Lo scacco perpetuo. Riflessioni sul rapporto tra Giacomo e Monaldo Leopardi

Lo scacco perpetuo. Riflessioni sul rapporto tra Giacomo e Monaldo Leopardi

La scrittura può essere tutto quello che noi saremo capaci di leggervi.

Giorgio R. Cardona, Storia universale della scrittura

Ciò che sappiamo riguardo il rapporto tra Giacomo e Monaldo Leopardi si deve all’immagine che ne restituisce la lente dell’Epistolario. Come ha scritto Matteo Palumbo:

La trama del “romanzo familiare” che si sviluppa dinanzi agli occhi dei lettori è consegnata alla sequenza delle lettere, scritte in un periodo che coincide con il corso stesso della sua esistenza: dal 24 dicembre 1810, quando egli aveva appena 12 anni, al 27 maggio 1837, meno di un mese prima della morte.[1]

Anche se la lettura dello scambio epistolare tra i due resta fondamentale, si è deciso qui di partire, invece, da una riflessione di Emanuele Severino. Il filosofo scrive In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo, che sembra delineare una parabola del “nulla” leopardiano visto come anticipazione delle teorie di Nietzsche sulla “morte di Dio”. Nella prima parte, quella di introduzione all’opera, Severino dà le istruzioni per una corretta lettura del testo, annunciando che il lettore sta assistendo ad una partita di scacchi, in cui «il Giocatore Nero […] è Leopardi», Giacomo. Per quanto riguarda l’avversario, il Giocatore Bianco:

Egli è la tradizione della civiltà occidentale. È cioè il pensiero e le opere di tale tradizione. Il Giocatore Bianco ritiene di avere la capacità di mostrare che il mondo, in tutti i suoi aspetti, esiste di un Ordine e di un sistema di Leggi immutabili che si fondano sul principio divino ed eterno di tutte le cose.[2]

È come se quel Giocatore Bianco fosse proprio Monaldo, come se quella tradizione che non si sentirà mai sconfitta «né sul piano dei concetti, né su quello delle opere» fosse proprio il padre. La vera battaglia di Monaldo e Giacomo non è di odio, è una battaglia ideologica piena d’amore. Sono due mondi divisi dalla diversità nell’approcciarsi allo «scorgere le ragioni dell’immensa frana»[3]; due modi di vedere il mondo dopo la grande Rivoluzione che sconvolse Monaldo.

1. Recanati: la torre bianca del Monarca

In una delle sue due opere maggiori, il Bellum Catilinae, Sallustio introduce il testo affermando: «Omnis homines, qui sese student praestare ceteris animalibus, summa ope niti decet, ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedientia finxit»[4]. Ogni uomo per innalzarsi ha bisogno di impegnarsi affinché la propria vita non trascorra nel silenzio e non cada nell’oblio.
Il fulcro centrale di tutta l’analisi intorno al rapporto di Monaldo e Giacomo si basa sull’idea che Monaldo non voglia dare a Giacomo la possibilità di costruirsi la propria vita, di alzarsi dalla condizione della pecora. Non che Monaldo lo creda. Secondo il conte, il figlio potrebbe diventare grande anche in Recanati; ma non è quello che crede Giacomo, che scrive di odiare «la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero»[5]. Tanto che nel luglio 1819 tenta una fuga dalla casa paterna, sottolineando che questa non avveniva per mancanza d’affetto, ma per «la sola differenza di principi», testimoniandola in una delle lettere raccolte nell’Epistolario:

A Monaldo, Recanati
[Recanati: s.d., ma fine di Luglio 1819]

Mio Signor Padre. […] Spero nella sua benignità che non vorrà ricusare di sentir le prime e ultime voci di un figlio che l’ha sempre amata e l’ama, e si duole infinitamente di doverla dispiacere. […] Io vedeva parecchie famiglie in questa medesima città, molto, anzi senza paragone meno agiate della nostra, e sapeva poi di infinite altre straniere, che per qualche leggero barlume d’ingegno veduto in qualche giovane loro individuo, non esitavano a far grandissimi sacrifici affine di collocarlo in maniera atta a farlo profittare de’ suoi talenti. […]
Non tardai molto ad avvedermi che qualunque possibile e immaginabile ragione era inutilissima a rimuoverla dal suo proposito. […] Ed ora che la legge mi ha già fatto padrone di me, non ho voluto più tardare ad incaricarmi della mia sorte. […]
La sola differenza di principi, che non era in verun modo appianabile e che dovea necessariamente condurmi o a morir qui di disperazione, o a questo passo ch’io fo, è stata cagione della mia disavventura.[6]

Quale la vera differenza di principi? La torre da cui si affaccia il Giocatore Bianco era e sarebbe dovuta sempre rimanere quella di Recanati: «L’eternità comincia da Recanati. Nessun altro luogo di accesso è tanto certo, perché su nessun altro governa il Padre, il Monarca; fuori di Recanati, da quell’esiguo, rigido confine di certezza comincia il Mondo, e sul Mondo il Monarca non ha potere alcuno»[7]. Giorgio Manganelli fa riferimento alle due opere – Il Monarca delle Indie Orientali e Il Monarca delle Indie Occidentali – scritte rispettivamente intorno al natale del 1810 da Monaldo e Giacomo, e ricordate dall’ultimo in questa letterina:

En effet il paroit dans le premiere des votres Tragedies un Monarque des Indies occidentelles, et un Monarque des Indies orientelles paroit dans le mienne. Un Prince Roial est le principal acteur du second entre les votres Tragedies, et un Prince Roial soutient de le meme le partie plus interessant de la mienne. Une Trahison est particulierement l’objet de la troisieme, et elle est pareillement le but de ma Tragedie.[8]

È come se Monaldo fosse il Monarca delle Indie, dove queste ultime sono Recanati. Non esiste altro che il Monarca conosca meglio, al di fuori di Recanati il mondo è solo «burrascoso» e «cattivo»[9]; Giacomo è invece il Principe Reale, di ideali diversi, per il quale il mondo è scoperta. Tutto il loro rapporto è quindi un’«aria del tradimento»[10], dove i due protagonisti, pur amandosi, si scontrano. Monaldo è:

Inerpicato sulla rupe recanatese, il Monarca enuncia come dottrina, e non come umorale fantasia, il suo odio per il Mondo. […] Recanati è la Caverna, il Dirupo su cui si arrampica il Castello, è la Rocca, ma anche il Labirinto del Sovrano giustiziere, la Reggia della desolazione, lo Squallido Tabernacolo. Ma lì il Monarca governa la sua esigua ma indubitabile parte di vero, ciò che ci salva per sempre.[11]

È per questo che quando Giacomo si allontana per la prima volta da Recanati, Monaldo sente il bisogno di sottolineare per quanto lunghissimo tempo lo sia riuscito a tenere fermo nella sua fortezza. Il Monarca Bianco, arroccato sulla torre, vede il Principe Nero avanzare per la prima volta sulla scacchiera di quell’ingrato mondo fuori dalla Marca:

A Giacomo, Roma
Recanati, 25 Novembre 1822

Mio caro Figlio. Dopo ormai venticinque anni di non interrotta convivenza, duecento miglia circa corrono ora fra voi e me. […] Desiderò bensì che anche per voi non sia tutto godere, e che la lontananza vi pesi, il quarto almeno di quanto mi è greve. […] Figlio mio voi siete per la prima volta solo in mezzo al mondo, e questo mondo è più burrascoso e cattivo che non pensate. Gli scogli che appariscono sono i meno pericolosi, ma non è facile il preservarsi dalli nascosti. […] Il vostro affezionatissimo padre.[12]

Non si tratta di incoraggiamento; anzi, le parole sono un pungolo, un incitamento affinché il figlio provi nostalgia di casa, si accorga dei pericoli, odi il mondo. Giacomo, in tutte le sue lettere, chiede sempre un consiglio, un conforto a suo padre. Le parole del Monarca resteranno sempre dentro il Principe; questo proverà sempre ad amare il mondo, ma allo stesso tempo ne proverà rifiuto, e niente gli sarà mai affettivamente più caro di Recanati. Quando Monaldo si rende conto che oramai Giacomo è uscito dal «natio borgo selvaggio»[13], il Monarca gli suggerisce: «Sulla copertina dei suoi libri ci metta quella indicazione, nobile e doverosa: “Recanatese”. […] Quel gesto racchiude una cerimonia simbolica: in qualche modo, il figlio deve essere sempre a Recanati»[14]. E in qualche modo anche Giacomo rimane legato a Recanati, non propriamente al luogo, ma ai suoi affetti, cosa che ribadisce anche in una delle lettere da Roma:

Non mancherò, com’ella amorosamente mi ordina, di fare che ogni ordinario porta qualche mia lettera diretta alla mia famiglia.
Nella quale, Ella dice troppo bene, che regna un ordine veramente raro, il qual ordine tanto più si stima, tanto più si conosce il disordine delle altre famiglie nel loro interno. Lo stesso prendersi un poco d’incomodo verso gli altri, affinché tutti gli altri lo prendano verso di voi, è la più comoda del mondo; e un piccolo e moderato codice di creanza è necessarissimo anche nel più intimo ed assoluto domestico. Ma qui, dove niuno si vuole incomodare; dove i figli alla Madre, la Madre ai figli, il marito alla moglie, la moglie al marito si contrastano abitualmente e sinceramente le pagnotte di pane, i sorsi di vino, i migliori bocconi delle vivande, e se li negano scambievolmente, e se li tolgono di bocca, e se li rimproverano, e si danno dei ghiotti gli uni cogli altri; ciascheduno è incomodato da tutti e tutti da ciascuno.[15]

2. La religione: la spada del Cavaliere Bianco

Recanati, 28 marzo 1823:

Oggi è l’anniversario della morte di Gesù Cristo. Se non la crediamo, abbandoniamo tante smorfie infruttuose; ma se la crediamo, avviviamo la nostra riconoscenza e profittiamo di quel sangue che ha ricomprata la nostra salute. Io, Figlio mio, la credo, e da questo sangue prezioso attendo il perdono dei miei molti peccati. Iddio che tanto generosamente ha patito per noi, sigilli la sua santa Fede nel cuore di tutti voi, miei figli, e dandomi qui in terra la gloria di vedervi suoi sinceri adoratori, mi dia il Cielo il gaudio di vedervi tutti sublimati in un seggio assai più alto di quello, al quale può aspirare la mia miseria.[16]

Monaldo, arroccato sulla propria torre, è fermo nelle proprie credenze e nelle proprie tradizioni. Una di queste è il forte legame con la religione, che sarà invece un altro punto per cui scontrarsi con il figlio. Monaldo non vive nel mondo, vive nell’illusione che esso sia preludio di un mondo migliore, di riscatto: è ottimista in questo senso. Giacomo guarda il mondo da vicino, osserva la realtà, crede solo negli affanni e non nel riscatto di questi; la morte non è altro che la morte. Il Principe si trova davanti al Monarca, vorrebbe dirglielo che “Dio è morto”, ma non può, perché il Monarca non è pronto; in questo senso per Severino sul terreno dello scontro con la tradizione Leopardi anticipa Nietzsche, sul terreno dell’accettazione di un “mai più” inaccettabile. I due sono schierati sul terreno del nulla eterno e, mentre Monaldo lotta perché Giacomo si renda conto che niente è nulla, il figlio lotta con il mondo per rendere noto che “tutto è nulla”. Nella Prima Lettera ai Tessalonicesi, Paolo afferma infatti:

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.[17]

Al contrario di Monaldo, che sembra realmente confortarsi di queste parole, Giacomo invece risponde, nel suo Zibaldone, confutando la posizione di Paolo, della tradizione, e quindi del padre. Se quel che dice l’apostolo è vero:

Da che vien dunque la compassione che abbiamo agli estinti se non dal credere, seguendo un sentimento intimo, e senza ragionare, che essi abbiano perduto la vita e l’essere; le quali cose, pur senza ragionare, e in dispetto della ragione, da noi si tengono naturalmente per un bene; e la qual perdita, per un male? Dunque noi non crediamo naturalmente all’immortalità dell’animo; anzi crediamo che i morti sieno morti veramente e non vivi; e che colui ch’è morto, non sia più.
Ma se crediamo questo, perché lo piangiamo? Che compassione può cadere sopra uno che non è più? – Noi piangiamo i morti, non come morti, ma come stati vivi; piangiamo quella persona che fu viva, che vivendo ci fu cara, e la piangiamo perché ha cessato di vivere, perché ora non vive e non è. Ci duole, non che egli soffra ora cosa alcuna, ma che egli abbia sofferta questa ultima e irreparabile disgrazia (secondo noi) di esser privato della vita e dell’essere. Questa disgrazia accadutagli è la causa e il soggetto della nostra compassione e del nostro pianto; […] Quello che noi proviamo, che passa l’animo nostro, in occasion della morte di qualche nostro caro; troveremo che il pensiero che principalmente ci commuove, è questo: egli è stato, egli non è puù, io non lo vedrò più. […] Di modo che nel dolore che si prova per i morti, il pensiero dominante e principale è, insieme colla rimembranza e su di essa fondato, il pensiero della caducità umana. Pensiero veramente non troppo simile né analogo né concorde a quello della nostra immortalità.[18]

Posizione che Monaldo non condivide, ma che è contraddetta dalle sue stesse parole: «Babbo è morto, e piansi disperatamente»[19]. Dalla lettera di Monaldo al testo di Giacomo passano esattamente quattro anni, ma l’occasione in cui si esplicano questi pensieri è la stessa: davanti alla resurrezione, padre e figlio si separano. Il Monarca finge di non voler vedere quella voragine tra l’essere e il non essere: il Principe strappa il velo di Maya, e guarda il baratro del “mai più”, il suo “arido vero”.

3. Tra Operette e Dialoghetti: lo scacco perpetuo

Nel 1832, quasi a mo’ di epilogo, Giacomo scrive il Dialogo di Tristano e di un amico:

Amico. “Ho letto il vostro libro. Malinconico al vostro solito”
Tristano. “Sì, al mio solito. […] Io aveva fitta in capo questa pazzia, che la vita umana fosse infelice. […] Ora ho cambiata opinione. […] Poi risi, e dissi: gli uomini sono in generale come i mariti. I mariti, se vogliono viver tranquilli, è necessario che credano le mogli fedeli, ciascuno a sua; e così fanno; anche quando la metà del mondo sa che il vero è tutt’altro. Chi vuole o dee vivere in un paese, conviene che lo creda uno dei migliori della terra abitabile; e lo crede tale. Gli uomini universalmente, volendo vivere, conviene che credano la vita bella e pregevole; e tale la credono; e si adirano contro chi pensa altrimenti. […] L’Europa meridionale ride di mariti innamorati delle mogli infedeli, così rido del genere umano innamorato della vita; e giudico assai poco virile il voler lasciarsi ingannare e deludere come sciocchi, ed oltre ai mali che soffrono, essere quasi lo scherno della natura e del destino. Parlo sempre degli inganni non dell’immaginazione, ma dell’intelletto. Se questi miei sentimenti nascano da malattia, non so. […] Sicché tornai di nuovo a meravigliarmi: e così tra la meraviglia e lo sdegno e il riso passai molto tempo.”
[…]
Amico. “E avete cambiata opinione?”
Tristano. “Sicuro”.[20]

Con il nome di Tristano – in riferimento all’aggettivo “triste” e non al più famoso amante di Isotta – sta circolando un libro, definito dai contemporanei «malinconico». Leopardi sembra proiettare sé stesso in Tristano e il testo sembra alludere alle stesse Operette morali, apologia ironica verso il pensiero del proprio secolo. Tristano dice di aver compreso tutto ciò di cui aveva riso precedentemente (gli uomini, la letteratura, il giornalismo), ora si tratta per lui di cose serissime; afferma di essersi persuaso di avere un’opinione sbagliata. Eppure, conoscendone la vena profondamente satirica, e quasi di invettiva velata, questo dialogo può aiutare a comprendere le tematiche di tutte le Operette, dirette ad una critica di quel «secol superbo e sciocco, che […] volti addietro i passi […] e proceder il chiami»[21]. La prospettiva di Giacomo è quella di un uomo cosciente della caducità di tutte le cose del mondo, così come della sua propria: è un punto di vista puramente ateo e materialistico, non condivisibile dal cavaliere Monaldo. Quando le Operette cominciano a circolare in Italia nel 1832, Monaldo non sa trattenere le critiche, che rende esplicite in una lettera, perduta, a cui Giacomo così risponde:

A Monaldo, Recanati
[Firenze,] 8 Luglio [1831?]

Dio sa quanto le sono grato de’ suoi avvertimenti circa il mio libro. Io le giuro che l’intenzione mia fu di far poesia in prosa, come s’usa oggi; e però seguire ora una mitologia e ora un’altra ad arbitrio; come si fa in versi, senza essere perciò creduti pagani, maomettani, buddisti ec. E l’assicuro che così il libro è stato inteso generalmente, e così con l’approvazione di severissimi censori teologici è passato in tutto lo Stato romano liberamente, e da Roma, da Torino ec. Mi è stato lodato da dottissimi preti. Quanto al correggere i luoghi ch’Ella accenna, e che ora io non ho presenti, le prometto che ci penserò seriamente.[22]

Giacomo appare infastidito dalle obiezioni del padre – che sembrano essere di natura teologica – tanto da non inserire alcuna formula di apertura per la prima volta nella storia di questo scambio epistolare. Monaldo continuerà sempre a disprezzare l’opera del figlio, tanto che nel 1837, alla richiesta di Pierfrancesco, fratello minore di Giacomo, di poter ricevere una copia del testo a Bologna, il conte replicherà: «Non vi dispiaccia se non vi mando le Operette Morali del nostro amato Giacomo. In quel libro ci erano cose che non andavano bene. Io gliene scrissi, ed egli ne convenne. E promise di ritrattarle. Ditelo pure per suo e nostro onore»[23]. Il Conte, inoltre, non si ferma ad una puro giudizio privato, ma la critica ritiene che, proprio in risposta al testo del figlio, abbia pubblicato i Dialoghetti – d’impronta tutt’altro che materialistica e atea – proprio nello stesso anno in cui usciva l’edizione definitiva delle Operette. La stesura dei Dialoghetti determina il momento in cui, per la prima volta, la battaglia silenziosa ed invisibile che il Monarca e il Principe non sapevano neppure di star giocando, si mostra evidente rendendo palese quel tradimento, la terza aria, di cui si parlava nel Monarca delle Indie Occidentali ed Orientali. Monaldo, molto religioso, come peraltro lo era stato suo padre, è costretto a vedere il figlio rinnegare tutto ciò in cui crede, e scrivere un testo profondamente ateo, profondamente materialista. Monaldo non riesce tuttavia apertamente a rimproverare il figlio, come dal canto suo Giacomo non tenta di rinnegare le idee paterne:

Io non sono mai stato irreligioso né rivoluzionario di fatto né di massime. Se i miei principi non sono precisamente quelli che si professano nei Dialoghetti, e ch’io rispetto in Lei ed in chiunque li professa di buona fede, non sono stati però mai tali, ch’io dovessi né debba né voglia disapprovarli.[24]

Le idee dei due scacchisti restano celate, fino a quando i Dialoghetti paterni non cominciano a circolare sotto il nome del più famoso Giacomo: «A Lucca il libro correva sotto il mio nome. […] Nondimeno dice pubblicamente che l’autore sono io, che ho cambiato opinioni, che mi sono convertito, che così fece il Monti, che così fanno i bravi uomini»[25]. E se nelle lettere che i due si scambiano il fastidio per questo equivoco è minimo ed appena accennato in pochissime lettere, in quelle che entrambi mandarono ad altri corrispondenti emerge evidentissimo il reciproco tormento per il pensiero esposto dall’altro. Soprattutto è da notare l’insistenza con cui Giacomo sottolinea che i Dialoghetti non sono opera sua. Così nella missiva a Cesare Galvani, direttore del giornale «La voce della verità», scrive:

Chiarissimo Signore. Approfitto dell’acquisto che feci già in Bologna della sua conoscenza personale, per indirizzare a Lei la preghiera che sia pubblicata costì l’infrascritta dichiarazione […]
Sapendo che alcuni mi attribuiscono un libro intitolato Dialoghetti sulle materie correnti dell’anno 1831, e parecchi dialoghi contenuti in cotesto Giornale; né potendo senza ingiustizia lasciare che si attribuisca a me l’altrui, e conseguentemente si spogli l’altro del suo; la prego a compiacersi di pubblicare sul suo Giornale la presente, colla quale dichiaro che non sono autore del suddetto libro, né di alcuno dei suddetti dialoghi. E devotamente la riverisco. Giacomo Leopardi.[26]

E ancora a Giampietro Visseux, fondatore dell’«Antologia», periodico d’informazione letteraria e politica, chiedeva:

Mio carissimo Visseux. Dichiaro che non sono autore del libro, che alcuni mi attribuiscono, intitolato Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831. Vi prego a pubblicare nel vostro degno Giornale dell’Antologia questa dichiarazione. E di tutto cuore vi abbraccio e vi saluto. Giacomo Leopardi.
Vi prego ancora, se è possibile […] a fare questa dichiarazione, col mio nome, sia indicata nella tavola del fascicolo sopra la coperta, e, se si può, con un capoverso (allinea) separato, acciocché non possa sfuggire all’occhio.[27]

E in una lettera ancor più accesa, diceva al cugino, Giuseppe Melchiorri, quanto desiderasse non voler essere accomunato a quell’«infamissimo libro»:

Caro Peppino. Tu m’hai a fare il piacere di far subito inserire nel Diario di Roma la lettera annessa. Se v’è spesa, avvisamelo, e ne sarai immediatamente rimborsato. Ma per amor di Dio non mancare di farmi questo piacere in ogni modo. La cosa non compromette nessuno: è sempre lecito di annunziare la verità in questo genere. […] Non voglio più comparire con questa macchia sul visto, d’aver fatto quell’infame, infamissimo, scelleratissimo libro.[28]

Con tutti i suoi interlocutori, Giacomo sottolinea più volte l’urgentissima necessità di non essere dichiarato autore di quel testo: che ovunque si scriva che Giacomo Leopardi non fu mai autore dei Dialoghetti sulle materie correnti nell’anno 1831. Così, nascostamente, i due si danno feroce battaglia. Così, come quando il re resta perennemente sotto lo scacco dell’avversario non volendosi arrendere, Giacomo e Monaldo resteranno per il resto della vita, faccia a faccia, sotto scacco perpetuo.


  1. Matteo Palumbo, Introduzione a Giacomo Leopardi, Carissimo Signor Padre. Lettere a Monaldo, Venosa, Osanna, 1997, p. 8.
  2. Emanuele Severino, In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo, Milano, Rizzoli, 2015, p. 10.
  3. Ibidem.
  4. «Tutti gli uomini, che aspirano a primeggiare sugli altri animali, conviene che si impegnino con il massimo delle forze, affinché la vita non passi nel silenzio a mò di pecora, che la natura creò curva e obbediente al ventre» (Sal. Cat. 1).
  5. Giacomo Leopardi, Monaldo Leopardi, Il Monarca delle Indie. Corrispondenza tra Giacomo e Monaldo Leopardi, a cura di G. Pulce, Milano, Adelphi, 2017, p. 36.
  6. Ivi, pp. 33-37.
  7. Giorgio Manganelli, Introduzione a G. Leopardi, M. Leopardi, Il Monarca delle Indie, cit., p. 17.
  8. «In effetti appare nella prima delle vostre tragedie un Monarca delle Indie Occidentali, e un Monarca delle Indie Orientali appare nella mia. Un Principe Reale è il principale attore della seconda tra le vostre tragedie e un Principe Reale sostiene nella stessa la parte più interessante della mia. Un tradimento è particolarmente oggetto della terza ed esso è parallelamente lo scopo della mia Tragedia» (G. Leopardi, M. Leopardi, Il Monarca delle Indie, cit., p. 31).
  9. Ivi, pp. 38-39.
  10. G. Manganelli, op. cit., p. 12.
  11. Ivi, pp. 16-17.
  12. G. Leopardi, M. Leopardi, Il Monarca delle Indie, cit., pp. 38-39.
  13. G. Leopardi, Le ricordanze, in Canti, Milano, Rizzoli, 2007, p. 126.
  14. G. Manganelli, op. cit., p. 19.
  15. G. Leopardi, Epistolario, Firenze, Le Monnier, 1938, I, p. 385.
  16. G. Leopardi, M. Leopardi, Il Monarca delle Indie, cit., p. 78.
  17. Paul. I Thess. 4 13-18.
  18. G. Leopardi, Tutte le poesie, tutte le prose e lo Zibaldone, Roma, Newton Compton, 2014, p. 2343.
  19. M. Leopardi, Autobiografia e Dialoghetti, a cura di A. Zaccuri, Milano, Oaks, 2018, p. 17.
  20. G. Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali, Milano, Fabbri, 2001, pp. 293-94.
  21. Id., La ginestra, in Canti, cit., p. 186.
  22. G. Leopardi, M. Leopardi, Il Monarca delle Indie, cit., p. 172.
  23. Ivi, p. 388.
  24. Ivi, p. 255.
  25. Ivi, p. 254.
  26. G. Leopardi, Tutte le poesie, tutte le prose e lo Zibaldone, cit., p. 1417.
  27. Ivi, p. 1415.
  28. Ibidem.

Pubblicato da Daria Di Stefano

ha studiato Lettere moderne presso l’Università di Napoli “Federico II”. Si è laureata con una tesi in Letteratura italiana su Monaldo Leopardi. Attualmente studia Filologia moderna presso lo stesso Ateneo.

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