«Scrivo with a deep distrust and a deeper faith». Sul bilinguismo di Beppe Fenoglio

«Scrivo with a deep distrust and a deeper faith». Sul bilinguismo di Beppe Fenoglio

L’idea che l’Europa potesse cadere in un nuovo atroce conflitto era ancora lontana quando Beppe Fenoglio si iscrisse al Liceo di Alba, sua città natale. Nel cuore di un’Italia “fascistissima”, sempre più vicina alla chimera autarchica e lontana dal nemico inglese, Fenoglio coltivava – nel suo piccolo – una singolare passione per il mito dell’Impero Britannico, che – nella sua immaginazione – «aveva da essere così nordico, così protestante…»[1]. Dall’assidua lettura all’assidua scrittura il passo è breve. L’uso della lingua inglese non è infatti solo cifra stilistica: lo scrittore del Partigiano la usa per avvicinarsi ai suoi modelli anglosassoni in un processo di mimesi narrativa e lessicale.
Faulkner, Hemingway e Lee Masters sono fondamentali per la formazione di Fenoglio: saranno i loro scritti a suggerirgli quella diversità stilistica e contenutistica che gli garantirà la fama e la stima di critici e lettori dopo la sua prematura scomparsa.
Questa peculiarità letteraria è così interpretata da Dante Isella:

Fenoglio appartiene ancora a una generazione d’italiani per i quali la lingua viva è il dialetto, mentre l’italiano è la lingua appresa sui libri […] sicchè l’italiano […] si connota pure come la lingua della falsificazione propagandistica della dittatura e dei suoi riti celebrativi. L’incontro con l’inglese, sui banchi del primo ginnasio, ha per lui il valore di una rivelazione; è la scoperta, tra i soliti imparaticci scolastici, di una lingua magica.[2]

Non è difficile accettare l’ipotesi di Isella. Lo spostamento del baricentro politico della nazione verso la capitale romana rimane ancora una ferita aperta per molti conterranei sabaudi di Fenoglio. D’altronde il disagio che Beppe Fenoglio prova nel lasciare la propria terra alla volta di Roma – per l’addestramento militare – è tangibile. In Primavera di Bellezza è possibile carpire l’estraneità provata dallo scrittore verso le strade della Capitale, i propri abitanti e soprattutto verso la mitologia mussoliniana ampiamente trasudante:

Roma gli pareva di averla attraversata tutta venendo dalla stazione di San Lorenzo a Montesacro, a un passo di strada che si trasformava in marcia scandita nei punti di fama storica e di richiamo imperiale; erano talmente abbrutiti che, prossimi alla mèta, sfilarono davanti all’alto muro lattato di villa Torlonia senza un pensiero per l’inquilino. […] In tre sere Johnny fu sazio del centro di Roma; ora non passava più l’Amene, per un tempo raddoppiato dalla solitudine vagabondava per i larghi inutili viali di Montesacro o sulle sponde fulve del torrente, incontro all’enorme sanguinoso disco del sole.[3]

Posato il suo sten, Fenoglio riprese la penna. La guerra da lui poco prima vissuta in prima persona diventa èpos letterario. La sua biografia diventa finzione, Beppe diventa Johnny. Come Fenoglio si approccia alla letteratura è argomento di gran lunga interessante. L’autore così confessò ad Italo Calvino, già dal primo momento interessato al bilinguismo di un uomo che mai lasciò la sua terra: «Adesso ti dirò una cosa che tu non crederai: io prima scrivo in inglese e poi traduco in italiano»[4]. Il processo creativo fenogliano è esattamente sintetizzato in tali parole. Grazie all’immane lavoro filologico di Maria Corti e Maria Antonietta Grignani è stato possibile toccare con mano l’evoluzione delle opere fenogliane. L’analisi di un’immensa mole di carte e documenti, principalmente conservati senza particolare ordine e riguardo, ha offerto al pubblico italiano l’originalità narrativa di uno scrittore poco conosciuto in vita. Come è intuibile dall’analisi e dalla comparazione delle tre “versioni” del Partigiano, una totalmente in inglese (convenzionalmente indicata come UrPJ – Ur Partigiano Johnny), un’altra italiana con più frequenti inserti inglesi (PJ1) ed un’ultima con relativamente poche costruzioni anglosassoni (PJ2), Fenoglio tendeva a tradurre sé stesso dall’inglese riformulando radicalmente il suo lavoro. Come sostiene Dante Isella nella sua prefazione a Il Partigiano Johnny:

Niente di più errato, però, che immaginarsi un Fenoglio curvo sul suo scritto per un minuto lavoro di lima, intento a una schifiltosa politura formale. I «penosi rifacimenti» [locuzione fenogliana, ndr], nel caso di Primavera di Bellezza, prima parte del romanzo del Partigiano, sono riscritture radicali, sul piano inclinato di una progressiva compressione della forza dirompente delle stesure precedenti.[5]

Ne consegue che il radicale lavoro di riscrittura di Fenoglio, che poteva interrompersi anche per un singolo sintagma che non trovava un’adeguata traduzione italiana, rende evidente la volontà di attribuire un valore molto alto alle parole. Tramite queste vengono veicolati significati impliciti e reconditi in maniera molto più efficace.
Lo scrittore del Partigiano era principalmente interessato all’immediatezza comunicativa, qualità offertagli solo dal suo piemontese e dall’inglese. Ecco perché dal punto della trasposizione italiana di UrPJ, Bruce Merry ha rigettato l’ipotesi di offrire una traduzione sterilmente fedele all’originale, preferendo virare su un’operazione di creazione artistica. Essendo il testo di UrPartigiano Johnny una bozza per eventuali rifacimenti futuri, i curatori hanno preferito proporre una traduzione meno fedele ma che potesse donare una patina molto più letteraria e libresca ad un testo che era destinato a rimanere sullo scrittoio di Beppe Fenoglio.
Scrive Bruce Merry:

L’intento del traduttore è stato quello di dare una versione quanto più possibile integrale di ogni frase del testo di Fenoglio, scritto in un inglese che è spesso inventato, frequentemente esotico e a tratti esagitato […]. La traduzione non pretende di essere una versione ideale che si presenti come modello speculare dell’originale inglese: questo sarebbe stato forse possibile, ma di dubbia utilità per la nostra maggiore comprensione dell’opera di Fenoglio. La versione italiana tende, come il testo originale, ad essere idiosincratica, grezza, effusa, torrenziale, a volte preziosa ed esibizionistica.[6]

In questa particolare sfida traduttiva, si è voluto risalire all’origine del linguaggio fenogliano ed interpretarlo tramite le locuzioni e la fraseologia del suo dialetto, le sue preferenze sintattiche e grammaticali, e la lingua dei suoi autori preferiti, primo tra tutti Ernest Hemingway.

Il rapporto inglese-italiano in Fenoglio: un confronto tra PJ1 e PJ2

Com’è già stato sottolineato, Fenoglio revisionava i suoi lavori riscrivendoli del tutto. In questo particolare processo di riscrittura venivano progressivamente sostituiti i lemmi, la fraseologia e la sintassi dell’inglese. PJ2, però, non è privo di anglicismi. Non tutto veniva tradotto sistematicamente in lingua italiana: i passaggi che – nonostante le revisioni – continuassero a non avere un esatto corrispondente nostrano venivano lasciati in inglese. Un quadro più chiaro emerge dal confronto tra le due principali stesure di cui si riportano alcuni passi.
Sia nel cap. XXVI di PJ1 che in «Primo Inverno (penultimo)» di PJ2 si tratta della fortuita cattura di un ufficiale tedesco, i fatti sono così esposti nelle due stesure:

PJ[…] le strade avevano un freddo nitore, tutto era percorso da una ventilazione tonica, il sole literally flapped sugli esili campanili.

PJ[…] le strade avevano un freddo nitore, tutto era percorso da una ventilazione tonica, il sole letteralmente garriva sugli esili campanili.

(p. 500; p. 929)[7]


[…] si vide parallelo al petto la canna brunita del mitra del Biondo, spianata contro il parabrezza della macchina, e sentiva già il thudding a terra degli uomini di dietro.

[…] vide parallela al suo petto la canna brunita del mitra del Biondo, puntata al frantumato parabrezza della macchina, e gli uomini da dietro già tonfavano a terra.

(p. 500; p. 930)


Tedeschi presi, e per investimento automobilistico: lo stesso Biondo, col pendulo mitra, looked helpless before the lotto-event.

Lo stesso Biondo, col mitra pendulo, pareva helpless di fronte al caso.

(p. 500; p. 930)


[…] ma fin dal principio tutta la strada ai loro occhi wringed in its desertness.

[…] ma fin dal principio quella strada ai loro occhi si elettrizzava quasi per desertità.

(p. 501; p. 930)

Come si nota da questi passaggi, Fenoglio tende a tradurre letteralmente il contenuto della prima stesura (literally flapped/letteralmente garriva) e, quando ciò non risulta possibile, il costrutto viene semplificato (lotto-event/caso) oppure lasciato invariato (helpless/helpless). Edoardo Saccone ha anche notato come la traduzione dall’inglese all’italiano comporti:

la riduzione della ridondanza, la sfrondatura, non la potatura (tra l’altro di calchi o pseudocalchi dall’inglese): un maggior assorbimento di umori, non il prosciugamento.[8]

Nel capitolo XXVII di PJ1, corrispondente circa a «Primo Inverno (ultimo)» di PJ2 è narrato il trasporto del partigiano Regis, ferito in combattimento contro i tedeschi, verso un ospedale di fortuna in paese. Nell’ultimo passo, in particolare, si noti la traduzione del poliptoto (giggled and googled/giggling and googling) con un’anafora (ridacchiava e anfanava):

Johnny sighed, noisly in the dead silence: pensava a Tito, che l’aveva già fatto, che era fuori dall’accerchiamento pur giacendone nel cuore.

Johnny sospirò, fragorosamente nel morto silenzio: pensava a Tito che l’aveva già fatto, che era fuori dall’accerchiamento pur giacendone nel vero cuore.

(p. 516; pp. 937-38)


All the show was in front of them. Le ultime squadre tedesche stavano salendo le ultime balze a Mombacaro.

La scena era in pieno movimento. Le ultime squadre stavano tedesche stavano guadagnando le ultime balze a Mom.

(p. 518; p. 939)


[…] giggled and googled, parlando dei tedeschi in termini disarticolati ma certamente ammirativi, sempre giggling and goggling.

Ridacchiava e anfanava, parlando dei tedeschi in termini inarticolati ma indubbiamente ammirativi, ridacchiava ed anfanava.

(p. 523; p. 944)

L’inglese del mondo reale: l’uso politico di una lingua

Ogni illusione cade al banco di prova della realtà. L’inglese fenogliano è alto, decisamente letterario ed ampiamente idealizzato. L’autore del Partigiano apprezzava sia l’eleganza della letteratura elisabettiana, sia la velocità e la freneticità della letteratura novecentesca nord-americana. Essendo la sua «una lingua mentale, non praticata nel quotidiano»[9] è totalmente esentata dalle modifiche imposte dall’estrema politicizzazione che la guerra portò con sé.
Nella redazione inglese de Il Partigiano Johnny, che narra gli eventi compresi tra la primavera del 1945 e la fine della guerra, il protagonista sarà al cospetto di britannici e statunitensi. L’inglese da “black bastard” di Johnny (come i soldati anglo-americani appellavano i partigiani italiani) si colora di disillusione ed amarezza. Il confronto con i figli della patria dei suoi autori preferiti è indegno: è innegabile che il conflitto tra reale ed ideale nella mente di Johnny risulti molto più amaro al lettore se letto in “lingua straniera”. Fenoglio, che sa bene come evolse quella temporanea convivenza tra italiani ed anglo-americani, propone al lettore prima una visione carica di speranza – permettendogli di provare in prima persona l’entusiasmo di Beppe, Johnny e dei partigiani del tempo verso i liberatori – poi una visione cupa e nostalgica. Come rileva Roberto Bigazzi:

una tipologia di romanzo di questo tipo deve ovviamente passare dai fatti reali a quelli di invenzione (sia pure basati sulla realtà), mantenendo però l’atmosfera di verità che era stata della memorialistica. E questo è il difficile.[10]

Ecco perchè in UrPJ si legge in prima istanza: «Johnny yearned to be one of them, to be them» (p. 7) e alcuni capitoli dopo:

I must avoy I’m dying from my midden and my mates nostalgy […]. But I’m an Italian, Keany [soldato inglese, ndr], – burst out – Johnny: – and, what matters and weights more, I’m an Italian partisan! (p. 107)

Leggendo il finale dalla redazione inglese del Partigiano, viene ben esplicitato anche l’astio che Johnny prova nei confronti degli statunitensi.
In un episodio collocato temporalmente prima dell’aggregazione alle brigate partigiane, il nostro personaggio si scaglia apparentemente senza motivo contro Fiorello La Guardia, sindaco italo-americano di New York durante la guerra, la cui voce è trasmessa da Radio Londra:

Scoppiò nel fono la voce di La Guardia, intollerabile a Johnny nella sua sbracata inflessione siculo-inglese, un repellente ibrido di corvino sudore siciliano e di amara antisepsi anglosassone. Parlava con accidentata violenza, scortecciando le parole […]. La voce pitched, ispirata non sapevi se dal disprezzo per i suoi antichi compatrioti o dall’odio mortale per i tedeschi. […] Imbecille! Sporco imbecille! Cafone.[11]

La spiegazione di questa scarica d’ira, atipica per il carattere riflessivo del protagonista, è nelle pagine finali:

[…] IT WAS AMERICA, an epic and nonchalant tempo ensemble, ensemble a tirteian aphrodisiac to field and fight […] They had been playing it all war through and it they would have played on the victory hour and much time after. (p. 93)

E più esplicitamente poco dopo: «Really, one cannot expect such a legère death anthem for the British Empire» (p. 97).
Il feroce odio di Johnny verso gli Stati Uniti è quindi motivato dal primato mondiale guadagnato a scapito del suo amato British Empire. Nonostante tutto, Beppe-Johnny è una pedina fondamentale nei mesi più convulsi della Resistenza. Nei badogliani è ufficiale di collegamento con il contingente britannico, proprio per via della sua competenza linguistica. L’inglese per lui diverrà, nel deserto delle macerie post-belliche, anche un lavoro. Nel 1947 è assunto presso una locale azienda vinicola come corrispondente estero. Non esiterà, tuttavia, a preferire ancora una volta l’uso letterario all’uso pratico. Lo testimonia la breve biografia inviata alla sua casa editrice per il risvolto di copertina:

Circa i dati biografici, è dettaglio che posso sbrigare in un baleno. Nato trent’anni fa ad Alba (1 marzo del 1922), studente (Ginnasio-Liceo, indi Università, ma naturalmente non mi sono laureato), soldato nel Regio e poi partigiano: oggi, purtroppo, uno dei procuratori d’una nota ditta enologica. Credo che sia tutto qui. Ti basta, no?[12]

Fu proprio la ritrovata passione per le traduzioni ad aprire un importante dialogo con Italo Calvino, allora rappresentante della casa editrice Einaudi. Fenoglio seppe ridestare l’interesse di quest’ultimo grazie all’invio di alcune traduzioni da pubblicare. Ancora oggi l’edizione Einaudi di The Rime of the Ancient Mariner ha una traduzione firmata da Beppe Fenoglio.

Il problema degli anglicismi nella realizzazione di edizioni critiche

L’uso frequente di un personalissimo inglese alternato ad italiano e piemontese, che non permetteva una pubblicazione con testo a fronte, ha posto molti più problemi ai curatori di quanti ne abbia causati la frammentarietà del testo. La realizzazione dell’edizione definitiva de Il Partigiano Johnny è ancora un lavoro di cui non si sente il bisogno.
La prima edizione del 1968, curata da Lorenzo Mondo, sacrifica la buona pratica filologica a favore della leggibilità del testo. I criteri editoriali sono così accennati:

Fenoglio credeva a queste pagine e ci lavorò con accanimento, come dimostra l’esistenza di una seconda parziale stesura: dove la scrittura è più rapida ed essenziale, minore l’indugio descrittivo, più meditata e filtrata l’invenzione linguistica.[13]

In realtà l’intervento editoriale non si limita semplicemente all’uniformazione di nomi di persone o luoghi, livellati su PJ2 con alcuni accorgimenti, ma opera una sistematica contaminazione tra le due stesure. Tuttavia è proprio la precarietà di tale edizione a creare un certo interesse accademico verso le opere di Fenoglio. Solo dieci anni dopo – siamo nel 1978 – Maria Corti riesce a coordinare la pubblicazione delle opere complete. Le stesure sono tenute rigorosamente separate, sacrificando la leggibilità a favore della correttezza filologica. Tanto da necessitare di traduzione per il libro dedicato ad UrPJ. Nonostante le meritorie intenzioni, il lavoro della Corti circola esclusivamente tra gli addetti ai lavori e il grande pubblico continua a leggere l’edizione Mondo. Per questa ragione nel 1992 viene pubblicata la cosiddetta “edizione canonica”, curata da Dante Isella. Il libro fu pubblicato dal 1994 al 2004 nella collana ET Tascabili e poi dal 2005 al 2014 nella collana Super ET. Il compromesso trovato da Dante Isella consiste nel dividere il romanzo in due blocchi: il primo comprende l’arrivo di Johnny ad Alba e le prime esperienze nelle fila partigiane, il secondo, invece, riguarda l’entrata nelle truppe di Nord, l’occupazione di Alba, il duro inverno del 1945 e il reimbandamento. Per contaminare il meno possibile le due redazioni, Isella decide di recuperare i primi venti capitoli di PJ1 (XVI-XXXVI nel dattiloscritto originario), rinumerandoli da 1 a 20, ed unirli agli ultimi 19 capitoli di PJ2, rinumerandoli da 21 a 39 ma mantenendo in forma di sottotitolo l’originaria divisione in blocchi stagionali. Il lettore è ben avvertito della scelta editoriale sia tramite la nota dell’editore, che precede lo scritto, sia da una cesura grafica tra le due parti e, quindi, tra le due redazioni.
Se la scelta di Isella può sembrare quasi rivoluzionaria e definitiva, il lavoro di Gabriele Pedullà, pubblicato nel 2015, offre ancora una nuova audace versione del romanzo. Gabriele Pedullà, già autore di saggi sul lavoro di Beppe Fenoglio, decide, ventitré anni dopo l’edizione Isella, di rivedere la struttura del Partigiano. L’intento di Pedullà non è quello di superare l’edizione di Dante Isella, ormai entrata meritoriamente nel circuito scolastico, ma quello di fornire al lettore il senso del progetto fenogliano, ovvero del libro grosso. Appurato che Fenoglio fosse intenzionato a pubblicare in volume unico Primavera di Bellezza e Il Partigiano Johnny, si è deciso di “saldare” le due opere nelle due “prime” redazioni. Ne risulta un volume che, ideologicamente, è molto vicino alla probabile volontà dell’autore. Gabriele Pedullà decide anche di modificare il titolo del testo da lui curato: non più Il Partigiano Johnny ma Il libro di Johnny. Il critico opera questa modifica non in polemica contro il celebre titolo redazionale di Mondo, ma per segnalare in maniera forte il distaccamento della sua edizione dalla tradizione del Partigiano.
La questione filologica rimane ancora aperta esattamente quanto la questione linguistica. Si tratta di fare i conti con un altro tipo di letteratura italiana, così ancorata alla pratica regionale da far riferimento ad ulteriori sistemi linguistici. Le opere di Fenoglio sono quindi, a ragion veduta, uno dei più riusciti esempi di bilinguismo in un autore squisitamente italiano. Tuttavia l’interesse filologico (e ancor di più linguistico) verso gli scritti dello scrittore piemontese è sempre stato limitato a poche voci critiche. Se l’analisi della trafila editoriale, ampiamente sconfinante nella branca della filologia d’autore, è stata raccontata con una certa accortezza, mancano studi completi sulla pratica linguistica fenogliana. In un periodo di sempre maggiore internazionalizzazione della lingua italiana, i modelli del passato fanno ancora luce. Come ebbe a dire Lorenzo Mondo nel lontano 1968: «Ma è destino che il partigiano di Fenoglio, si chiami Johnny o Milton, continui a risorgere dalle carte postume dello scrittore»[14].


  1. Beppe Fenoglio, Il Partigiano Johnny, a cura di Dante Isella, Torino, Einaudi, 1992, p. 52.
  2. Dante Isella, La lingua del Partigiano Johnny, in B. Fenoglio, Il Partigiano Johnny, cit., p. 471.
  3. B. Fenoglio, Primavera di Bellezza, Milano, Garzanti, 1959, p. 30.
  4. Mario Miccinesi, Intervista a Italo Calvino, in «Uomini e libri», n. 40, 1972, pp. 24-25.
  5. D. Isella, La lingua del Partigiano Johnny, cit., p. 470.
  6. Bruce Merry, Nota del traduttore, in B. Fenoglio, Opere, 3 voll., collana diretta da Maria Corti, vol. I, tomo I, a cura di John Meddemmen, Torino, Einaudi, 1978, p. 385.
  7. Di qui in poi le citazioni dalle due stesure de Il Partigiano Johnny in forma abbreviata nel testo da B. Fenoglio, Opere 1, cit.
  8. Eduardo Saccone, Tutto Fenoglio: Questioni di cronologia, con qualche appunto di critica e filologia, a proposito del Partigiano Johnny, in «MLN», vol. 95, n. 1, 1980, p. 198.
  9. Flavio Santi, La guerra delle parole del partigiano Fenoglio, treccani.it, 2018 (treccani.it/ magazine/lingua_italiana/articoli/percorsi/percorsi_141.html).
  10. Roberto Bigazzi, Fenoglio, Roma, Salerno, 2011, p. 112.
  11. B. Fenoglio, Il Libro di Johnny, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2015, pp. 198-199.
  12. Id., Lettere 1940-1962, a cura di Luca Bufano, Torino, Einaudi, 2002, p. 50.
  13. Lorenzo Mondo, Introduzione a B. Fenoglio, Il Partigiano Johnny, a cura di L. Mondo, Torino, Einaudi, 1968, p. 5.
  14. Ibidem.

Quest’opera è distribuita con licenza CC BY-NC-ND 4.0.

Pubblicato da Matteo Squillante

ha studiato Lettere presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Si è laureato con una tesi in Filologia della letteratura italiana dal titolo Il Partigiano Johnny: problemi redazionali ed editorali. Studia Storia e Culture Globali presso lo stesso Ateneo. È giornalista pubblicista. Collabora con la testata «Newsly» e con la rivista culturale «Kairós». I suoi due scritti, Il cinema di Pasolini e la grande tradizione del Rinascimento e Petrolio, il romanzo della banalità del male, sono stati pubblicati dal Centro Studi “Pier Paolo Pasolini” di Casarsa della Delizia.

ISSN 2723-9527