Vincenzo Cardarelli e Sibilla Aleramo: l’epistolario della disillusione

Vincenzo Cardarelli e Sibilla Aleramo: l’epistolario della disillusione

1. La poetica della memoria di Cardarelli, tra poesia ed epistolario

E ora, in queste mattine / così stanche / che ho smesso di chiedere e di sperare, / e tutto il giardino è per me, / per il mio male sontuosamente, / penso agli amici che mai più rivedrò, / alle cose care che sono state, / alle amanti rifiutate, / ai miei giorni di sole… (Senza titolo, 1926)[1]

Nove versi liberi, privi di titolo. Parole sparse, appuntate su brandelli di carta, nel freddo febbraio del 1926. Vincenzo Cardarelli (all’anagrafe Nazareno Caldarelli) ha trentotto anni. Sa bene che, quando la vita volge vorticosamente verso il quarto decennio, è il tempo dei bilanci. Passa in rassegna ciò che è accaduto, ciò che non è accaduto e ciò che sarebbe potuto accadere. Posiziona sui piatti della bilancia i momenti di felicità e i momenti di sconforto. E valuta il valore da assegnare alla speranza, quella che per il credente è la virtù teologica per la quale ci si aspetta da Dio il soccorso in questa vita e la felicità eterna nell’altra. Nel silenzio assordante del vuoto del mattino, si abbandona alla propria memoria. La speranza è ormai perduta. Forse, mai neanche posseduta realmente. La sua prima vita, quella vissuta, è una vita fragile, solo sfiorata, come l’acqua dai gabbiani. La sua seconda vita, quella desiderata, è una vita in burrasca. È tra questi due poli che si muove, costantemente, la voce di Vincenzo Cardarelli. La sua poesia è imperniata intorno ad una costante tensione tra una misera realtà immanente e una meravigliosa realtà trascendente, mai raggiungibile davvero. Un’ideale di felicità eterna che gli avvenimenti negano irrimediabilmente. Il fato, il destino, la sorte: forze avverse ad un poeta, al quale non resta che rimuginare su ciò che è già stato, su ciò che ha avuto e perso, su ciò che non ha avuto e bramato. E il motivo della memoria è il filo rosso che lega i frammenti lirici di Cardarelli.

Il Cardarelli è tutto attaccato al ricordo, vive per esso mentre il presente lo attedia e lo trova violentemente prostrato […]. Sembra che solo il mito del passato sia in grado di rispondere alla sua esistenziale domanda: “dove troverò io la soddisfazione?”[2]

Con queste parole, Diana Parra Cristadoro descrive una figura estremamente emblematica del Novecento italiano. Una figura di cui ancora oggi si sa effettivamente poco, la cui poesia è passata in sordina, strisciando silenziosamente tra le pagine delle grandi riviste del XX secolo. Nasce a Corneto Tarquinia (oggi solo Tarquinia), in provincia di Viterbo, il 1° maggio 1887. Figlio nato da un’unione illegittima, prende il cognome della madre, Giovanna Caldarelli, donna di umili condizioni, originaria di Civitavecchia. Da questa viene abbandonato, insieme a sua sorella, in tenerissima età. La incontra nuovamente solo nel 1929, dopo quarant’anni, barbona e alcolizzata, ferma nella sua decisione di continuare a vivere ai margini della società. Viva nella memoria del Cardarelli è la figura della matrigna, Elisabetta Gozzi, seconda compagna di suo padre, Antonio Romagnoli. Il periodo passato nella casa di Elisabetta viene ricordato dal poeta come un periodo di pace e serenità. Complesso fu il rapporto con suo padre: per Tiberi[3] «questa figura è a lui particolarmente vicina anche se ambedue hanno una sorta di pudore a manifestare i loro sentimenti». Lapidarie sono le sue parole sui genitori, con i quali intrattiene pochi rapporti – il silenzio, causato dall’assenza, è la nota ricorrente nelle descrizioni dei suoi rapporti familiari. La figura paterna resta legata ai pochi ricordi d’infanzia, al senso di abbandono e di solitudine, all’immagine mitica dell’antica terra etrusca, terra di provenienza del ramo paterno della famiglia. Il mito dell’Etruria resta una costante tematica nella produzione in versi e in prosa di Cardarelli: simbolo della continua tensione verso un ritorno alle origini, alla purezza di un passato che non è più, di cui resta solo, ormai, un vano ricordo.
A soli diciannove anni, con pochi soldi in tasca, si trasferisce a Roma: è in questi anni che inizia a definirsi il suo carattere di apolide, di «“cinico” senza casa, condannato a passare tutta la sua vita in camere di affitto, chiuso nella sua solitudine e amareggiato con tutti, sempre ramingo […], desideroso di quiete»[4]. A Roma, dopo aver svolto diversi lavori con la speranza di trovare fortuna e una nuova stabilità economica, inizia a scrivere per «Avanti!», di cui diventerà redattore, come resocontista parlamentare, di comizi e congressi: sono anni floridi per la sua scrittura di cronaca, ma anche anni in cui si dedica alla stesura delle prime annotazioni letterarie (commenta Zola, Ibsen, Gozzano). Nel 1911 lascia Roma per trasferirsi a Firenze. Scrive per «Lirica», «Il Marzocco» e «La Voce», si avvicina alle opere di Nietzsche, Pascal, Baudelaire, Rimbaud, i quali, accanto a Leopardi, diventano i suoi principali punti di riferimento ideologico-letterari. Tornato a Roma dopo un lungo vagabondare, è tra i fondatori della «Ronda» insieme a Bacchelli, Cecchi, Baldini, Montano, Barilli e Saffi: l’idea che lo lega a questo gruppo è quella di un ritorno all’ordine, un’istanza letteraria di impronta (modernamente) classicista. La sua prima raccolta di liriche appare nel 1936. Sei anni dopo una nuova edizione arricchisce il corpus dei suoi versi. Accanto alle raccolte poetiche, un enorme novero di opere in prosa, di carattere saggistico, aneddotico e, soprattutto, autobiografico: Prologhi (1916), Terra genitrice (1924), Favole e memorie (1925), Il sole a picco (1928-1929), Giorni in piena (1934), Solitario in Arcadia (1947). Le opere in prosa e le opere in versi sono strettamente legate da alcuni motivi ricorrenti: «l’attesa, la speranza, il rifiuto, il tacere, il male come norma dell’esistere, l’amore […], la morte stessa come ultima possibilità, le stagioni che ne riflettono i tempi e ne segnano le tappe»[5]. Quella di Cardarelli si configura non solo come una poetica della memoria: la sua è una poetica che ha come obiettivo inconscio l’attuazione di un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio, che trova una sua messa in atto attraverso il ricordo. Il passato appare, nelle opere cardarelliane, costantemente simboleggiato da incontri, luoghi, figure, paesaggi.
Negli ultimi anni, la sua attività letteraria si limita ad interventi critici (legge e commenta Tolstoj e Dostoevskij) e politici. Sono anni in cui inizia ad accumularsi, sul suo scrittoio, un’alta pila di lettere, molte delle quali mai spedite e che, ritrovate dopo la sua morte (avvenuta a Roma il 18 giugno 1959), ci hanno restituito tratti completamente nuovi e finalmente ben definiti di una delle personalità più opache e silenziose del panorama letterario novecentesco italiano. All’epistolario dato alle stampe in vita e alle Lettere non spedite (1946) si aggiungono anche le Lettere d’amore a Sibilla Aleramo (pubblicate per la prima volta nel 1974) e i Lembi di lettere sottratti alle fiamme (pubblicati per la prima volta nel 1981). La sistemazione e la pubblicazione dell’epistolario di Cardarelli è opera di Bruno Blasi. Nel 1962, Gian Antonio Cibotto, grazie alla mediazione di Palmiro Togliatti, ottiene l’accesso all’archivio dell’Istituto Antonio Gramsci di Roma, dove era conservato l’epistolario di Sibilla Aleramo «in una cassa dove giacevano da anni […] fasci di lettere accuratamente raggruppati e annodati per corrispondente, frammisti con un certo gusto gozzaniano a oggetti più strani»[6]. Tra queste epistole figura anche il carteggio della Aleramo con Cardarelli. Lo stesso Cibotto, nella nota introduttiva al volume del 1974, racconta il lungo processo di minuziosa catalogazione di questa “nuova” sezione dell’epistolario cardarelliano. In seguito, è Niccolò Gallo a riprendere le epistole di Cardarelli, sottoponendole ad un minuzioso processo di analisi filologica e interpretativa, la quale rimane purtroppo incompiuta a causa della sua morte.

2. Tra le Lettere d’amore a Sibilla Aleramo e i Lembi di lettere sottratti alle fiamme

Percorrendo il sentiero tracciato dalle Lettere non spedite ci imbattiamo in una raccolta di epistole realmente scritte, le quali per motivi diversi sono state abbandonate nei cassetti dello scrittoio dell’autore. Queste missive formano insieme una sorta di «colloquio [dell’autore] con se stesso»[7] legato alla ricerca della propria individualità di poeta e di autore, ma anche e soprattutto di individuo in un mondo complesso da comprendere e da attraversare. A questa ricerca si accompagnano alcuni punti cardinali della poetica di Cardarelli, quali il tema dell’inesorabilità della morte o quello del rapporto tra vita e arte, accanto ad elementi prettamente autobiografici, quali la descrizione delle difficili condizioni economiche o l’abbandono da parte degli amici. Molto diverso è il dialogo che si instaura tra l’autore e Sibilla Aleramo attraverso le rispettive lettere. Prima di immergerci nella descrizione del carteggio, è giusto cercare di comprendere quale sia il filo che collega i due. Cardarelli arriva a Roma nel 1907, appena diciannovenne. È solo nel 1910, dopo aver lavorato per «Avanti!», che conosce Sibilla, più anziana di lui di dodici anni. Sibilla (all’anagrafe Rina Faccio) ha alle spalle l’esperienza di una adolescenza infelice, legata al suicidio della madre, sofferente di depressione, e allo stupro da parte dell’uomo che è stata costretta a sposare. Dopo un tentato suicidio tra il 1895 e il 1897, decide di dedicarsi alla lettura e alla scrittura, allontanandosi dal provincialismo e dallo squallore di quel mondo “familiare” che sente così lontano: scrive per «L’indipendente», per la rivista femminista «Vita moderna». Nel 1899 si traferisce a Roma, dove entra a contatto con gli intellettuali dell’epoca, tra i quali Giovanni Cena, al quale si unisce nel 1902, dopo aver abbandonato il marito. È proprio Cena a suggerirle lo pseudonimo di Sibilla Aleramo. La relazione con Cena termina tra il 1910 e il 1911. È in questi anni che si colloca la sua relazione con Cardarelli, che Sibilla stessa definisce nei suoi diari come «una vampa dolorosa, straziante»[8], arrivando a confessare anche di aver quasi rasentato la pazzia. Sibilla segue Vincenzo a Firenze, dove i due convivono per qualche anno: la loro relazione si stringe, pur minata da numerosi conflitti interni, causati soprattutto dall’incombente immagine di Cena, il quale appare agli occhi di Cardarelli come un rivale, un nemico. La loro relazione arde e si consuma su se stessa, divenendo cenere: troppo distanti sono i caratteri dei due amanti. Cardarelli è un uomo riservato, timido, disperatamente attaccato alla sua solitudine; l’Aleramo è una donna conosciuta per la sua spregiudicatezza e per i suoi eccessi, donna dalla femminilità rivoluzionaria per la sua epoca. Mal si incarna in lei quell’ideale di donna che il Cardarelli ricerca ardentemente, tentando di «fondere l’immagine carnale e insaziabile della femmina, con quella lontana e irraggiungibile della madre inesistente»[9]. Sin dall’infanzia, la figura femminile sfugge costantemente dalle mani di Cardarelli: così come la figura materna, anche numerose altre figure di donne con le quali, fin nei suoi anni maturi, il poeta non riesce a stabilire legami saldi. Si tratta di amori fulminei, che bruciano in un attimo, implodendo a causa di un’irrequieta necessità di affetto, dovuta all’ineluttabile e costante senso di sconforto dell’autore, che perdura dalla tenera infanzia. Tra queste donne troviamo anche l’Aleramo, diametralmente opposta per caratteristiche al Cardarelli: «Sibilla era […] un caso infrequente e singolare di vitalità, un esempio di torrenziale avidità, che non sapeva resistere alla tentazione di una nuova avventura, al fascino di un volto sconosciuto, alla lusinga di una carezza fatta da una mano esitante»[10].
Dopo un periodo di apparente felicità, le difficoltà vengono a galla e i due raggiungono un punto di non ritorno: la gelosia mista ad insicurezza del Cardarelli, giustificata dai numerosi rapporti che Sibilla intrattiene con altri intellettuali del tempo e dalla sua disponibilità assoluta, porta l’autore a perdere contatto con la realtà. Questo allontanamento trova espressione anche in ambito letterario: la poesia cardarelliana si fa nel tono più disperata, nella speranza di un improvviso cambiamento dell’amata. La crisi perdura fino al 1912 e nella primavera dello stesso anno avviene la rottura: la ferita dell’amore perduto non sarà mai perfettamente rimarginata e nei versi del poeta, fino al decennio successivo, resteranno evidenti gli strascichi di questa dolorosa separazione

[…] Io e te ci separiamo. / Tu che fosti per me più che una sposa! / Tu che volevi entrare / nella mia vita, impavida, / come in inferno un angelo / e ne fosti scacciata. / Ora che t’ho lasciata, / la vita mi rimane / quale un’indegna, un’inutile soma, / da non poterne avere più alcun bene. (Distacco, 1929)[11]

Lo scambio epistolare tra i due autori ha il suo inizio nel 1909. Il giovane poeta, consapevole della differenza di età che lo allontana dalla Aleramo esprime nei suoi confronti una certa reverenza: il destinatario delle prime epistole (nel periodo tra il 1909 e il 1910) è Sibilla come stimatissima o egregia signora, il mittente un giovane e devotissimo esordiente autore, che ammira non solo le opere letterarie dell’Aleramo, ma anche il suo operato relativo alla promozione di attività scolastiche nella campagna laziale al fianco di Giovanni Cena. In una lettera dell’ottobre 1909[12] Cardarelli esprime in maniera articolata le sue impressioni dopo la prima lettura del romanzo Una donna dell’Aleramo:

Dunque il suo libro, molto più che un’opera buona, è un’opera bella e quantunque si diparta direttamente dalla sorgente della vita, non è una copia, è una creazione […] La donna, qui, combatte una enorme battaglia morale e tuttavia io non riesco a trovare un premio morale per la sua vittoria, perché il contenuto artistico è prevalente, anzi dirò è esclusivo nel suo libro. Ella ha voluto lanciare un girdo di riscossa: e lo ha lanciato con tanta passione, con tanto amore, con tanta verità, che noi lo abbiamo accolto non per ciò che esso significava, sì, per la sua stessa bellezza.

A questo giudizio si affianca, nelle righe successive, un’ampia riflessione di tipo estetico legato all’idea dell’arte. Questo tipo di interventi è ricorrente nell’epistolario dell’autore (e, in generale, nella prosa cardarelliana): per Cardarelli «Arte [è] una di quelle parole, che non essendo limitate non si possono spiegare: si trasmettono per impressione» (p. 30). Questo, secondo lui, Sibilla lo ha compreso bene e lo ha trasmesso in maniera ottimale attraverso la sua opera romanzesca: la lettura del romanzo, attraverso le parole, i suoni, le lacrime, le paure, le ingenuità e gli amori della protagonista è, per il Nostro, arte. Dunque, sinonimo di bellezza, la quale, per definizione – afferma Cardarelli, riprendendo Wilde – «non si può definire» (ibidem).
A partire dall’aprile 1910, Sibilla diventa «amica»: certo ciò appare sintomatico del fatto che il rapporto tra i due autori inizia a stringersi, non solo dal punto di vista letterario e intellettuale, ma anche e soprattutto dal punto di vista affettivo. Questo stringersi del rapporto, questo cercarsi a vicenda in maniera più frequente, coincide anche con una più intima corrispondenza. Dopo il racconto del periodo trascorso dal poeta presso il Policlinico Umberto I di Roma (10 aprile 1910 – 20 aprile 1910) a causa di un’operazione, la quale risveglia nel giovane – all’ora ventitreenne – poeta, in un primo momento, l’antico e terrificante spettro della morte e, in seguito, un nuovo slancio vitale e un forte senso di speranza («La vita dunque vale la pena di essere vissuta», p. 35), il Cardarelli avanza verso una nuova fase della sua vita, legata alla figura di Sibilla, una fase di speranza, liberazione, leggerezza: «Tuttavia – è assurdo vero? – credo in me e spero. Sono guidato da una specie di sonnambulismo fatidico. Perché sarei nato, se non dovessi riuscire a nulla?» (p. 40). Questo momento della vita del poeta è strettamente legato anche ad una nuova definizione del rapporto con la Aleramo: Cardarelli ne definisce bene i tratti in una lettera datata al 29 giugno 1910. Solo la nuova e a lungo desiderata serenità del poeta gli concede la possibilità di dedicarsi a tale descrizione: inizia a sentire di «avere una meta, [di avere] l’impressione di non essere più solo» (p. 44), proprio perché vede in Sibilla, nonostante la differenza di età, una sua simile.

Le nostre vie sono eguali ma parallele, non tendono ad incontrarsi. Ebbene parliamoci con sincerità fino in fondo: noi ci guarderemo camminare a vicenda. Saremo più che fratelli, simili. […] Noi abbiamo la coscienza pura. Potrebbe avvenire dalla nostra coscienza, quello che avviene di certi fiori di serra che al contatto dell’aria viva impallidiscono e muoiono. (p. 44)

Le parole di Cardarelli hanno un sapore diverso, nuovo. Non sono parole di disperazione e disillusione, come quelle della sua poesia matura. Sono parole di un giovane convinto di aver finalmente trovato una figura femminile che risponda totalmente alle sue affinità elettive. Il poeta è pienamente a conoscenza delle difficoltà che comporterebbe legarsi ad una figura come quella della Aleramo (in primo luogo, si pone il problema della differenza di età; in secondo luogo, l’instabilità emotiva di entrambi gli autori). È costante, all’interno delle epistole più esplicitamente amorose, un velo di insicurezza nelle parole del poeta che esprimono i suoi stessi sentimenti. La confessione di questi è seguita prontamente dal desiderio di cancellare subito tutto ciò che è stato detto: è troppo forte il senso di vergogna, legato alla consapevolezza dell’impossibilità di tale amore.

Tacere forse sarebbe stato meglio, se non si fosse trattato di me e di lei. Ma le ipocrisie e le viltà sono in basso, non è vero? Quassù non c’è che il tragico equilibrio dei fati la impassibile ragionevolezza dei sentimenti. Soltanto in voi la mia virtù si esprime. È il primo verso di una vecchia poesia che la ispiratrice non conobbe mai. D’allora ad oggi non è cambiato nulla! (pp. 44-45)

Le lettere della Aleramo diventano per il Cardarelli, messaggi portatori di gioia, nati da una donna vista come inesauribile fonte di vita. Il poeta le aspetta, vive quasi in loro funzione, impaziente. Quasi non riesce a trovare le parole per esprimere spontaneamente ciò che prova. Egli stesso inizia a notare gli stessi cambiamenti del suo stile, lo shift che lo porta verso una nuova leggerezza letterario-poetica. Il bisogno di vita che costantemente il poeta porta sulle spalle è ora esaudito grazie al soffio della donna, grazie al suo sorriso, alle sue parole, alla sua dolcezza. Sibilla è la prima volta: la prima e «sola persona che […] abbia fatto sentire [al Cardarelli] la gioia di non essere più [se] stesso e di sentir[si] tutto compreso, non in una ipocrisia o in una astrazione, ma in una creatura viva, intelligente, operante» (p. 47). Dal giorno d’inizio della loro corrispondenza, prima ancora del loro primo incontro, Cardarelli inizia a sentirsi più sereno: sorride, «come non sorrid[e] a nessuno. Dovunque» (ibidem).
Costante è il Leitmotiv dell’anabasi, nelle epistole di Cardarelli indirizzate alla Aleramo: nel corpus epistolare il poeta propone spesso il motivo della salita, dell’ascensione, ponendo su due piani differenti sé e la Aleramo. Solo l’esperienza amorosa rende possibile questa ascesa. Cardarelli non sale verso la figura femminile, ma sale con la figura femminile. Il movimento verso l’alto, verso la gioia e la serenità, è accompagnato dalla Aleramo:

Come è bello salire con voi. Sentire le ali della fantasia dischiuse a un vento solo impetuoso e suscitatore di vittoria, di vita. Voi avete toccato la terra che vi fu madre e le vostre potenze si sono centuplicate […] E avete guardato in giù: e mi avete sollevato d’un fermo colpo alle alture vostre. Io penso che questa mia povera, fisica animalità deve rompersi e rinnovarsi per contenere il grande ansito che mi solleva. Troppo indugiare in torpidi languori di sogno, di nostalgia, d’ironia. […] E la grande gioia è questa: costruire. Perché? Ma per liberare il cumulo delle attività che fremono agglomerate dentro di noi. Il volo per il volo. Ecco tutto. E io non l’avevo ancora intuito. (p. 48)

Ma Cardarelli non sa che in realtà questa felicità è un sottilissimo velo, al di là del quale si prospetta una triste e inesorabile verità. Gli atteggiamenti di Sibilla e il suo modo di vedere e vivere l’amore come esperienza totalizzante, che non prevede la rinuncia a nulla (e a nessuno) diventano un problema. In una lettera del 1910 il Cardarelli, consapevole della presenza di un altro uomo nella vita della donna, si espone, senza ulteriori indugi:

E adesso dovrei parlarvi di me? Sento un gagliardo vigore di muscoli che mi scuote: non voglio mentire. Io vi amo. Ho superato la mia elementare umanità. Superare non significa negare. Se ritornassi in cospetto vostro vi guarderei e vi parlerei come prima, ma io non posso accogliere con meditazione una rinunzia che farebbe di me, in confronto di me medesimo, uno spregevole ipocrita […]. Ingannare se stessi significa rinunziare a vivere […]. Ora io ho una grande sete di amore. Appagare o superare: è questione di coraggio e di volontà. Ma non ci sono termini intermedi e conciliativi. (p. 53)

Siamo ormai ad un punto di non ritorno. Cardarelli sa che nulla è più come prima: si sviluppa così, nuovamente, dopo quello schianto, la disillusione. La speranza che si era costruita, che lo spingeva verso l’alto, verso la felicità tanto desiderata, si sgretola, diventando polvere. Ciò che resta da fare è ricostruire partendo dalle macerie: dare inizio ad un cammino di riedificazione, partendo dal proprio dolore, dal proprio orgoglio, dalla propria nostalgia. A questa necessità si accompagna quella di dimenticare: ciò che è più difficile. Il tono delle epistole si fa più freddo. Prevale il tema della riflessione individuale, del guardarsi dentro, della meditazione su se stessi. Cardarelli non crede alla rinuncia di Sibilla all’altro uomo, sa che è più forte e valido, che non si tratta solo di una guerra d’amore, ma di una profonda attrazione spirituale, con la quale non può entrare in competizione, poiché ne uscirebbe sempre sconfitto.
La disperazione del poeta va man mano accentuandosi fino ad implodere in due lettere scritte tra il 13 e il 14 settembre del 1910, inviate da Roma, dove all’epoca Cardarelli risiede. Si affaccia qui il tema della morte come termine ultimo delle sofferenze dell’animo umano. Eppure, la morte consolerebbe poco il poeta. È possibile intravedere una concezione (quasi) schopenhaueriana del suicidio come irragionevole e illecito:

Sono ancora io, ma il tuo colpo è di quelli che uccidono. Non so risponderti se non questo: che stasera sono pazzo, e non mi uccido perché so di valere, e pagherei l’ultimo sangue buono che mi rimane perché tu e quella non vi vedeste, non vi parlaste più. […] Da oggi io sono in lotta col mio amore, per liberarmene. E dovrò cominciare a non scriverti più. Perché io non voglio morire e non voglio impazzire. (p. 76)

Il suicidio (o la morte, in generale) non porrebbe fine ai mali del poeta, come non porrebbe fine ai mali della Aleramo. Per il Cardarelli, infatti, entrambi sono caratterizzati da un’origine comune legata saldamente e indissolubilmente alla sofferenza, al male di vivere, all’insoddisfazione, alla malattia, al dolore: «dal primo giorno noi non ci siamo nutriti che di sofferenza, tu non hai saputo che piangere […]. Tu non sei nata per vivere, ma per soffrire e per cantare il tuo pianto, per rilucere delle tue ferite» (p. 82). È proprio da qui che nasce la disillusione: dalla consapevolezza dell’impossibilità di raggiungere la sperata felicità – la quale resta un miraggio, un desiderio solo espresso e mai pienamente esaudito, fino alla fine della vita dell’autore. Alla disillusione si accompagna il dolore, visto come necessario per imparare a vivere: il dolore inevitabilmente concede insegnamenti e sono «imbecilli quelli che lo temono» (p. 88), perché si ritroveranno ancora e ancora al punto di partenza, ogni volta.
La definitiva separazione, che avviene solo nel 1912, viene già funestamente preannunciata in una lettera del 1910: Cardarelli inizia già qui a comprendere quanto sia necessario il distacco. Afferma infatti che continuare a scriversi sarebbe un reciproco atto crudele, che arrecherebbe immenso dolore ad entrambi. Andare avanti sarebbe deleterio: altro dolore si aggiungerebbe alle ferite d’amore mai pienamente risanate e le aprirebbe nuovamente. Con queste parole, che trasudano uno straziante senso di sconforto, Cardarelli invita per la prima volta la Aleramo ad allontanarsi da lui, affermando che ormai nulla potrebbe far sì che le cose tendano verso il meglio: «Tutto è finito. E questo implica un distacco assoluto; non ci sono sentieri di ritorno – se no, si muore o si vive in pianto, che è peggio» (p. 90). A ciò si aggiunge una citazione di tre versetti del ventisettesimo canto di Giobbe, con una lapidaria citazione posta in corsivo, un chiaro messaggio ad una donna che ormai sta sottraendo ogni energia vitale di un uomo fragile, a cui non resta niente, se non la propria dignità: «io non lascerò togliermi la mia integrità».
A partire da questo punto, cambiano radicalmente sia il tono che il contenuto delle epistole scritte per Sibilla. La desolazione, lo scoraggiamento, la disperazione diventano pane quotidiano del Cardarelli: è possibile notarlo da una lettura non solo del carteggio con Sibilla, ma anche di alcune delle sue più celebri liriche amorose, caratterizzate, sul piano puramente tematico, dal richiamo al silenzio che nasce proprio dal distacco: «Io ti sento tacere da lontano. / Odo nel mio silenzio il tuo silenzio» (Distacco, 1919)[13], «Poi più nulla di te, fuorché il tuo spettro, / assiduo compagno, il tuo silenzio / pauroso come un pozzo senza fondo» (Crudele Addio, 1932)[14], «Non odo più il rumore dei tuoi passi / né il suon della tua voce. / Tu sei partita. / Del tuo passaggio glorioso / nella mia vita / non rimane che un lugubre silenzio» (Frammento, 1947)[15]. Di Biase[16] lo definisce un «silenzio pauroso»: il silenzio della persona amata che nega la speranza di un poeta che continua, imperterrito, a illudersi di un ritorno. Al questa costante tematica si accompagna quella del partire della figura amata, del suo allontanarsi: «Volata sei, fuggita / come una colomba / e ti sei persa là, verso oriente» (Abbandono, 1933)[17], «Ti conobbi crudele nel distacco. / Io ti vidi partire / come un soldato che va alla morte […] / E non fo che cercarti, non aspetto / che il tuo ritorno» (Crudele Addio, 1932).
Come la permanenza di Sibilla nella vita del Cardarelli rappresenta motivo di anabasi, così la sua assenza diventa simbolo di catabasi, di incontrollabile e irrefrenabile caduta verso il baratro, verso l’abisso: la lontananza, la malattia dell’amore non corrisposto diventano le cause di un’inevitabile ricaduta dall’alto della felicità legata all’esperienza amorosa verso il mondo degli uomini. Le severe e dolorose parole di disamore pronunciate nelle epistole dell’Aleramo diventano gocce che, giorno dopo giorno, corrodono la terra, scavando piano un abisso che finisce per inghiottire il poeta. È dal fondo dell’abisso che, guardando verso l’alto, verso lo spiraglio di luce che illumina la superficie dell’acqua, si alzano – con potenza quasi lapidaria – le parole di una lettera senza data (sicuramente scritta tra il dicembre 1910 e l’agosto 1911), la quale segna la rottura definitiva del rapporto tra i due amanti (l’epistolario comprende lettere che arrivano anche fino al settembre 1915, ma si tratta di lettere che riguardano argomenti di natura prettamente letteraria):

Credo che finiremo col distaccarci seriamente e definitivamente […]. Ci sono certi istanti della vita e certi episodi – che poi diventano ricordi pieni di morbosa attrazione – in cui le avversità naturali di due anime sono temperate dalla comune tristezza, e insensibilmente ritorna la pace, e con la pace l’amore. Del resto io non so ancora bene qual fascino ti tenga così strettamente incatenata a quell’uomo. Ma questo so certamente: che è un fascino più forte del mio. Ora è bene che tu scruti coraggiosamente in te stessa […]. C’è confusione, irragionevolezza e tormento. Tu hai troppe vite. Vuoi avere un volto impassibile per il mondo. E il tuo tremendo pudore ti vieta di partecipare con me cordialmente al vaso respiro degli uomini. Non senti che quando siamo soli qualche cosa di inappagato, di non vissuto c’è nelle nostre anime? Il nostro amore è recluso. Ha vergogna di confessarsi. Ah, perdio, come l’avevo sognato diversamente… Ed ora tu ritorni da lui. Ma come? Tacendo, tacendo, perfino il soffio del mio nome […]. Abbiamo dovuto constatare avversità e debolezze reciproche che forse ci avrebbero sconsigliato dall’unirci se le avessimo premeditate. Ci han tenuto per un grande a more ed una seria fede in noi stessi. Nel momento in cui più serena si faceva la nostra esistenza ecco le ostilità interne ed irresistibili che riornano. Noi non sappiamo limitarci – ch’io sono troppo buono! Dovrei dire: tu – non sappiamo quindi vivere. Tu non sai rinunziare se non a ciò che è irreparabilmente perduto. Non sai conchiuderti e placarti in un aspetto. Vuoi essere infinita come l’eternità. E la vita che è definita si vendica del tuo istinto smisurato facendoti acerbamente e continuamente soffrire. Ma io, io che sono umile, e che voglio dominare la vita dovrò permettere che la tua fiamma mi consumi? […] Pensa bene se anche questa tua permanenza vicino a me non sia un periodo di transizione e se la tua più veritiera esistenza non debba consistere in uno stato d’indipendenza assoluta ed eroica. Pensa che bisogna vivere. Io voglio fare qualche cosa prima che il tempo mi distrugga. (pp. 136 -137)

È così che arriva il momento di mettere un punto fermo, il momento di lasciar muovere verso due direzioni opposte le due rette parallele destinate a non incrociarsi mai, di lasciar scorrere le due vite intersecatesi per un singolo momento. Il distacco per Cardarelli è atroce: inizia a pensare di non riuscire a dimenticare Sibilla, sente la sua anima colma di dolore e rimorso, sperimenta sulla sua pelle il terribile peso della solitudine, rivaluta anche l’idea del suicidio che tanto aveva aborrito precedentemente, vive nel rimpianto, nel dolore delle cose perdute. Ciononostante, Sibilla resta un punto di riferimento e Cardarelli continua a scriverle, anche se è ormai lontana, anche se ha scelto di amare Giovanni Cena, quell’insopportabile presenza che a lungo aveva pesato sulle spalle del Nostro, con cui a lungo aveva combattuto.
Echi tematici e linguistici dello scambio epistolare tra Cardarelli e l’Aleramo sono presenti e ravvisabili nei Lembi di lettere sottratti alle fiamme. Di questi stralci di lettere non si sa nulla: la loro prima pubblicazione risale all’edizione delle Opere del 1981[18]. Collocarli spazialmente e cronologicamente è pressoché impossibile: non presentano alcun dato utile a questo fine, nessun mittente, nessun destinatario, nessuna data. L’ipotesi che questi stralci fossero inizialmente pensati per essere inviati all’Aleramo è interamente basata su alcuni riferimenti a luoghi precisi di Roma, dove sappiamo che ha vissuto a partire dal 1902 (in particolare, sappiamo che la Aleramo visse in via Margutta n. 42 fino al 1955[19], via nominata proprio dal Cardarelli nei Lembi):

Quella parte del Corso m’è cara soltanto perché tu ci abiti. Bisognava che io m’innamorassi di te per affezionarmi a Piazza del Popolo, ai dintorni di San Giacomo, e prendessi confidenza col caffè Rosati […]. Io detesto perfino Piazza di Spagna e gli antiquari del Babuino, per non parlare di via Margutta, asilo di tante nullità artistiche. Ma lasciamo questi discorsi. Tu non potresti capire il mio odio per quel quartiere che è per te un piccolo paradiso e l’oggetto di ogni tua più ingenua illusione… (p. 900)

Inoltre, nelle stesse lettere alla Aleramo, il poeta afferma spesso di aver deciso di gettare tra le fiamme i suoi scritti, per poi cambiare idea solo in ultima istanza: è possibile immaginare che ciò sia successo anche per i Lembi, all’interno dei quali viene fornito un ritratto di una donna tremenda e inquieta, infelicemente amata, molto simile a quello dell’Aleramo. Le similitudini con l’evolversi del rapporto con Sibilla sono numerose; e numerose sono anche analogie tematiche che richiamano il carteggio tra i due: l’illusione («Io non m’illudo sulla natura dei tuoi umori, né su quanto accaduto in questi ultimi giorni […] Ti ho parlato della mia grande illusione. Hai detto: è anche la mia», p. 899), il commiato («Salutandoti sul portone ti ho detto addio. Un addio casuale che risuona adesso lugubremente come un commiato definitivo», p. 899), l’attaccamento alla donna come unica speranza per la propria vita («M’ero tanto attaccato a te perché non avevo più speranza in me stesso e nel tempo. Ma fu come se uno, rotolando giù per il fianco d’un monte, s’aggrappasse ad un fiore […]. ora sono a terra, morto, con un fiore in mano», p. 899), la rappresentazione della figura della donna come altera, orgogliosa, sarcastica, disinteressata («L’altra sera mi rovesciasti addosso un diluvio di ingiurie. Il sarcasmo fioriva sulla tua bocca […]. Hai visibilmente disprezzato tutto quello che c’è di meglio in me […]. Da tutte le tue parole traspariva uno sgradevole disinteresse per le fatiche di quel disgraziato che ti ama», pp. 900-901), il tornare e ritornare sui propri passi e sulle proprie decisioni («Ieri sera avevo deciso di non cercarti più, di abbandonarti al tuo destino. Adesso, come vedi, ti sto scrivendo una lettera che forse ti manderò», p. 901), la mancata propensione della donna a cambiare i propri atteggiamenti e la sua mancanza di limiti, la quale si riversa anche nelle sue esperienze amorose («Quello che non ti perdonerò mai […] sono le tue menzogne, è la tua scarsa disposizione a correggerti, a liberarti del tuo passato, il tuo fare di ogni ora della tua vita un’avventura […]. Non hai misura, né limite, allo stesso modo che nelle tue esperienze e nelle tue storie d’amore non c’è possibilità di conclusione», p. 903), la gelosia, il senso di inferiorità nei confronti di un’altra incombente figura, la cui ombra eclissa quella del poeta («Io parlo tanto di P. ma in fondo è l’ignoto che temo, sono geloso dell’ignoto. Se fossi dispettoso come il mio rivale dovrei augurarmi c’egli t’amasse davvero e che tu l’amassi», p. 904). Forse è proprio nella sezione conclusiva dei Lembi che è possibile vedere la più straziante sintesi dell’intero rapporto con l’Aleramo, un rapporto destinato dal suo stesso principio a finire miseramente in rovina. L’unico modo per esorcizzare il dolore della fine diventa il commiato, il saluto finale ad un’amica, ad una figura che mai verrà completamente dimenticata, permanendo nei meandri della memoria sotto forma di ricordo (o, forse, di rimorso):

Scusa, mia cara, se ho sentito di nuovo il bisogno di scriverti. Non credere che io ti chieda il minimo sacrificio. Volevo soltanto mandarti un saluto un po’ più lungo di quel che si può fare per telefono. La tua libertà è sacra come quella di tutti. Fanne però un uso tale da non venir meno al rispetto che devi a te stessa. Auff, che toni da predicatore! Non riesco a dirti quel che vorrei. Sono troppo stanco. Ti voglio bene, ti amo, non ti dimenticherò mai, perché ti ho conosciuta capace di atti sublimi. E forse la tua sublimità è in rapporto diretto col disprezzo che hai di te stessa e quindi con le cose deplorevoli che puoi commettere. Sicché tutti i miei consigli e rimproveri sono inutili e ingiustificati. Puoi comunque spiegarteli come un’irragionevole protesta del mio cuore. Non mi tradire troppo. (pp. 904-905)


  1. Vincenzo Cardarelli, Opere, Milano, Mondadori, 1981, p. 37.
  2. Diana Parra Cristadoro, Cardarelli, poeta della memoria, Poggibonsi, Lalli, 1980, p. 26.
  3. Lilia Grazia Tiberi, Vincenzo Cardarelli: “io sono solo”, testo della conferenza tenuta il 9 novembre 2001 a Viterbo, in occasione della manifestazione Omaggio a Cardarelli.
  4. Carmine Di Biase, Invito alla lettura di Cardarelli, Milano, Mursia, 1983, p. 17.
  5. Ivi, p. 41.
  6. Gian Antonio Cibotto, Nota a V. Cardarelli, Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, a cura di G. A. Cibotto e B. Blasi, Roma, Newton Compton, 1974, p. 20.
  7. C. Di Biase, Invito alla lettura di Cardarelli, cit., p. 98.
  8. Sibilla Aleramo, Dal mio diario (1940-1944), Roma, Tumminelli, 1945, p. 223.
  9. G. A. Cibotto, Introduzione a V. Cardarelli, Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, cit., p. 15.
  10. Ibidem.
  11. V. Cardarelli, Opere, cit., p. 50.
  12. Id., Lettere d’amore a Sibilla Aleramo, cit., p. 29. D’ora in poi in forma abbreviata nel testo con la sola indicazione dei numeri di pagina.
  13. V. Cardarelli, Opere, cit., p. 50.
  14. Ivi, p. 56.
  15. Ivi, p. 127.
  16. C. Di Biase, Invito alla lettura di Cardarelli, cit., p. 111.
  17. V. Cardarelli, Opere, cit., p. 54.
  18. V. Cardarelli, Opere, cit., p. 897. D’ora in poi in forma abbreviata nel testo con la sola indicazione dei numeri di pagina.
  19. Rosalia Pagliarani, Scrittori a via Margutta: una visione bohèmienne. Sibilla Aleramo, Elio Pagliarani, in Atelier Via Margutta. Cinque secoli di cultura internazionale a Roma, Roma, Allemandi, 2012.

Pubblicato da Vincenzo De Rosa

ha studiato Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II". Si è laureato con una tesi in Storia della lingua italiana dal titolo Il dialetto della canzone napoletana indipendente. Attualmente prosegue i suoi studi nell'ambito della letteratura italiana del Novecento, delle scienze linguistiche e in particolar modo della dialettologia presso la facoltà di Filologia moderna dell'Ateneo federiciano.

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