di applicazione in tre diversi casi: «i) general logical examples, ii) particular examples involving factual claims; iii) particular examples involving conceptual claims»[23]. Si scopre, così, che l’extended meaning si fraziona in ben nove diverse tipologie[24]. Per ragioni di spazio non ci si può qui soffermare a riportare ogni singola fattispecie, ma ci si limiterà a dare conto di quanto interessa ai fini della presente analisi. Preme, in particolare, portare l’esempio dell’implicazione logica di carattere generale. Si faccia il caso di una teoria secondo cui l’autorità per definirsi legittima necessiti del consenso di coloro che vi sono soggetti. Segue l’osservazione secondo cui molte donne sposate non abbiano scelto liberamente i mariti con cui hanno contratto matrimonio. La conseguenza inevitabile consiste nel fatto che i coniugi non possano vantare alcuna legittima autorità sulle mogli[25]. L’apporto euristico, nella declinazione qui trattata, è quello che pare maggiormente calzante con la dimensione dell’extended meaning che qui interessa, poichè effettivamente opera un accrescimento conoscitivo e, forse, anche semantico, a differenza del sindacato di coerenza e correttezza. Questo sarà, in ogni caso, argomento oggetto di successiva trattazione. Si prosegue adesso con alcune osservazioni ed approfondimenti sul meaning appena descritto.

3. Analisi della teoria linguistica di A. Blau: considerazioni sulla sua effettiva novità e rapporti con la metodologia derivante dalla filosofia analitica

La lunga e, a tratti, tortuosa elaborazione teorica di filosofia del linguaggio elaborata da A. Blau sembra preordinata al solo ed unico risultato di assegnare una valenza semantica all’inferenza derivante da un comune sillogismo. Non sembra affatto di assistere a una vera innovazione, soprattutto sotto il profilo metodologico. Anzi, a ben vedere sembra trattarsi, piuttosto, di un espediente meramente nominalistico per introdurre nell’ordinario framework, comprendente anche l’analisi storica contestualistica, elementi di valutazione filosofica derivanti dalla logica formale e, in definitiva, dalla filosofia analitica.
Conviene, anzitutto, verificare se tutti i pretesi significati indicati da A. Blau, ovvero le conseguenze di carattere logico, la coerenza e la correttezza, integrino il concetto di significato o meno, avendo a mente che ciascuno di questi, nel modello qui in esame, si ammanta di autonomo valore semantico.
Nondimeno, occorre una verifica sull’origine degli strumenti metodologici di cui lo storico britannico si avvale per allestire la strumentazione idonea, o pretesamente tale, al raggiungimento di un nuovo understanding.
Ebbene, coerenza e correttezza si configurano quali criteri di valutazione rispettivamente interna ed esterna dell’ammissibilità di una proposizione o di una pluralità delle stesse tra loro coordinate[26]. Appare di tutta evidenza che qualunque dissertazione comprendente al proprio interno argomenti reciprocamente incompatibili è in radice inidonea a produrre un significato[27]. Pertanto, la coerenza, lungi dall’assumere veste di significato, svolge la funzione di condizione preliminare allo stesso. Si aggiunge, prima di volgersi al principio di correttezza, che l’introduzione di una operazione logica attinente il sindacato di conformità tra asserti attraverso il verbo significare o to mean nulla sposta sulla natura preliminare dell’anzidetta valutazione.
Non diversa si atteggia la conclusione in ordine al criterio della correttezza. L’interprete testuale, infatti, è tenuto a ponderare la corrispondenza del propositional content di un asserto, o di una pluralità di questi tra loro coordinati, con il dominio di riferimento esterno. Chiaramente, anche questa costituisce una preliminare attestazione di ammissibilità[28]. Lo stesso A. Blau offre contezza di quanto appena affermato: «imagine that I say “Paris is the capital of Germany” and that I use the conventional understanding of these terms. But Paris is not the capital of Germany. This means that I am wrong»[29].
La dichiarazione, in questo caso, non incorre in alcun vizio logico interno, ma è falsificata in quanto in realtà Parigi non è capitale della Germania, ma della Francia. È significativa la precisazione dell’autore secondo cui il profferimento è interpretato in forza del literal meaning, poiché su questo si costruisce l’analisi logico formale caratteristica della filosofia analitica. La stessa espressione potrebbe trovare spazio nell’approccio intenzionalista e contestualista, anche se, con alta probabilità, sarebbe degradata a dichiarazione non seriamente pronunciata. Soprattutto, preme osservare che, anche in questo caso, un difetto di correttezza nuoce alla formazione di un valido significato, sicchè il postulato in discussione non possiede alcuna valenza semantica, ma pone le condizioni perché la stessa possa avere origine.
I due criteri innanzi esaminati, se autonomamente insuscettibili di qualsivoglia produzione semantica, costituiscono imprescindibili apporti per quell’analisi dei testi improntata al rigore logico, alla chiara esposizione, alla precisione terminologica e, in ultima analisi, a uno stringente esame testuale senza alcun apporto esterno che si identifica con la filosofia analitica[30]. Numerose e univoche evidenze depongono in tal senso, persino laddove A. Blau si affanni a dimostrare il contrario[31].
Lo storico, infatti, nella predisposizione del metodo qui discusso si è tacitamente avvalso di risorse euristiche assai più ampie di quanto espressamente dichiarato. Dalla lettura dell’articolo in esame si apprende, infatti, dell’esistenza di un decimo meaning non oggetto di codificazione, ma indicato tramite un caso pratico. Si scopre, così, che l’extended meaning integra la funzione di rimedio diretto a correggere gli eventuali difetti logici di un testo[32]. Lo storico inglese indaga i significati sottesi ad un noto passo hobbesiano tratto dal Leviathan: «the thoughts, are to the desires, as scouts and spies, to range abroad, and find the way to the things desired»[33]. Il testo lascia spazio ad ambiguità interpretative, poiché non emerge con chiarezza la facoltà in discussione: tra l’altro, il brano è stato sovente letto in senso anacronistico alla luce dell’idea, formulata da Hume, della ragione soggiogata dalle passioni. Onde escludere quest’ultima ipotesi, A. Blau effettua una ricognizione rigorosamente interna al testo. Ebbene, in un analogo asserto Hobbes afferma: «from desire ariseth the thought of some means we have seen produce the like which of that which we aim at»[34]. Il fatto che la proposizione sia retta da un verbo al passato sembra giustificare un riferimento alla memoria. Tra l’altro, risulta assai improbabile che il riferimento agli esploratori e alle spie possa riguardare la facoltà della ragione, visto che nella medesima sede Hobbes dichiara «but of reason and science I have already spoken in the fifth and sixth chapters»[35]. In sostanza, A. Blau attesta che il primo asserto di Hobbes non avesse alcuna relazione con la facoltà della ragione[36]. Ora, l’espediente metodologico adottato pare in piena consonanza con la tecnica interpretativa derivante dalla filosofia analitica. La convalida del corretto contenuto semantico della proposizione esaminata è stata effettuata ricorrendo all’impiego del precetto di coerenza unitamente ad una rigorosa analisi della posizione della stessa nel tessuto testuale. Non vi è dubbio, tuttavia, che l’espediente metodologico secondo cui il significato di un asserto dipenda anche dalla posizione nella sequenza degli argomenti sia, al pari del primo, proprio della filosofia analitica[37]. A tal proposito, a nulla vale l’eccezione sollevata da A. Blau secondo cui il surriferito espediente rivesta un ruolo universale, quasi a voler sottintendere che lo stesso sia estraneo a qualsivoglia specifica famiglia metodologica[38]. Lo storico britannico ha ravvisato uno sviamento nel percorso logico effettuato da Hobbes, il cui effetto consiste in una incertezza circa la facoltà cui il pensatore politico faccia riferimento. A fronte di un difetto di funzionalità del ragionamento, A. Blau opera a tutti gli effetti una rational reconstruction del pensiero hobbesiano. L’operazione volta ad escludere il concetto di ragione, non è promossa attraverso un’indagine sulla razionalità effettuata in rapporto a parametri esterni, quali le convenzioni linguistiche e i valori prevalenti, bensì attraverso la coerenza del ragionamento rispetto alle premesse logiche poste dallo stesso Hobbes. Non si tratta, quindi, di una rational reconstruction nella forma più penetrante, consistente nella modifica definitiva di un’operazione logica irrimediabilmente compromessa[39], ma, per converso, di un adeguamento del discorso incoerente alle premesse che lo stesso Hobbes ha posto. L’interprete, effettua il sindacato di razionalità di Hobbes con se stesso, provvedendo a dare corso ad un’indagine interna al testo in virtù di una ricerca di proposizioni analoghe e avendo, altresì, a mente la dislocazione dell’asserto meritevole di emenda nella sequenza degli argomenti.
A. Blau asserisce, altresì, che l’extended meaning sia uno strumento diretto a raccogliere le inferenze derivanti da sillogismi. La dichiarazione programmatica non è del tutto corretta, poiché il preteso significato in questione non si limita a questo. È appena stata data evidenza di ciò e si provvederà ulteriormente in tal senso nel procedere della presente disamina. Tuttavia, è necessario soffermarsi sulla suddetta procedura deduttiva, poiché l’argomento conduce ad alcuni determinanti arresti in merito alle implicazioni logico-semantiche. Ora, il sillogismo appartiene al compendio metodologico della logica formale e, così, della filosofia analitica[40]. Tanto premesso, conviene addentrarsi ulteriormente nel tema partendo da un paradigma inerente le logical implications discusso da A. Blau:

Johnny’s theory states that legitimate authority requires content. But many married women have not consented to their husbands. This means that on Johnny’s theory these men do not have legitimate authority over their wives[41].

Lo strumento sillogistico è qui proposto nella forma dell’applicazione di un principio generale e astratto ad un caso concreto, traendone l’appropriata conclusione[42]. Orbene, a mente dell’insegnamento di C. List e L. Valentini, «the propositional content of a principle is the set of all its implications»[43] e tanto vale in ogni inferenza deduttiva di carattere verticale, quale il caso appena trattato. D’altronde, è sufficiente prestare attenzione alla definizione dei significati compresi in un argomento portata da C. List e L. Valentini secondo cui «if a theory asserts p and if p then q»[44] per verificare la piena congruità con l’esplicazione dell’extended meaning secondo cui «to say that P means Q is to say that P logically implies Q»[45]. A nulla vale eccepire che la tesi di C. List o L. Valentini sia attinente solo alle teorie, poiché la stessa spiegazione può essere estesa a un principio o, comunque ad una pluralità di asserti tra loro coordinati. Il rilievo dell’arresto cui si è adesso pervenuti è evidente: l’unica componente dell’extended meaning che apparisse suscettibile di autonoma capacità semantica resta assorbita nel campo dell’undestanding riferibile alla filosofia analitica.
È errato, come già in precedenza segnalato, ritenere che il metodo qui discusso rimanga astretto al solo perimetro dell’inferenza sillogistica. Infatti, ricorre tale circostanza in ordine al fenomeno della «conceptual implication»[46]. La pretesa conseguenza, che identifica un sottoinsieme delle logical consequence, porta la denominazione alternativa, ma maggiormente illustrativa, di «conceptual redescription»[47]. Questa formula non è precisamente definita, ma commentata a partire da un modello dallo stesso A. Blau predisposto: «Tom and Jerry define liberty as absence of external constraints. This means that their idea of liberty is a negative one. It does not matter if this term was invented later: what Tom and Jerry say is equivalent to this notion»[48] cui si aggiunge la seguente delucidazione «in effect, the syllogism is (a) negative liberty has certain criteria, (b) Tom and Jerry’s idea of liberty meets those criteria, therefore (c) Tom and Jerry’s idea of liberty is a negative one»[49].
Anzitutto, in questa sede non interessa tanto la sopra riportata esemplificazione e spiegazione e, anzi, si ritiene di dover resistere al fuorviante riferimento al sillogismo atteso che nella concreta analisi cui a breve si farà riferimento, si ricorre ad un altro e diverso metodo. A. Blau coglie nell’approccio storiografico di Gad Prudovsky il fenomeno euristico dianzi evocato come conceptual redescription. L’obiettivo metodologico cui Gad Prudovsky mira nel ben noto articolo Can we Ascribe to Past Thinkers Concepts They had no linguistic Means to Express?[50], consiste nello sciogliere il vincolo di necessaria correlazione corrente tra il significato di un concetto e l’ambiente linguistico di riferimento. In specie, l’autore manifesta disapprovazione avverso il principio di accessibilità, a mente del quale la condizione necessaria per l’insorgenza di un concetto coincide con la disponibilità di un compendio linguistico idoneo a designarlo[51]. Il surriferito storico riprende un’analisi effettuata da A. Koyrè sulla teoria di Galileo inerente il moto dei gravi per giustificare il ricorso all’anacronismo[52]. Gad Prudovsky conclude che l’inesistenza della locuzione massa inerziale non sia di per se stessa ostativa all’affiorare in un diverso periodo storico, ancorché in forma implicita, di un concetto analogo o parzialmente analogo. In effetti, egli osserva, tra la concezione galileiana della caduta dei gravi e la successiva nozione della fisica classica corrono considerevoli somiglianze, ma ciò non deve stupire, poiché la storia intellettuale studia il pensiero di soggetti non comuni, quali Galileo, per i quali il contesto convenzionale non necessariamente costituisce un limite[53].
In relazione all’analisi di Gad Prudovsky, il commento dello storico britannico è il seguente: «if Galileo’s comments are equivalent to inertial mass, we can say that this idea is in Galileo even if he lacked the term»[54]. Ebbene, anche nel caso dell’analisi effettuata da Gad Prudovsky si assiste all’applicazione di un espediente metodologico derivante dalla filosofia analitica, sebbene nell’occorso non si atteggi quale sillogismo, come diversamente sostenuto da A. Blau. A ben vedere, il procedimento di cui lo storico si è avvalso consiste nella giustapposizione dei concetti formulati rispettivamente da Galileo e dalla fisica classica e nella comparazione delle relative estensioni[55]. Il procedimento, pertanto, non viene espletato in senso verticale, come accade ove si adoperi il sillogismo, ma in senso orizzontale. Verificati i suddetti fattori, Gad Prudovsky, pur senza ricorrere allo strumento sillogistico, perviene alla valutazione di conformità tra le due definizioni[56]. In ogni caso, il modello asseritamente qualificato come conceptual redescription resta saldamente incardinato nell’ambito della logica formale, sebbene configuri un procedimento logico non inferenziale[57].
Per sola completezza di argomentazione, si conclude il presente capo scorrendo una breve esposizione di dati sintomatici che concorrono a suffragare l’ipotesi l’ipotesi secondo cui l’extended meaning sottenda nei fatti elementi teorici e metodologici della filosofia analitica. All’uopo, valga quanto segue. A. Blau dichiara con insistenza come l’extended meaning si dimostri funzionale all’attività del «textual interpreter»[58]. Un vocabolario così ostinatamente selezionato sembra sottintendere un’analisi diretta allo studio del literal meaning e dei significati da questo derivanti. All’esposta evidenza si accosta una significativa e inequivoca dichiarazione di A. Blau: «previous frameworks have overlooked a whole type of meaning – the type often prioritised by political theorist and philosophers. I call this extended meaning»[59]. A fronte di una simile affermazione non sembra di dover altro aggiungere.
Infine, assume carattere dirimente il riconoscimento di un precursore del meaning in trattazione nella figura di J. Plamenatz[60]. L’avvio di un rapido esame dell’orizzonte metodologico cui quest’ultimo autore si rivolge, confermerà ulteriormente quanto qui ritenuto.
Ebbene, a detta di A. Blau la raccomandazione metodologica in ordine allo studio dei testi hobbesiani secondo cui «we learn more about their arguments by weighing them over and over again than by extending our knowledge of the circumstances in which they wrote»[61] non dovrebbe essere intesa quale invito all’esame testuale giacchè «presumably Plamenatz is thinking of some aspect(s) of extended meaning»[62]. Orbene, l’atto di soppesare e ponderare gli argomenti portati dal significato letterale di un testo offre contezza di una non celata inclinazione all’analisi testuale, filosofica e logico-formale. Infatti, coerentemente, lo stesso Plamenatz riserva all’interprete un sindacato sull’impiego dei vocaboli in coordinazione tra loro nella costruzione dei concetti al fine di meglio comprendere gli argomenti elaborati dagli autori canonici[63]. Tra l’altro occorre osservare come la succitata prescrizione euristica ricalchi l’anteriore analoga indicazione di un altro ben noto autore di scuola analitica, ovvero H. Warrender, il quale, nell’ambito di un saggio dedicato all’analisi del tema dell’obbligazione politica nel pensiero di Hobbes, si propone il seguente obiettivo euristico: «la tesi di questo libro è stata formulata nel 1949, sulla base di una lettura del Leviatano ripetuta fino a che la sua argomentazione non è riuscita ad acquisire una certa coerenza»[64]. Semmai, J. Plamenatz, lungi dal rifiutare il modello interpretativo della filosofia analitica[65], rivendica la necessità di un understanding ulteriore, che evoca con la locuzione «extension of knowledge»[66], e che nulla ha a che vedere con l’espediente metodologico di A. Blau, ma con l’urgenza di cogliere i postulati dedotti dagli autori canonici in merito all’uomo ed alla sua condizione nel mondo. Insomma, secondo l’insegnamento di J. Plamenatz, l’interprete avvertito deve cercare la filosofia di vita e di autoconoscenza che ogni autore esprime[67]. Ciò non toglie che l’analisi degli argomenti filosofici di ciascuna teoria politica debba essere attuata assumendo quale obiettivo primario la ricerca della coerenza interna al testo, financo da imporre mediante la rational reconstruction, qualora l’autore canonico fosse incorso in un difetto di razionalità.
In conclusione, pare potersi dire che A. Blau nell’elaborare la classe dell’extended meaning abbia di fatto assorbito la disciplina interpretativa propria della logica formale, che, d’altronde, è conferente con il perseguito proposito di consentire l’analisi filosofica. La complessiva disciplina del nuovo meaning è sovente poco chiara ed, a tratti, addirittura contradditoria: «extended meaning is not itself about what a speaker means but what her comments mean – and a speaker may not intendedly mean many things that her comments logically imply»[68].
Ora, l’estratto appena proposto appare quantomeno fonte di dubbi. A. Blau insiste a lungo sul fatto che il significato esteso serve a cogliere le implicazioni, per poi dichiarare nel finale che lo stesso concerne i commenti. A prima vista, pare quasi una inattesa sortita necessitante di una caritatevole e razionale ricostruzione, tuttavia l’analisi sinora compiuta consente di assegnarvi un significato. Lo storico britannico si avvale del vocabolo comment onde far trasparire molto più di quanto non abbia a chiare lettere detto: l’extended meaning al pari del metodo derivante dalla filosofia analitica, ha natura non solo euristica, ma anche valutativa. Si spiega, così, il ricorso alla coerenza e correttezza, che di per sé non sono significati, ma sono correlati e funzionali alla tacita adesione alla rational reconstruction.

4. Sulle logical consequences intese quali espressioni di contenuti intenzionalmente impliciti: problemi di collocazione sistematica

Orbene, la partizione interna al framework in esame dà causa a classi di significato che, almeno negli auspici di A. Blau, siano tra loro mutuamente esclusive. L’autore appena menzionato offre chiara contezza di tale vicendevole estraneità in relazione al rapporto tra significato intenzionale e accezione implicita nella seguente affermazione: «roughly, intended meaning refers to what people mean by what they write or say (including non verbal communication during speech), while extended meaning refers to the implications of what they write or say»[69]. Giusto quanto appena indicato, desta perplessità l’assegnazione all’extended meaning della capacità di cogliere indistintamente tanto le implicazioni intenzionali, quanto quelle di diversa natura[70]. Si tratta, di tutta evidenza, di un’attribuzione contradditoria, poiché in manifesto conflitto con la definizione dei due meaning sopra riportata e tale da determinare la cessazione della mutua distinzione tra le classi di significato con conseguente compromissione del framework in esame. Tra l’altro, l’autore non esprime alcun tentennamento sul punto: «this and the other kinds of meaning each have their own, different, and important kind of understanding»[71], sicché l’antinomia interna alla teoria dei significati impliciti non può essere ignorata. A maggior ragione, si rende necessario un chiarimento atteso che, ove si ritenga plausibile la surriferita tesi, si determinerebbe un’inammissibile sovrapposizione, almeno parziale, anche in rapporto al corredo metodologico di ciascun meaning. Ebbene, si cercherà di seguito di analizzare il problema e, se possibile, tentare di proporre una soluzione. Occorre, tuttavia, sin da ora identificare e precisare il perimetro e l’oggetto della questione sottoposta a sindacato. L’extended meaning nella declinazione delle logical consequences concerne un portato semantico inespresso e, tuttavia, desumibile dalla complessiva comunicazione. Questa definizione mette in evidenza diversi aspetti della teoria delle implicazioni logiche che saranno oggetto di studio da qui in avanti. Ammettendo la tesi di A. Blau, il significato implicito si atteggia quale parte di un «act of speech»[72] in cui è fermamente radicato senza, tuttavia, condividerne la caratteristica esteriorità. In sostanza, la componente indiretta della comunicazione non è un’azione, ma, al contrario, un tacito corollario semantico della stessa. In questa sede ci si limita ad osservare in via del tutto incidentale l’esistenza di un nesso corrente tra l’extended meaning ed il tema del silenzio. Il tema non può, tuttavia, essere ignorato poiché un significato inespresso dà luogo ad una astensione linguistica ponendo, così, potenzialmente in crisi il metodo contestualista che fonda sulla spiegazione di comportamenti attivi. Quanto appena rilevato introduce un ulteriore pressante quesito ovvero se la presenza di un significato intenzionalmente dissimulato, ma solidamente incardinato nella comunicazione manifesta, autorizzi a derogare dall’apparato interpretativo elaborato da Q. Skinner.
Innanzitutto, si rende necessario un momento dedicato ad accertare se l’extended meaning rivesta natura di espediente metodologico autonomo. Orbene, A. Blau configura il significato implicito come una costruzione logica di secondo grado, ovvero necessitante di un altro e diverso meaning su cui fondare per dare corso agli esiti cognitivi alla cui produzione è diretto. Non si tratta, certamente, di una caratteristica peregrina e propria delle sole conseguenze logico-semantiche. Si pensi alla teoria concernente l’act of speech. J.L. Austin spiega come l’atto illocutorio si formi solo ed esclusivamente quando un profferimento, il «locutionary act»[73] in sostanza corrispondente al literal meaning[74], è munito di una particolare forza idonea a rendere comprensibile l’uso concreto che il parlante intende effettivamente compiere nell’ambito di uno specifico contesto[75].
A ben vedere, tuttavia, ove si ritenesse di ammettere nel novero dei significati i prodotti intenzionalmente impliciti derivanti da comunicazioni manifeste, si assisterebbe alla configurazione di un componente linguistico-semantico non già di secondo grado, ma addirittura di terzo. Una simile edificazione teorica appare altamente complessa e tutt’altro che solida al punto da giustificare, già solo a partire da questa riflessione, dubbi sulla figura proposta da A. Blau.
Vi è di più. L’approccio euristico contestualista presuppone l’attitudine del linguaggio all’impiego quale strumento condiviso per il perseguimento di un obiettivo nell’ambito dei rapporti sociali. Ne consegue l’affrancamento della facoltà espressiva dal ristretto spazio testuale, la traslazione dell’analisi verso l’uso della stessa nell’ambito di giochi linguistici intersoggettivi e, per l’effetto, l’esame della comunicazione alla stregua di un comportamento tenuto dalla fonte del messaggio[76]. Da quanto sinora argomentato discende quanto segue: l’intelligibilità del profferimento da parte dei terzi costituisce l’elemento dirimente in relazione ai messaggi lasciati intenzionalmente inespressi dall’autore. Non vi è dubbio che un’azione linguistica possa essere tesa a persuadere, scoraggiare o rimproverare, ma se l’autore omette i necessari accorgimenti, non si verifica la modificazione dell’altrui pensiero. Ebbene, tale proiezione verso l’esterno del linguaggio si estrinseca in una proprietà o, meglio, in una forza, che incorpora i fattori necessari a rendere nota ai destinatari di un messaggio verbale la modificazione dell’altrui attitudine verso un argomento e, così, l’intenzione dell’autore della comunicazione[77]: si tratta della «illocutionary force»[78] di un discorso. A. Blau assume che gli autori della storia del pensiero politico consentano a una platea di destinatari già in tal senso indirizzati di trarre una parte delle conclusioni di un discorso. Perché ciò accada, si rende necessario, ma non sufficiente, che quanto venga lasciato intendere sia portato nell’atto illocutorio. Non è tutto. È necessario, infatti, che la platea dei destinatari dell’azione linguistica possa conseguire l’uptake della trasmissione, vale a dire la consapevolezza dell’oggetto e del fine della trasmissione. Il soggetto che intenda apprendere l’effetto illocutorio perseguito da un autore della storia del pensiero politico nell’atto di divulgare un messaggio, pertanto, è tenuto a ricercare i parametri essenziali per la comprensione dell’atto linguistico, quali le convenzioni prevalenti, la situazione discorsiva complessiva ed il contesto nel quale lo stesso è formulato. Inoltre, data la particolare situazione linguistica presa in considerazione dall’extended meaning, è opportuna e forse ineludibile la ricerca di un riscontro da parte dell’uditorio[79]. Ora, il significato intenzionale implicito, ove esista, deve essere oggetto di una verifica serrata e particolarmente rigorosa proprio per evitare arresti interpretativi affrettati e semplicistici. L’accertamento operato dallo storico non può limitarsi a dare risalto ad una possibile implicazione semantica, ma deve avvalersi del corollario di strumenti metodologici cui si è sopra accennato avendo a mente che l’idoneità del messaggio implicito ad essere percepito dai terzi è essenziale affinchè questo sia parte della forza illocutoria di un atto linguistico. In difetto di tutto ciò, non vi è possibilità di cogliere l’intenzionalità o meno di una trasmissione implicita.
A nulla vale invocare la tesi dell’implicature che indica un metodo alternativo per comprendere ciò che il parlante trasmette implicitamente in aggiunta a quanto a chiare lettere affermato[80]. P. Grice, costituente il riferimento filosofico di A. Blau, precisa che il gioco linguistico cui dà luogo la partecipazione ad una discussione presuppone la formazione di un insieme di conoscenze condivise tra coloro che conversano. Pare utile, a tal proposito, ricorrere all’efficace esempio formulato proprio dal suddetto filosofo del linguaggio, il quale immagina il dialogo tra due amici A e B impegnati in un racconto delle vicende del comune amico C. Interrogato sulla situazione lavorativa di C, B rende noto che «oh quite well, I think; he likes his colleagues, and he hasn’t been to prison yet»[81]. L’osservatore esterno che cerchi di interpretare il significato del profferimento in virtù del «conventional meaning»[82], vale a dire del significato letterale, rimane inevitabilmente disorientato a causa della polisemia dell’asserto. Per converso, il carattere di C ed i trascorsi dei suoi colleghi appartengono alla comune esperienza degli amici, sicché A e B sono in grado di cogliere il sottinteso. Tali omissioni convergono verso la classe delle «nonconventional implicature»[83], vale a dire le implicazioni sorrette da intenzionalità, e segnatamente verso le «conversational implicatures»[84]. In sostanza, P. Grice riconosce come gli scambi linguistici non siano tra loro incongruenti, a pena dell’irrazionalità della conversazione, ma, anzi, che nella maggior parte dei casi gli stessi traggano origine da uno sforzo cooperativo di portare la discussione in una determinata direzione o meno e di costruire comuni presupposti dialogici più o meno approfonditi a seconda dell’occasionalità o meno del contatto[85]. Queste conoscenze danno luogo a un gioco linguistico di cui i parlanti hanno contezza. Per tornare alla fattispecie in apertura descritta, A e B sono a conoscenza del carattere di C e dei suoi difetti, come la tentazione di sottrarre denaro, e pertanto A comprende senza necessità di delucidazioni l’altrimenti nebuloso riferimento all’incarcerazione. Ora, non vi è dubbio che l’affermazione di A e analoghi asserti pronunciati in uno scambio discorsivo abbiano natura di implicazioni intenzionali; ma l’interprete che voglia recuperarne il significato deve necessariamente ricorrere ad ausili metodologici, atteso che le implicazioni tratte dal significato letterale non sono concludenti in circostanze del genere. Infatti, tra le condizioni necessarie per risalire a tali portati semantici impliciti, P. Grice indica «the context, linguistic or otherwise, of the utterance»[86]. Ne discende evidente che il caso dell’implicature, nulla sposta rispetto a quanto innanzi osservato per quanto riguarda la forza illocutoria di una proposizione. Per un verso, il significato sottinteso resta inscritto nell’ambito dell’intended meaning, per altro, la teoria delle conseguenze logiche è priva del supporto metodologico minimo necessario a intercettare le anzidette implicazioni.
Occorre, a questo punto rispondere ai quesiti posti in apertura del presente capo. La comprensione di messaggi intenzionalmente impliciti non autorizza una compressione delle cautele metodologiche elaborate nell’ambito della corrente contestualista e, in specie, da Q. Skinner e P. Grice. Eppure, la tesi di A. Blau si muove in direzione del tutto opposta. Nulla di quanto appena segnalato risulta integrato nel compendio metodologico riferibile all’extended meaning. Anzi, sebbene il maggior portato semantico necessiti di rigorosa dimostrazione, A. Blau si astiene dall’inserire gli esempi proposti in un contesto convenzionale, discorsivo o recante le rilevanti circostanze coeve. Ne discende, pertanto, che le implicazioni volutamente incorporate in un asserto non danno luogo a un autonomo significato, ma sono assorbite nell’ambito dell’intended meaning.
Le difficoltà sistematiche del meaning in trattazione non si esauriscono con i rilievi sin qui sollevati. A. Blau riconosce che: «some readers of this essay are primarily interested in intended meaning, and for them extended meaning is important insofar as it helps inform intended meaning»[87].
Analogamente all’evidential meaning anche la componente semantica estesa si rivela parte di un altro meccanismo interpretativo, rendendo, così, ancora più complessa la giustificazione dell’extended meaning quale autonomo significato. È chiaro, pertanto, che la teoria dei significati impliciti non può avere ad oggetto tanto le implicazioni logiche derivanti dal literal meaning quanto quelle derivanti dall’intended meaning. I due sottintesi linguistici, infatti, non possono ricevere il medesimo trattamento metodologico.

4. In merito ad una versione alternativa di extended meaning: uno strumento per la comprensione dell’omissione linguistica

È già stata riconosciuta nel capo che precede una relazione tra l’extended meaning e la questione del silenzio. Il problema, non casualmente, è sorto nell’ambito dell’analisi relativa alle implicazioni tacite intenzionali. In questa sede si intende proporre un recupero della figura semantica in trattazione attraverso lo studio di un metodo elaborato con largo anticipo rispetto alle tesi di A. Blau e con un obiettivo delineato chiaramente, ovvero la spiegazione dell’omissione linguistica. L’astensione linguistica, come ben noto, è fonte di non poche difficoltà nell’ambito della storiografia di scuola contestualista, sicché il metodo riveste un particolare interesse. Lo strumento euristico in parola è tratto dall’articolo a firma di A. Catanzaro intitolato The Missing Metaphor: Thomas Hobbes and the Political Problem of Pastoral Sovereignty[88] nel quale si prende in esame l’omissione da parte di Hobbes nella traduzione dei poemi omerici dell’appellativo poimèn laòn, vale a dire pastore del popolo, tradizionalmente proprio della regalità. Il traguardo che l’autore si prefigge di conseguire con l’innovativo metodo consiste nell’accertare l’intenzionalità dell’omissione linguistica. Conviene procedere all’analisi dello studio effettuato da A. Catanzaro. Ebbene, la predisposizione della versione in inglese dell’Iliade e dell’Odissea si colloca tra il 1673 ed il 1677, negli anni della senescenza di Hobbes e si caratterizza per la pretermissione di qualsiasi riferimento all’ufficio pastorale in riferimento alla figura monarchica. La circostanza appare significativa, atteso che l’analogia tra la figura del sovrano e quella di guida del gregge è assai ricorrente nei due poemi: segnatamente, la locuzione poimèn laòn ricorre cinquantasei volte nell’Iliade e quattordici nell’Odissea[89]. Dalla lettura delle traduzioni emerge chiaramente che una finalità stilistica, pur esistente, non è l’unica giustificazione possibile[90].
L’espediente metodologico impone, anzitutto, un’analisi testuale estesa all’intero compendio letterario di Hobbes diretta a verificare la coerenza dell’interpolazione con il pensiero filosofico-politico dell’autore inglese. La concordanza tra il silenzio osservato in sede di traduzione sul riferito appellativo e le tesi esposte in opere come il Elements of Law, De Cive e Leviathan autorizza l’interprete a ipotizzare una scelta deliberata preordinata. a impedire un insegnamento in merito all’ufficio del sovrano in contraddizione con le tesi hobbesiane. Al fine di accreditare con maggiore sicurezza il risultato, l’analisi di consonanza tra la consegna del silenzio adottata nell’ambito delle traduzioni e il pensiero politico del filosofo inglese è esperita alla luce di due diverse questioni. Orbene, una prima ragione idonea a giustificare il rifiuto dell’accostamento sovrano-pastore discende dall’inammissibilità dell’analogia tra consociati e gregge. Onde conseguire una migliore comprensione, conviene addentrarsi nella concezione hobbesiana circa l’origine della società.
L’aggregazione è un comportamento che trova riscontro tanto tra gli animali quanto tra gli esseri umani, così come Hobbes riconosce sia nel De Cive, sia negli Elements of Law ed, infine, nel Leviathan. Tuttavia le forme di vita associata tra animali si distinguono da quelle umane: le prime sono conseguenza della necessità di natura mentre le seconde trovano causa nella consensualità. In sostanza, la consociazione umana è artificiale e tesa alla creazione di un ulteriore costrutto non naturale, vale a dire il «civil government»[91]. Inoltre, solo gli esseri umani sono in grado di concepire se stessi sia come individui sia come soggetti partecipanti ad una collettività, facoltà questa secondo Hobbes in radice preclusa agli animali[92].
Non è tutto: la metafora del pastore appare molto probabilmente fuorviante agli occhi del filosofo inglese. L’idea della guida che cura il gregge e si premura di accompagnarlo al pascolo ingenera la falsa rappresentazione di un sovrano il cui ufficio comprende anche l’onere di direzione morale in favore dei consociati. È immediatamente evidente l’incompatibilità di una simile argomentazione con la teoria hobbesiana della sovranità. Il re svolge la sola e unica funzione di assicurare la pace sociale e la sicurezza rispetto agli avversari esterni, coerentemente con la concezione antropologica di Hobbes secondo cui gli uomini sono mossi da desiderio di dominio e la società è l’unico mezzo idoneo a precludere il conflitto perenne[93].
L’analisi appena proposta consente di cogliere l’antitesi della figura pastorale con il pensiero politico hobbesiano e, così, di giustificare l’ipotesi di una volontaria rimozione della formula poimen laòn.
Un secondo percorso di indagine che conduce all’ascrizione di intenzionalità in merito all’omissione della figura pastorale implica l’analisi del pensiero hobbesiano in merito ai rapporti tra potere religioso e potere civile. Segnatamente, i due ordini si distinguono sia per la diversa collocazione gerarchica sia per il diverso vincolo corrente con i subordinati.
Si rende necessario anche in questo caso una ricognizione testuale riguardante la ricorrenza di vocaboli quali pastor, shepherd e herdsman nei celebri Elements of Law, De Cive, Behemoth e Leviathan. Ebbene, il vocabolo pastor è associato all’esercizio di funzioni ed autorità differenti da quelle secolari, mentre assai limitata è la ricorrenza degli altri due[94].
Nel pensiero hobbesiano la figura pastorale richiama il ministero vescovile che, tra le facoltà ad esso concernenti, impone il ruolo di guida e di insegnamento religioso nell’interesse del gregge dei fedeli. Quanto appena rilevato consente di apprezzare l’ambiguità dell’analogia quando la stessa è riferita al sovrano e, conseguentemente, spiega la costanza di Hobbes nell’omettere la traduzione della locuzione poimèn laòn.
Il filosofo inglese mira in questo modo a mantenere separati e distinti i due diversi poteri, senza giungere a una equiparazione gerarchica. Ai vescovi compete la facoltà di insegnamento religioso che non è né autonoma né originaria, giacché la stessa, nell’antichità, era conservata in capo ai sovrani, i quali vestivano anche i panni di supremi pastori. Pertanto il conferimento in capo ai ministri religiosi trova spazio solo ed esclusivamente all’interno della più ampia cornice del potere del sovrano, mentre non può in alcun modo verificarsi il contrario[95]. In virtù della selezione linguistica in commento, Hobbes intende mostrare la subordinazione del potere religioso al detentore della sovranità[96]. Non è tutto, poiché è diverso anche il nesso con i subordinati. Sebbene potenzialmente, la platea dei consociati possa coincidere con quella dei fedeli, non altrettanto eguale si atteggia la coercitività dei poteri: il re agisce per mezzo della legge, cui è dovuta assoluta obbedienza, mentre l’insegnamento religioso può essere oggetto di discussione e, addirittura, di contestazione[97]. Hobbes, pertanto, tralascia ogni riferimento alla funzione pastorale per evitare inammissibili sovrapposizioni tra uffici non coincidenti.
Alla luce di quanto sopra illustrato, A. Catanzaro conclude che

it seems unlikely to be a mere coincidence that the Hobbesian choice of using the pastoral metaphor infrequently in political works and the translations of the Homeric poems does not also depend on these considerations too[98].

Il metodo qui segnalato corrisponde ad un extended meaning, poiché da una verifica testuale ed intertestuale della coerenza del silenzio osservato da un autore in rapporto al proprio pensiero consegue logicamente l’intenzionalità del comportamento omissivo. La considerazione di A. Catanzaro appena riportata chiarisce il percorso logico seguito: il rifiuto dell’analogia pastorale è comune tanto alle opere politiche quanto alle traduzioni omeriche a firma di Hobbes. Da questa constatazione consegue la valutazione circa l’intenzionalità del silenzio in merito a un comune attributo della regalità.
Conviene, anzitutto, distinguere la fattispecie qui trattata dall’analisi condotta in relazione alle implicazioni tacite di proferimenti espressi. Nel caso trattato in precedenza, il significato implicito trae origine da un’azione, sicchè vi è un principio di esteriorità che autorizza l’applicazione della teoria dello speech act. Per converso, nel caso qui in trattazione, si affronta una diversa circostanza, vale a dire una assoluta astensione priva di ogni minima traccia di estrinseca evidenza. Inoltre, occorre sottolineare la divergenza rispetto al metodo impiegato da A. Blau per testare il significato concettuale più corretto in un passaggio di Hobbes[99]. In quella sede l’operazione logica eseguita dallo storico britannico mirava a sopperire ad un difetto di razionalità dell’autore canonico, per converso qui si tende a spiegare se un comportamento sia sorretto da volontà. Se anche può all’apparenza riscontrarsi qualche analogia con la rational reconstruction, l’obiettivo è completamente diverso.
D’altronde, pare giustificato cercare una soluzione al problema interpretativo concernente l’omissione in una inferenza derivante dalla coerenza di tale comportamento con altri analoghi. Soccorre in tal senso, l’avvertimento di K. Minogue, il quale mette in guardia lo storico impegnato nell’analisi testuale sul fatto che la ridescrizione illocutoria di un comportamento silente può andare incontro a serie difficoltà[100]. In un tale frangente, infatti, la metodologia predisposta da Q. Skinner, preordinata alla comprensione di una manifestazione linguistica esteriore, potrebbe non fornire adeguati strumenti.
È chiaro, nondimeno, che l’espediente metodologico in parola abbia natura del tutto eccezionale ed un ambito di applicazione ristretto solo ed esclusivamente al silenzio. In caso contrario, si assisterebbe ad una inammissibile disarticolazione tra profferimento e forma di vita nel quale lo stesso è formulato. Del pari, se si affermasse una inverosimile correlazione tra sistematicità e intenzionalità, l’interprete incorrerebbe inevitabilmente nella «mythology of coherence»[101] che Q. Skinner dichiara del tutto incompatibile con un approccio storicista e contestualista alla storia delle idee[102].
Il contegno linguistico assunto da Hobbes nelle traduzioni dei poemi omerici non appare solamente omissivo, ma anche oscuro e reticente. Eppure, la proposta alternativa di extended meaning si è rivelata efficace nel decifrarne il significato. Sembra lecito, pertanto, interrogarsi sull’utilità dello strumento per cogliere messaggi interlineari e sottintesi e, così affiancarsi all’apparato metodologico predisposto da Leo Strauss avendo cura di sottolineare la condizione del tutto preliminare e ipotetica dello studio, certamente necessitante di convalida alla luce di confronti con testi e autori diversi.
Leo Strauss evoca l’esistenza di un linguaggio esoterico che attraversa tutta la storia del pensiero politico. Il tratto comune a numerosi filosofi del passato è la minaccia alla libertà di parola e di pensiero portata dall’ortodossia corrente in ciascun tempo. Nel corso della storia la compressione del suddetto diritto è stata attuata con regolarità; l’unica variazione ha riguardato la misura della sanzione di volta in volta adottata quale deterrente avverso la pratica dal ragionamento eterodosso[103]. Per reazione gli scrittori liberi e prudenti hanno invariabilmente apprestato consuetudini di scrittura idonee a divulgare argomenti non conformi:

la persecuzione non è neanche in grado di prevenire l’espressione pubblica di una verità eterodossa, perché un pensatore interiormente libero può, se solo si muova con circospezione, esprimere pubblicamente le sue opinioni senza per questo subirne un danno[104].

In sostanza, ancorché sia in atto una censura, promossa dall’ordinamento giuridico o operante in virtù di un meccanismo sociale, un autore è in grado di lasciar traccia del proprio dissenso a beneficio dei lettori più avveduti. Per realizzare ciò si avvale, da un lato, della perspicacia dei propri lettori e, dall’altro, di uno stile talora volutamente contraddittorio con espressioni ambigue, non sempre coerenti con il pensiero prevalente, ma tali da apparire casuali ad una lettura superficiale[105]. Esiste un corredo metodologico diretto a rilevare nel medesimo testo tanto una dottrina conformista quanto la componente autenticamente filosofica e, perciò, dissonante. L’approccio si sviluppa in due fasi, di cui una prima, generale e da esperire in ogni ricerca e una seconda destinata all’approfondimento qualora siano stati raccolti indizi rilevatori di un pensiero dissenziente.
Il vaglio preliminare si svolge sia sul piano extratestuale, per apprendere se un autore abbia scritto in un’epoca di persecuzione, sia sul piano endotestuale per verificare se egli, avendo indubbia conoscenza della posizione ortodossa e pur sposandone i presupposti, talora la contraddica[106].
Qualora si ravvisi la necessità di addentrarsi nel ragionamento dell’autore studiato, non si deve giungere ad affrettate conclusioni:

non si è autorizzati a cancellare un brano né a emendarne il testo, senza prima aver prima ben considerato ogni ragionevole possibilità di comprenderlo per come esso effettivamente si presenta (una delle ipotesi da avanzare è che il passo possa essere ironico)[107].

Se l’analisi testuale, nonostante le appena riferite cautele, ancora non scioglie il dubbio circa un retro pensiero dell’autore studiato, allora, molto probabilmente è necessaria la lettura interlineare del testo. Si devono ricercare manifeste incoerenze, macroscopiche, ma occasionali, divaricazioni dalle tesi sostenute in prevalenza e, anche, allusioni in merito all’intenzionalità di errori e sviste[108].
Pertanto, il discorso filosofico, nell’approccio straussiano, si atteggia quale comunicazione intenzionalmente portante un contenuto occultato e dissimulato, in sostanza non manifestamente pronunciato, destinato a provocare una reazione solamente in coloro che siano già iniziati alla filosofia o che si dimostrino, comunque, in grado di apprenderlo.
Orbene, Hobbes, nella traduzione dei poemi omerici ha adottato un’attitudine decisamente esoterica nel senso straussiano del termine. Egli ha intenzionalmente omesso una locuzione di fondamentale importanza in riferimento al concetto occidentale di regalità al fine di asseverare il proprio diverso argomento sul punto. La censura allora imperante, inoltre, non consentiva al filosofo inglese la piena libertà di espressione[109], sicché a fronte di simili cogenze, l’unico modo di continuare a diffondere il proprio pensiero era una modifica del testo dei poemi omerici, ulteriormente dissimulato quale soluzione metrica. In tali circostanza, solo una frazione di pubblico era in grado di avvedersi della continuità concettuale tra i testi politici e le traduzioni dei poemi omerici, vale a dire coloro che già avessero contezza del pensiero hobbesiano.
In tal senso, la riformulazione dell’extended meaning si è rivelata una risorsa di notevole utilità. A ben vedere, lo strumento potrebbe dimostrarsi talora efficace anche a cogliere i significati “scritti tra le righe”.

5. Conclusioni

Non sembra restare molto della teoria di A. Blau, se non forse le contraddizioni. L’extended meaning è ricompreso nella logica formale per quanto attiene le conseguenze logiche e nel significato intenzionale per quanto riguarda i significati volutamente impliciti. Inoltre, tanto l’extended meaning quanto l’evidential meaning si rivelano strumentali componenti rispetto all’approccio contestualistico, rendendo ancora più difficoltoso un autonomo impiego. Il percorso logico-filosofico fondato sulla teoria del linguaggio di P. Grice appare come un mero pretesto per giustificare l’adozione di strumenti altrimenti disapprovati dal «leading methodologist of the history of ideas»[110], Quentin Skinner, e dagli appartenenti alla scuola da lui fondata. A. Blau, tuttavia, assevera un fondamentale e incontrovertibile arresto, nulla osta affinchè gli storici promuovano analisi filosofiche nei propri testi. D’altronde, non è neppure loro precluso di alternare nei medesimi sforzi interpretativi, tanto l’impiego della logica formale quanto l’approccio contestualista.


  1. Adrian Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, «Journal of the Philosophy of History», XIV, 2020, pp. 232-256.
  2. Ivi, p. 234 e p. 241.
  3. Ivi, p. 233.
  4. Ivi, p. 235.
  5. Paul Grice, Studies in the Way of Words, Cambridge, Harvard University Press, 1989, p. 291.
  6. Ibidem.
  7. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 239.
  8. P. Grice, Studies in the Way of Words, cit., p. 291 e p. 215; A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 238.
  9. Ivi, p. 213.
  10. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 239.
  11. Ibidem.
  12. Ibidem.
  13. Ivi, pp. 237-238.
  14. Ivi, p. 238.
  15. Ivi, pp. 238-239.
  16. Maurizio Viroli, Macchiavelli’s God, Princeton, Princeton University Press, 2010, p. 108.
  17. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., pp. 239-240.
  18. Ivi, pp. 239-240 e pp. 245-246.
  19. Ivi, p. 240.
  20. Ivi, p. 242.
  21. Ivi, p. 240.
  22. Ivi, p. 244.
  23. Ibidem.
  24. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., pp. 245-246.
  25. Ivi, p. 245. Si veda infra nota n. 41.
  26. Christian List, Laura Valentini, The Methodology of Political Theory, in The Oxford Handbook of Philosophical Methodology, a cura di H. Cappelen, T. S. Gendler, J. Hawthorne, Oxford, Oxford University Press, 2016, p. 538.
  27. Ivi, p. 539.
  28. Ivi, pp. 539-540.
  29. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 239.
  30. C. List, L. Valentini, The Methodology of Political Theory, cit., pp. 525-526.
  31. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 243.
  32. Ivi, pp. 243-244.
  33. Ivi, p. 243.
  34. Ibidem.
  35. Ibidem.
  36. Ibidem.
  37. María J. Frapolli, Has Inferentialism Left Any Scope for Formal Logic?, «Academia Letters», 457, p. 2.
  38. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 243.
  39. John Plamenatz, Man and Society, vol. i, London, Longmans Green and Co., 1963, p. XI.
  40. M. J. Frapolli, Has Inferentialism Left Any Scope for Formal Logic?, cit., p. 2.
  41. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 245.
  42. C. List, L. Valentini, The Methodology of Political Theory, cit., p. 534.
  43. Ivi, p. 536.
  44. Ivi, p. 539.
  45. Si veda supra nota n. 21.
  46. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 245.
  47. Ibidem.
  48. Ibidem.
  49. Ibidem.
  50. Gad Prudovsky, Can We Ascribe to Past Thinkers Concepts They Had no Linguistic Means to Express?, «History and Theory», XXXVI, 1, 1997.
  51. Ivi, p. 20.
  52. Ivi, p. 15 e p.18.
  53. Ivi, pp. 26-28.
  54. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 252.
  55. M. J. Frapolli, Has Inferentialism Left Any Scope for Formal Logic?, cit., pp. 1-2; C. List, L. Valentini, The Methodology of Political Theory, cit., p. 531.
  56. M. J. Frapolli, Has Inferentialism Left Any Scope for Formal Logic?, cit., pp. 1-2.
  57. Ivi, p. 2.
  58. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 239, p. 240, p. 241, p. 242, p. 243, p. 247, p. 255.
  59. Ivi, p. 233.
  60. Ivi, pp. 248-249.
  61. J. Plamenatz, Man and Society, cit., p. X.
  62. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 249.
  63. J. Plamenatz, Man and Society, cit., p. XI.
  64. Howard Warrender, Il pensiero politico di Hobbes, Roma-Bari, Laterza, 1974, p. V.
  65. J. Plamenatz, Man and Society, cit., p. XVIII.
  66. Ibidem.
  67. Ivi, pp. XIX-XXII.
  68. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 251.
  69. Ivi, p. 233.
  70. Ivi, p. 236, p. 248 e p. 254.
  71. Ivi, p. 234.
  72. John Langshaw Austin, How to Do Things with Words, Oxford, Clarendon Press, 1962, p. 20.
  73. J.L. Austin, How to Do Things with Words, cit., p. 93.
  74. Ibidem.
  75. Ivi, p. 98.
  76. Quentin Skinner, Vision of Politics, vol. I, Cambridge, Cambridge University Press, 2002, pp. 103-104.
  77. Ivi, p. 105.
  78. Ivi, p. 104.
  79. Ibidem.
  80. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 254.
  81. P. Grice, Studies in the Way of Words, cit., p. 24.
  82. Ivi, p. 25.
  83. Ivi, p. 26.
  84. Ibidem.
  85. Ibidem.
  86. Ivi, p. 31.
  87. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 255.
  88. Andrea Catanzaro, Thomas Hobbes and the Political Problem of Pastoral Sovereignty, «Il Pensiero Politico», L, 2, 2017, pp. 203-220.
  89. Ivi, p. 204.
  90. Ivi, p. 207.
  91. A. Catanzaro, Thomas Hobbes and the Political Problem of Pastoral Sovereignty, cit., p. 210.
  92. Ivi, pp. 210-211.
  93. Ivi, p. 212.
  94. Ivi, p. 213.
  95. Ivi, pp. 214-215.
  96. Ivi, pp. 216-217.
  97. A. Catanzaro, Thomas Hobbes and the Political Problem of Pastoral Sovereignty, cit., p. 217.
  98. Ivi, p. 219.
  99. Si veda supra nota n. 33.
  100. Kenneth Minogue, Method in Intellectual History: Quentin Skinner’s Foundations, in Meaning and Context, a cura di J. Tully, Cambridge, Polity Press, 1988, p. 182.
  101. Quentin Skinner, Meaning and Understanding in the History of Ideas, in Meaning and Context, a cura di J. Tully, Cambridge, Polity Press, 1988, p. 41.
  102. Ivi, pp. 38-43.
  103. Leo Strauss, Scrittura e persecuzione, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 30-31.
  104. Ivi, p. 22.
  105. Ivi, pp. 23-24.
  106. Ivi, p. 30.
  107. Ivi, p. 28.
  108. Ibidem.
  109. A. Catanzaro, Thomas Hobbes and the Political Problem of Pastoral Sovereignty, cit., p. 213.
  110. A. Blau, Meaning and Understanding in the History of Ideas, cit., p. 234.

Pubblicato da Corrado Grasso

ha studiato Giurisprudenza presso l'Università di Genova, laureandosi con una tesi sull'apporto dei normanni alla Common Law. Si è poi laureato in Scienze internazionali e diplomatiche nello stesso Ateneo, con un lavoro incentrato su una storia comparata delle dottrine politiche. Ha partecipato alla History & Politics Summer School 2020 di Marsala organizzata dall'Università di Palermo. Collabora con alcune testate giornalistiche.